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Con l'Iran Trump prova una soluzione alla coreana

Dietro i duri scambi di accuse e minacce tra il presidente americano e i leader iraniani, c'è la strategia americana già realizzata con la Corea del Nord di arrivare a un patto per la denuclearizzazione. Con il progetto di arrivare a disinnescare gli altri conflitti nella regione.

Trump e Rohani

Fonti del governo australiano ritengono che gli Stati Uniti si stiano preparando a bombardare i siti nucleari iraniani, forse già il prossimo mese. Lo hanno rivelato all'emittente australiana Abc, aggiungendo che l'Australia, così come l'intelligence britannica, collaboreranno a identificare i possibili obiettivi.
In modo contraddittorio, il premier australiano ha detto però di non avere motivo di credere che gli Stati Uniti si stiano preparando alla guerra, ma non c’è dubbio che le rivelazioni dell'Abc arrivino nel pieno di un acceso scontro verbale tra Teheran e Washington.

Il 22 luglio Trump aveva ammonito il presidente iraniano Hassan Rohani a «non minacciare mai più gli Stati Uniti o soffrirete conseguenze che pochi nella storia hanno sofferto prima».
Rohani ha dichiarato il 25 luglio che «le minacce vuote e senza fondamento» del presidente americano Donald Trump «non meritano una risposta», ma che tuttavia occorre reagire con «resistenza e unità nel contrastare i piani Usa». Teheran ha denunciato gli Stati Uniti presso la Corte internazionale di Giustizia (Cig) dell'Aja per aver introdotto «illegalmente» sanzioni unilaterali contro l'Iran dopo essere usciti dal patto sul nucleare.

A rispondere a Trump ha provveduto anche il comandante della Divisione al Quds, braccio per le operazioni all’estero del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione islamica, Qassem Soleimani. «Non fa parte della compostezza del nostro presidente risponderti. Parla con me, non con il presidente. Come soldato è mio dovere rispondere alle tue minacce..... siamo vicini, dove neanche puoi immaginarlo. Vieni. Siamo pronti. Se inizi la guerra noi la faremo finire». Teheran «distruggerà tutto quello che hai», ha detto senza mezzi termini il generale, aggiungendo che «le forze al Quds sono l'esatto opposto di quelle statunitensi e Trump deve sapere che siamo un popolo che ama il martirio e lo attendiamo».

Il capo delle Guardie rivoluzionarie iraniane, generale Mohammad Ali Jafari, ha dichiarato inoltre che il suo Paese potrà rispondere facilmente alle minacce degli Usa. «Se le attuali capacità delle Guardie rivoluzionarie arrivassero alle sue orecchie, l'avventuroso presidente degli Stati Uniti non commetterebbe questo genere di errore e capirebbe che a una minaccia sul petrolio si può rispondere facilmente», ha dichiarato Jafari.

Scambi di accuse, insulti e minacce tronfie e “machiste” che ricordano quelle che si scambiarono per mesi Trump e Kim Jong-un (e i loro rispettivi staff), prima di raggiungere un’intesa e avviare negoziati.

I due scenari hanno qualche punto in comune. Anche l’Iran è nel mirino degli Usa per un programma nucleare, nel caso di Teheran non conclamato ma gestito all’interno di un accordo internazionale ritenuto da Trump insufficiente. Washington ritiene che missili balistici e atomiche iraniane possano minacciare gli Stati arabi alleati degli Usa e le basi americane nella regione così come l’arsenale di Pyongyang minaccia la Corea del Sud, il Giappone e le basi Usa nel Pacifico.

Comuni anche i limiti a un’azione militare. Se un attacco preventivo alla Corea del Nord non avrebbe impedito a Kim di lanciare decine o centinaia di missili balistici (alcuni con testata atomica) e migliaia di razzi caricati con armi chimiche contro Corea del Sud e Giappone, un attacco all’Iran non riuscirebbe a impedire ai Guardiani della Rivoluzione di chiudere lo Stretto di Hormuz e le sue rotte petrolifere e di devastare i porti e l’entroterra degli Emirati e dell’Arabia Saudita.

Certo un’America divenuta oggi grande esportatore di gas e petrolio potrebbe economicamente avvantaggiarsi dal blocco dell’export dalla regione mediorientale e dal conseguente boom dei prezzi determinato da una guerra “totale” tra sciti e sunniti.

Tuttavia l’obiettivo di quella che si sta delineando come la “Dottrina Trump” non è evidentemente quello di scatenare conflitti (come sostengono molti dei suoi detrattori sulle due sponde dell’Atlantico) ma di utilizzare la deterrenza militare per imporre la soluzione negoziale alle crisi.

Trump intende premere su Teheran con le sanzioni per aumentare il già evidente e diffuso malcontento popolare e indurre l’Iran a negoziare un nuovo accordo sul nucleare che offra maggiori garanzie a Usa, arabi e Israele grazie a ispezioni più serrate, offrendo in cambio la sopravvivenza al regime islamico.

Trump non sembra quindi puntare al regime-change a Teheran, che ogni tanto invoca a scopo di minaccia. Come nel caso di Pyongyang il presidente USA è consapevole che la caduta di regimi dispotici ben radicati potrebbe determinare caos e violenze fuori controllo. L’obiettivo è “addomesticare” i regimi nordcoreano e iraniano rendendoli inoffensivi per gli Usa e i loro alleati e trasformandoli in partner economici sottraendoli all’influenza dei principali rivali commerciali. Cina ed Europa.

Del resto Trump ha detto più volte fin dalla campagna elettorale di non voler combattere guerre d’ingerenza per cambiare i governi di altri Stati.
Certo è evidente anche l’obiettivo secondario (ma non troppo nella “vision” di Trump incentrata sull’economia) delle sanzioni, cioè tenere lontani gli europei dal business dello sviluppo economico iraniano che, dopo un eventuale accordo con Washington, sarà in gran parte a vantaggio delle società statunitensi.
Uno scenario che sta già configurandosi con la Corea del Nord, Paese a cui gli Usa vietano a tutti di commerciare ma al quale Trump ha promesso decine di miliardi di dollari di investimenti Usa dopo la denuclearizzazione.

D’altra parte che tra gli Usa e l’Iran il clima “pre-bellico” sia una sceneggiata lo dimostrano anche altri elementi. Gli Stati Uniti avrebbero infatti chiesto all'Iran di fare in modo che le forze Usa in Iraq non vengano attaccate, ha fatto sapere lo stesso generale Qassim Suleimani.
Richiesta credibile poiché gli almeno 7mila militari Usa presenti in Iraq sarebbero un bersaglio facile per le milizie scite filo-iraniane che hanno sostenuto un ruolo di primo piano nelle operazioni per riconquistare il nord dell’Iraq strappandolo alle milizie dello Stato Islamico. Se davvero gli Usa volessero muovere guerra a Teheran dovrebbero prima evacuare le forze schierate in Iraq.

Trump sta inoltre cercando di risolvere l’altra grave crisi che riguarda il Golfo Persico scoppiata nel giugno 2017 con la decisione di quattro Paesi arabi guidati dall'Arabia Saudita di interrompere le relazioni diplomatiche con il Qatar, accusato di "sostenere il terrorismo" (il movimento dei “Fratelli Musulmani”) e di vicinanza all'Iran.

La Casa Bianca sta preparando un summit per risolvere la crisi come ha detto l'incaricato d'Affari Usa a Doha, Ryan Gliha.«Vogliamo arrivare a un vertice con la presenza di tutti i leader dei Paesi del Golfo che potrebbe tenersi a settembre oppure a ottobre e ci sarà un intenso lavoro da parte nostra con tutti i Paesi partecipanti al fine di realizzare un grande successo nel vertice quando il presidente Trump inviterà tutti i leader».

Disinnescare il conflitto tra Qatar e le altre monarchie sunnite è propedeutico a sanare le tensioni tra sunniti e Iran, specie ora che il conflitto siriano va stabilizzandosi grazie soprattutto alle intese tra Usa e Russia con le potenze regionali.
Il successo di Trump nel trovare un’intesa globale tra l’Iran e un’Arabia Saudita in piena fase riformista con l’iniziativa del principe Salman, rilancerebbe prepotentemente il ruolo degli Usa (oggi un po’ appannato) in tutta la regione consentendo di trovare un accordo anche per risolvere il sempre più grave conflitto yemenita. Dopo tre anni e mezzo di guerra le forze governative appoggiate da sauditi ed emiratini non riescono a conseguire significative vittorie in una guerra di logoramento in cui i ribelli Houthi sostenuti dall’Iran minacciano di colpire coi missili balistici le città saudite e ora anche Dubai e Abu Dhabi. La capacità dei ribelli di controllare parte delle coste yemenite del Mar Ross, colpendo navi militari e mercatili (petroliere) saudite e degli Emirati, ha indotto il 26 luglio Riad a sospendere il transito di petroliere nello stretto di Bab al Mandeb.

Secondo Arab News, anche il Kuwait sta considerando di assumere una decisione analoga confermando ulteriormente quanto le crisi interne alla regione mediorientale si ripercuotano sull’approvvigionamento energetico e la sicurezza globali.
Se dopo la crisi coreana, Trump rsanasse anche molti dei conflitti in Medio Oriente chi potrebbe più definirlo “guerrafondaio” e negargli il Nobel per la Pace?

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