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Con le vecchie liturgie non si aiuta l'occupazione

A dispetto dell'approccio propositivo del governo, nelle parti sociali
- Cgil in testa - ha prevalso la logica del conflitto e della diffidenza.

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Per giudicare la trattativa sul mercato del lavoro forse bisogna iniziare a guardare alla realtà in cui si trova l'Italia. Il 2012 sarà un altro anno di recessione, la disoccupazione giovanile si avvicina al 30%, i consumi sono progressivamente in flessione per la perdita di reddito da parte delle famiglie, il divario tra Nord e Sud si allarga, gli investimenti esteri in Italia sono ai minimi termini.


Il Governo Monti, entrato in carica quattro mesi fa, ha evitato una crisi finanziaria che avrebbe coinvolto tutta l'Europa e pur tra mille difficoltà e qualche passo falso, sta cercando di attuare quelle riforme che per troppo tempo sono rimaste nel cassetto o hanno dato spunto a inifinite discussioni e convegni senza soluzioni.

Tra le riforme necessarie quella del mercato del lavoro merita indubbiamente i primi posti per molte ragioni oggettive: innanzitutto per le difficoltà dei giovani ad avere un contratto a tempo indeterminato con sostanziali garanzie di stabilità, poi per le sperequazioni che esistono su trattamenti di disoccupazione con garanzie molto estese (con la cassa integrazione) per i lavoratori delle grandi imprese e con interventi poco più che simbolici per gli altri, e ancora per il forte cuneo fiscale e contributivo che porta tra i più alti d'Europa il costo del lavoro per le imprese e ai livelli più bassi invece i redditi netti in busta paga.


Il Governo Monti ha cercato di proporre un approccio diverso dal passato su questi temi, cercando di rendere più ampie le garanzie per tutti, di offrire una base più ampia per il sostegno al reddito, di contrastare l'estensione dei contratti con cui si realizza un sostanziale precariato.

Ma nel confronto con le parti sociali ci si è trovati di fronte a due logiche completamente diverse. Da una parte il Governo che cercava di delineare strumenti e metodi nuovi in modo da superare una realtà che si sta dimostrando sempre più inefficiente ed inefficace. Dall'altra i sindacati preoccupati di mantenere garanzie che sono diventate ormai soprattutto una bandiera, come l'art. 18: ma se un'azienda chiude non c'è articolo 18 che tenga, articolo che peraltro non blocca per nulla i licenziamenti collettivi per motivi economici. E con la Confindustria preoccupata soprattutto di bloccare possibili aggravi per le imprese di fronte all'esigenza di finanziare il nuovo modello di welfare.


Non stupisce a questo punto che il Governo abbia raccolto le varie posizioni e abbia promesso di presentare una proposta in Parlamento una volta verificato che le parti sociali parlano una lingua diversa, impegnate a difendere la realtà esistente più che guardare con fiducia alla prospettiva della crescita, della credibilità internazionale, degli investimenti e quindi della creazione di posti di lavoro per i giovani.


Non si tratta di una sfida facile. La riforma del mercato del lavoro è uno di quei temi su cui i due schieramenti hanno posizioni divergenti, con sfumature diverse anche al loro interno, soprattutto nel Partito democratico che guarda con preoccupazione ai consensi che rischiano di andare all'estrema sinistra. Su questo tema si gioca quindi anche il futuro del Governo e della maggioranza che fino ad ora lo ha sostenuto.

Le parole più sagge, ma ancora una volta inascoltate, sono venute dal presidente Napolitano, quando ha richiamato all'importanza di un passo comune per far compiere all'Italia un salto in avanti nella credibilità internazionale.


Invece ha prevalso la logica della diffidenza e del conflitto. Il modello tedesco, con la partecipazione dei sindacati alla gestione delle imprese e con la comune coscienza dell'interesse nazionale, resta ancora molto lontano. In Italia sembra essersi fermati ai tempi dello scontro conflitto di classe e dello sciopero come soluzione. E con questi sindacati, come ha dimostrato di essere ancora una volta la Cgil, non si va molto lontano.