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Comunicazione disastrosa, italiani troppo buoni

Il modo di comunicare è fondamentale per trasmettere sicurezza e autorevolezza. Tutto il contrario di quanto sta facendo il governo italiano. È voluto o è proprio che non sanno cosa fare? In entrambi i casi è un disastro.

Il premier Conte e il suo portavoce Rocco Casalino

Chi ha dei figli lo sa, o lo imparerà presto. C’è un modo sicuro per far saltare i nervi a bambini e adolescenti, e trasformarli in mostri disobbedienti e strafottenti. Dirgli sempre di sì? Oppure dirgli sempre di no? Non è questo il punto. Per questo vale la regola evangelica «Sia il vostro parlare sì quando è sì, no quando è no». E chi decide quando è sì e quando è no? Ecco, il punto è esattamente questo.

Ogni comunicazione (perdonino, i lettori, qualche tecnicismo) non è fatta solo di parole: comunica anche altro. Quando voi dite si, oppure no, state dando una comunicazione precisa, semplice. State dicendo: «Io, che sono adulto, so cosa è bene e cosa è male; cosa è giusto e cosa è sbagliato. So come funziona il mondo, puoi fidarti di me». Se voi rispondete negativamente a una domanda del bambino si arrabbierà, ma obbedirà. Perché gli avete fatto capire che il vostro «No» è un punto fermo, solido, al quale può aggrapparsi.

Ma provate a rispondere qualcosa del tipo: «Boh… Fa come vuoi… Fà così… anzi no… uff, che domande… non puoi chiedere alla mamma?». Molto probabilmente otterrete una reazione isterica (anche a scoppio ritardato). Perché la comunicazione che passate è: «Guarda, vorrei aiutarti, ma ne so quanto te. In tutti questi anni non ci ho capito nulla, quindi… non lo so».

So che i genitori davvero non ci hanno capito nulla, non ne sanno molto più dei figli, hanno qualche idea, qualche principio, ma non ci scommetterebbero una mano. Ma ostentano comunque serenità, sicurezza, decisione. Lo fanno perché sanno che è il bene dei loro figli, i quali hanno bisogno di affidarsi a qualcuno che le cose le sa. E ne hanno bisogno più del «No» o del «Si».
Ecco, questo è l’ABC della comunicazione. È proprio una cosa semplice, intuitiva.

È per questo che la strategia comunicativa del governo mi dà da pensare.
Hanno appena comunicato la prosecuzione della quarantena fino al 3 maggio. Poi una specifica: tranne le cartolerie e le librerie [?]. Poi anche questo e quello. Però «Se cedessimo adesso perderemmo i risultati ottenuti e dobbiamo continuare a rispettare le regole». Poi escono le indiscrezioni sulla riapertura, quando mancano ancora tre settimane: per fasce d’età, ma con mascherine e guanti.
Stessa cosa per il MES: prima è uno strumento «inadeguato»; poi è senza condizioni; poi è senza condizioni a condizione che sia usato per la sanità…
Per non parlare dei 600 euro per i professionisti: prima sì; poi sì, ma solo per pochi fortunati; poi per tutti, ma solo per chi versa contributi all’INPS; poi per tutti tutti ma proprio tutti. Avete «fatto domanda»? Bene, adesso cambiamo i requisiti…

Non so se il governo si rende conto di quale messaggio stia mandando ai cittadini. Poi ci si indigna perché la gente continua a spostarsi? Quale autorevolezza possono avere messaggi di questo tipo? Quale effetto producono sulla popolazione?

Mi si risponderà: la situazione è in continuo cambiamento, il virus non è perfettamente conosciuto, ci sono molte variabili… Beh, è esattamente la situazione nella quale si trovano il padre e la madre dell’esempio iniziale. La situazione è in continuo cambiamento, magari ci sono anche altri fratelli e sorelle che guardano come tratto il primo, che effetto avrà questa mia decisione sulla vita sociale di mio figlio, magari si sentirà escluso… Questi sono ragionamenti complessi che qualunque genitore deve prendere, in tempi più stretti di quelli necessari per emettere un decreto. E, in genere, lo fa. Lo fa pur sapendo che un suo eventuale errore potrebbe avere delle conseguenze importanti che non è riuscito a prevedere. Ma lo fa lo stesso. Perché questo è il suo compito, perché è sua la responsabilità, perché è quello che i figli si aspettano da lui. Che sappia cosa è giusto e cosa è sbagliato, cosa è meglio fare. Ed è questo il messaggio che conta.

Il popolo ha bisogno di fidarsi dei suoi governanti; ha bisogno di pensare che l’accesso ai migliori cervelli, a risorse economiche, a strutture importanti portino frutti buoni, cioè decisioni chiare, con una buona possibilità di essere la scelta migliore in quel momento. A mio modesto parere, non è questo il messaggio che il governo sta passando.

Come ho già avuto modo di scrivere (clicca qui), ritengo che il portavoce e capo dell’ufficio stampa del presidente del Consiglio dei ministri non sia uno sprovveduto.
Però, a questo punto, i casi sono due.
Il primo è che questo tipo di comunicazione sia voluto. È la tipica comunicazione che produce un «doppio legame» (chiedo ancora scusa per i tecnicismi) che gli psicologi conoscono benissimo. E, soprattutto, ne conoscono gli effetti. Pensare a quanto possono essere amplificati nell’ambiente sociale è terrificante. Non si gioca con le masse, ma anche questo gli psicologi lo sanno benissimo.
Il secondo: forse il governo non sa esattamente quello che sta facendo. Forse la situazione è troppo complessa perché sappiano gestirla. Forse eccede le loro capacità.

In entrambi i casi, non è una bella cosa.

Un ultimo pensiero: è davvero ammirevole la pazienza e la disciplina che il popolo italiano sta dimostrando; a maggior ragione, considerato quanto sopra.
La Madonna di Loreto protegga l’Italia; dal virus e da questo stile comunicativo.