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a cura di Andrea Zambrano

IL SENSO DI MINNITI PER LA POLITICA

Compagno educatore

Marco Minniti, che fu comunista, scende in campo per il Pd. E fa autocritica: "Siamo stati aristocratici". Che fare? "Tornare ad educare pedagogicamente il ceto debole". Dice il commissario educatore non aristocratico. 

Fuori schema 19_11_2018

La candidatura dell’ex ministro degli Interni Marco Minniti alla segreteria del Pd è iniziata così: "Il punto cruciale è che di fronte a chi aveva paura, noi abbiamo avuto un atteggiamento aristocratico e non abbiamo ascoltato”. E giù applausi, perché al popolo della Sinistra basta sentire qualcuno che fa un po’ di autocritica con l’affabulazione tipica della gauche impegnata per passare l’esame. Minniti ha fatto l’unica cosa che in questa fase un partito al disastro come il Pd deve fare: cospargersi il capo di cenere.

Ma è cenere di Gauloise (la celebre sigaretta della Sinistra parigina, da Sartre a Prevert) quella che scivola sulla testa lucida dell’ex delfino di D’Alema. Comunque aristocratica, snob, elitaria. Proprio perché utilizza parole di questo tenore: “Il compito della sinistra è quello di stare accanto ai cittadini per liberarli dalle paure, mentre i populisti li vogliono tenere incatenati alle paure”.

Nelle parole di Minniti c’è ancora quell’incrostazione antica per cui un partito deve essere un agente catartico nel mondo, un salvator mundi. Un’utopia, e da almeno dieci anni anche una follia. Eppure, la sciocchezza di immaginare un partito come una guida per il popolino non ha impedito a Minniti di giocare la carta del Riformismo, processo invocato dall’ex Ministro come il sale della sua discesa in campo.

Di qua il riformismo, di là l’accusa al suo partito di essere stato aristocratico. E in mezzo un programma di intenti che rivela la provenienza comunista del nuovo che avanza: “Se la sinistra non ascolta questi ceti con chi parla? Se non vengono tutelati, difesi e pedagogicamente educati dalla sinistra chi lo farà tutto questo?”.

Già il parlare di “ceto” nell’era post globalizzata è quasi ridicolo. Ma la vetta della comicità si raggiunge quando si tornano a sentire parole che credevamo appartenere agli scantinati di Botteghe Oscure: “Educare pedagogicamente”.

C’è in quella frase, in quella pretesa da commissario politico di gappisti parlamentari, tutto il risultato dell’occupazione gramsciana della vita: un partito che non deve rappresentare, ma educare, inculcare nuovi bisogni, far comprendere quali sono le esigenze buone e imporre quelle inutili o dannose. Dire in sostanza cosa è vero e cosa è falso. E non è un caso che tutte le storture in fatto di nuovi diritti abbiano trovato albergo così fertile proprio dalle parti del Pd. 

Le ideologie del gender e dell'omosessualismo, ma anche dell'immigrazionismo non sarebbero proliferate tanto se non ci fosse stato un partito politico che, raccolta l'eredità dei Radicali, diffondesse per verità delle palesi menzogne. Questa è la pedagogia che Minniti ha in mente? Auguri. 

Riecheggia così la vecchia barzelletta dei due militanti rossi: "Hai sentito? Gli elefanti volano". "Ma figurati, adesso gli elefanti volano...". "Davvero, c'è scritto sull'Unità...". "Spetta un po'...già...bassi, ma volano". 

In questo senso bisogna ammettere che Gramsci ha vinto perché l’occupazione di tutti gli spazi vitali della Repubblica ha consentito ai comunisti di proliferare ancora molto dopo la caduta del Muro di Berlino.

E di arrivare fino a noi con la testa lucida di Minniti, che fu comunista e che oggi dice di essere riformista e che rimprovera gli altri del suo partito di essere aristocratici. Lui, proprio lui, che vorrebbe educare il popolo pedagogicamente…