• IDEOLOGIA VERDE

Come previsto: ecco il Green New Deal targato Biden

Uno dei motivi per cui Joe Biden, nelle elezioni del 2020, si era affermato come candidato moderato era il suo rifiuto del Green New Deal, il piano per trasformare l'economia americana secondo i dettami dell'ideologia ecologista. Eppure il piano di Biden per le infrastrutture... è il Green New Deal. Lo rivela il Wall Street Journal.

Joe Biden alla conferenza sul cambiamento climatico di Washington

Uno dei motivi per cui Joe Biden, nelle elezioni del 2020 si era affermato come candidato democratico moderato era il suo rifiuto del Green New Deal. Il mega-piano industriale ecologista, proposto dalla deputata della sinistra progressista Alexandria Ocasio Cortez, era stato fatto proprio dai candidati più massimalisti, come Elizabeth Warren, ma rifiutato da Biden. Anche per questo aveva vinto le elezioni primarie, con i voti di Stati che vivono grazie a gas, carbone e petrolio. Nella campagna elettorale per le elezioni presidenziali, Donald Trump, nel terzo dibattito televisivo, era comunque riuscito a far confessare al suo avversario la volontà di azzerare l’uso di fonti energetiche fossili. Una decisione su cui si gioca il futuro di intere regioni americane, nel Midwest, così come nel Sud. Ora che Biden ha presentato ufficialmente il suo programma per le infrastrutture, introducendolo al pubblico come il più ambizioso dai tempi di Roosevelt (1933-1945), si scopre che è un Green New Deal sotto falso nome. A svelare gli altarini è il quotidiano economico Wall Street Journal, che ha analizzato il piano, punto per punto.

L’autorevole giornale ha individuato i punti cardine del piano infrastrutturale, quelli che comportano una spesa pubblica maggiore: costruzione di nuovi edifici e restauro di vecchi secondo criteri di risparmio energetico, lavori di miglioramento dell’efficienza energetica delle case popolari, nuovi incentivi per le energie rinnovabili, per le batterie elettriche, penalizzazione per le reti elettriche che usano ancora fonti fossili e costruzione di nuove reti basate sulle rinnovabili, incentivi per le auto elettriche, finanziamenti pubblici alla ricerca su energie verdi (rinnovabili, idrogeno, biocarburanti) e altre tecnologie ecologiche.

Sulla carta si tratta di progetti ambiziosi ed encomiabili, per tenere gli Usa al passo coi tempi. Sulla carta. Di fatto, una piccola analisi costi/benefici rivela come i costi siano molto superiori rispetto ai benefici. E che dunque si tratti di scelte ideologiche più che economiche. Il Wall Street Journal parte dai 213 miliardi di dollari che verranno stanziati per la costruzione o il restauro di edifici secondi criteri di risparmio energetico: saranno costituiti prestiti federali, crediti fiscali e dal Weatherization Assistance Program, giudicato inefficiente dal Wsj. In un precedente suo intervento nel Michigan, ricordato dal quotidiano, quest’ultimo ha speso, nell’investimento iniziale, il doppio di quanto si sia risparmiato grazie all’efficienza energetica. Anche i 40 miliardi che verranno investiti nei restauri delle case popolari (per adattarle ai nuovi criteri di efficienza energetica) rischiano di essere in gran parte sprecati, come dimostra il precedente di un investimento analogo effettuato New York.

L’obiettivo più ambizioso di Biden è la trasformazione della rete elettrica, che attualmente è alimentata per più del 50% da fonti energetiche fossili, come gas, carbone e petrolio. La sostituzione di una rete di fonti fossili, con una di fonti rinnovabili comporta rischi enormi: fonti come l’eolico e il solare dipendono troppo da elementi incostanti della natura, come appunto il vento e il sole. Si rischia di incorrere in blackout dovuti alla produzione discontinua dell’energia. Per questo, nel piano di Biden si prevede un forte incentivo (crediti fiscali e sussidi) a chi ricerca e produce batterie per accumulare energia. Ma siccome, allo stato attuale e nel futuro prevedibile, le batterie non basteranno per rendere costante l’erogazione di energia elettrica, ad esse si affianca la costruzione di nuove linee elettriche, dagli Stati più ventosi e assolati a quelli più svantaggiati dalla natura. Basterà? A prima vista parrebbe un balzo indietro, a quando l’uomo dipendeva dagli elementi della natura. In ogni caso, visto che queste tecnologie hanno poco mercato, sarà sempre lo Stato a far la parte del leone, a dirigere il nuovo progresso, a colpi di incentivi e anche punizioni, come il programma Energy Efficiency and Clean Electricity Standard che obbligherà, di fatto, ad abbandonare le fonti energetiche fossili.

Nel programma infrastrutturale saranno destinati altri 174 miliardi di incentivi per l’acquisto di veicoli elettrici. E per la costruzione di mezzo milione di stazioni per la ricarica delle loro batterie. Siccome, anche in questo caso, il mercato è molto ridotto perché la tecnologia dei veicoli elettrici ha ancora grossi limiti (poca autonomia delle batterie, tempi di ricarica troppo lunghi per essere competitivi con una pompa di benzina), anche in questo caso il governo federale punterà a forzare il cambiamento, incentivando l’acquisto di veicoli elettrici da parte di Stati, città, enti pubblici e scuole statali.

Queste spese, più i 52 miliardi di dollari destinati alla ricerca e sviluppo di tecnologie ecologiche, completano il quadro. Salvo un dettaglio: milioni di posti di lavoro dell’industria legata alle energie fossili, da quella estrattiva alla produzione termo-elettrica. Che fine faranno? Altri 50 miliardi di dollari sono previsti per la loro “riconversione” in posti di lavoro verdi. Ma non sarà automatico trasformare ogni operaio della vecchia industria in un “green worker”. Sono previsti sacrifici? Questo e altro per soddisfare l’appetito dell’ideologia verde.