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IL CASO

Chiesti 7 anni e 3 mesi per Becciu. Il processo fa discutere

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Il promotore di giustizia Diddi ha chiesto 7 anni e 3 mesi di reclusione per il cardinale Becciu. Ma è un processo che solleva dubbi di credibilità, a partire dal mancato rinvio a giudizio di mons. Perlasca.

Attualità 27_07_2023

Il 30 aprile 2021 con la lettera apostolica in forma di motu proprio recante modifiche in tema di competenza degli organi giudiziari dello Stato della Città del Vaticano, Francesco ha abrogato la norma che prevedeva il giudizio dei cardinali solo presso la Cassazione, attribuendone la competenza al Tribunale di primo grado. Due mesi dopo, proprio il Tribunale vaticano, su richiesta dell’ufficio del promotore di giustizia, ha disposto la citazione a giudizio per i reati di peculato e abuso d’ufficio del cardinale Angelo Becciu che così è finito nella lista degli imputati per la vicenda nata dall’acquisto del palazzo di Sloane Avenue. Nel comunicato che ne dava notizia, si precisava che questo avveniva «come normativamente previsto».

In effetti, la norma era quella ad hoc promulgata dal Papa 63 giorni prima, l’ennesima diretta a modificare l’ordinamento giudiziario dello Stato della Città del Vaticano. La parte iniziale dell’epilogo di questa storia si è vista ieri nella sala polifunzionale dei Musei Vaticani dove l’udienza del procedimento penale per lo scandalo londinese si è conclusa con la requisitoria finale del promotore di giustizia, Alessandro Diddi.

Sono state chieste pene esemplari per gli imputati: si va dai 3 anni e 2 mesi di reclusione per l’ex presidente dell’Autorità d’Informazione Vaticana, René Brülhart, fino ai 13 anni e 3 mesi per l’ex funzionario dell’Ufficio amministrativo della Segreteria di Stato, Fabrizio Tirabassi. Ma a rubare la scena è senz’altro la richiesta di 7 anni e 3 mesi di reclusione con interdizione perpetua e 10.329 euro di multa che Diddi ha chiesto di infliggere al cardinale Becciu. Da tempo, ormai, l’aula del tribunale ricavata nella sala polifunzionale dei Musei Vaticani si è trasformata in un ring tra l’accusa rappresentata dal promotore di giustizia e la difesa dell’imputato più eccellente.

L’ex sostituto alla Segreteria di Stato non ha deluso le aspettative che si erano create nell’impetuosa conferenza stampa convocata nella sala delle Suore di Maria Bambina all’indomani del brusco siluramento incassato da Francesco con l’accusa sbattutagli in faccia di una segnalazione per atti di peculato. Si è difeso con le unghie e coi denti, non rimanendo isolato come dimostra il sostegno alla sua causa che c’è stato in una parte di opinione pubblica e la solidarietà pubblica che pure ieri ha riscosso dalla diocesi di Ozieri, nonostante a processo ci sia finito - come normativamente previsto - con l'assenso del Pontefice.

Ieri, persino un organo tradizionalmente giustizialista come Domani ha rilevato le contraddizioni di questo procedimento. Nel suo articolo sull’udienza, Francesco Peloso ha scritto infatti che «stupisce, però, come la posizione di prelati di primo piano nella gestione dell’affare di Sloane Avenue, come monsignor Alberto Perlasca, a lungo capo dell’Ufficio amministrativo della Segreteria di Stato del Vaticano (sic) e teste chiave del processo in corso, possa essere escluso da ogni responsabilità dell’intera vicenda». Il peccato originale di questo processo è probabilmente il mancato rinvio a giudizio di Perlasca che fu indagato e subì gli interrogatori “muscolari” del promotore di giustizia pubblicati dal Corriere della Sera. Persino Massimiliano Coccia, autore dell’articolo uscito sull’Espresso a poche ore dall'udienza-choc in cui Francesco tolse a Becciu i diritti legati al cardinalato e la guida della Congregazione delle cause dei santi, scrisse nel suo libro Amen che Enrico Crasso è «colui che muove in accordo con Becciu e la sua segreteria, composta da monsignor Mauro Carlino, monsignor Alberto Perlasca e Fabrizio Tirabassi, la complessa macchina degli interessi speculativi e che porta all’investimento che si rivelerà letale del palazzo londinese».

Becciu, Crasso e Carlino sono stati tutti rinviati a giudizio e per loro ieri sono stati richiesti svariati anni di carcere; Perlasca no. A non aiutare la credibilità di questo procedimento penale c’è stata poi la comparsa delle figure di Genoveffa Ciferri e Francesca Immacolata Chaouqui, con la prima, molto vicina a Perlasca, che ad un certo punto ha scritto un messaggio a Diddi sostenendo di essere stata contattata dalla seconda per convincere il suo amico monsignore a scrivere un memoriale accusatorio e poi a registrare una conversazione con l’ex sostituto. Nella vicenda nata dal palazzo di Londra che, dopo il clamore iniziale, ha perso d’interesse anche per l’opinione pubblica, si sono visti tutti gli elementi legati all’immagine peggiore (e a tratti stereotipata) del Vaticano, dall’opacità sulle finanze all’immancabile capitolo 007. A latere, infatti, si sono dovuti scomodare anche i servizi segreti con due diverse precisazioni del Dis che hanno smentito sia l’appartenenza all’intelligence italiana rivendicata dalla Ciferri - fu solo informatrice ma anni fa - sia l’esistenza di un segreto di Stato a cui sarebbe stata legata l’imputata Cecilia Marogna e a cui si era appellata per chiedere la sospensione del processo a suo carico.

Becciu invece aveva invocato il segreto pontificio - da cui però è stato dispensato dal Papa - proprio sull’attività di Marogna, in particolare in merito ad un suo presunto ruolo nel tentativo di arrivare alla liberazione di suor Gloria Cecilia Narvaez, rapita in Mali dai jihadisti. In base a quanto emerso nel procedimento, dai conti della Segreteria di Stato partirono decine di bonifici per una cifra presumibilmente superiore ai 500.000 euro che finirono in una società slovena riconducibile a Marogna. In tribunale, Becciu ha dato la sua versione spiegando che «la signora mi riferì di un’agenzia inglese di intelligence, Inkerman, con la quale a suo dire si sarebbe potuta interfacciare proficuamente attivandosi per tutte le operazioni necessarie alla liberazione di suor Gloria». L’indagine dell’ufficio del promotore di giustizia ha ricostruito che i soldi inviati in Slovenia sarebbero stati, in realtà, spesi per acquisti personali.

Becciu ha raccontato a processo che parlò in udienza con il Papa della possibilità di facilitare il rilascio della religiosa in ostaggio tramite i servigi della società di Marogna e che Francesco autorizzò l’operazione. Questa circostanza è stata al centro dell’ormai famosa telefonata tra i due registrata da una persona vicina al cardinale il 24 luglio 2021 e nella quale Francesco, sollecitato sul punto dal suo interlocutore, pronuncia, in effetti, un non convintissimo «sì, mi ricordo ehh vagamente ma ricordo». Se pure fosse vero - come il contenuto della registrazione sembra suggerire - che fu lui a dare l’ok, con ogni probabilità il Pontefice non aveva minimamente idea che per una causa così nobile e al tempo stesso delicata si affidassero così tanti soldi della Segreteria di Stato a una società riconducibile ad una donna autoproclamatasi esperta di geopolitica, senza alcun titolo o esperienza degna di nota.

L’ex sostituto ha probabilmente fatto bene ad invocare il segreto pontificio perché rendere pubblico che la Santa Sede è così facilmente pronta a pagare cifre in denaro per la liberazione di religiosi rapiti potrebbe creare un grave rischio per i missionari di tutto il mondo. Tuttavia, specialmente alla luce della ricostruzione fatta nelle indagini vaticane delle spese di parte di quei soldi, lascia più di una perplessità la decisione di fidarsi e affidarsi ad una persona senza adeguata preparazione solo sulla base dell’impressione di una «competenza in materia di geopolitica e di intelligence» ricavata dal loro primo colloquio nel 2016. Dopo la requisitoria di Diddi, la difesa del cardinale ha continuato ad insistere sulla bontà del mandato a Marogna ad attivarsi per la liberazione della suora rapita.

Al di là del rilievo penale della vicenda che sarà il presidente del Tribunale Giuseppe Pignatone a stabilire, questa storia non rende onore alla gestione della Segreteria di Stato negli anni in cui avvennero i fatti. Becciu ha subìto un trattamento mediatico ingiusto, destinatario di una “condanna” prima dell'inizio del processo stesso ed è stato vittima di accuse paradossali - che La Nuova Bussola Quotidiana per prima smontò, dimostrando la vera destinazione dei fondi mandati in Australia come fu poi confermato dal cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin - come quella di aver avuto un ruolo nelle false accuse di abusi contro il cardinale George Pell.

Becciu si è difeso con veemenza, a tratti forse troppa, come si è visto in una delle ultime udienze quando, incalzato dal promotore di giustizia su un presunto ostacolo apposto alla Spe, ha detto di essersi scontrato con l’allora prefetto della Segreteria per l'economia, il cardinale George Pell, dopo avergli contestato gli stipendi eccessivi dei collaboratori. Il porporato australiano, morto lo scorso gennaio, non ha mai amato l’ex sostituto e si era inizialmente congratulato per la sua defenestrazione ma nell’ultimo anno di vita, di fronte all’evoluzione del procedimento penale in cui Becciu era imputato, aveva manifestato privatamente a chi lo conosceva tutta la sua contrarietà nei confronti di quelle che riteneva forzature del diritto che vedevano vittima proprio il suo ex “nemico”.



IL CASO

Becciu non pagò per accusare Pell, un documento lo prova

09_04_2022 Nico Spuntoni

Dall'Australia spunta un documento, che la Bussola ha potuto visionare, che attesta che i soldi transitati dal Vaticano verso l'Australia non hanno nulla a che fare con il processo al cardinale Pell, ma avevano come destinataria una società di sicurezza informatica per un contratto relativo alla gestione di alcuni domini "cattolici".