• EDITORIALE

Chiese, il design invece del sacro?

In un poderoso volume presentato a Roma, che raccoglie i testi delle conferenze episcopali sull'adeguamento liturgico, si ripropongono idee teologicamente errate sugli spazi della chiesa. E soprattutto si usano i vescovi per attaccare il Papa.

Il Duomo di Reggio Emilia

Non discutiamo il valore dell’opera presentata a Roma, presso l’Accademia di San Luca, il 15 gennaio scorso: un volume poderoso (più di novecento pagine), pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana e accompagnato da un’autorevole prefazione (il cardinale Giovanni Lajolo). Il titolo è dotto: Ierotopi cristiani. Le chiese secondo il Magistero. Lo scopo è alto: raccogliere e analizzare i testi degli episcopati nazionali in materia di adeguamento liturgico.

Non mettiamo in discussione neanche il valore dell’autore: Tiziano Ghirelli, responsabile dell’Ufficio diocesano per i beni culturali della diocesi di Reggio Emilia, più noto alle cronache per aver curato i lavori di rinnovamento liturgico nella cattedrale cittadina. L’esito del quale – sia detto per inciso - ha però suscitato giustamente non poche perplessità e critiche

Discutiamo, invece, le idee e il metodo del volume: troppo vecchie le prime, troppo noto il secondo.

Sostiene il Ghirelli che l’edificio chiesa sia non tanto un luogo sacro, quanto “l’icona spaziale della Comunità”. Tradotto: le Chiese sono spazi dell’uomo per l’uomo. Ipotesi esistenzialmente affascinante, teologicamente nulla. “Se il culto non fosse divino – scriveva l’allora cardinale Ratzinger – a nulla servirebbe se non a rappresentare se stessi, e soprattutto non salverebbe l’uomo e il mondo, non lo trasformerebbe in santo”. Basta uno sguardo alla fede dei semplici, sparsa a piene mani nei rivoli della storia: ogni chiesa, costruita da uomini tra le case degli uomini, è sempre stata percepita come abitazione di una Presenza santa, Altra e pur vicina.

Se la visione del Ghirelli è quella descritta, ne consegue la centralità dell’assemblea: “La parola d’ordine del Concilio – afferma in altra sede l’Autore – fu favorire una liturgia più comprensibile e partecipata. La vera novità fu la nuova impostazione ecclesiologica dello spazio per la liturgia che considera l’assemblea, gerarchicamente ordinata, il soggetto celebrante”. In breve: è giusto che ci appropriamo dello spazio celebrativo, perché è nostro. Eppure Ratzinger sollecitava a ritrovare “il coraggio del sacro, il coraggio della distinzione di ciò che è cristiano; non per creare steccati, ma per […] essere realmente dinamici”.

E quindi? La conclusione vien da sé, logicamente: stanca e logora come stanco e logoro è il pensiero debole, il relativismo, il dubbio perpetuo, l’incertezza di fede procurata: “Quello che diventa molto complicato è che il concetto di bellezza e la sua attuazione nella pratica è assolutamente soggettivo, perché ciascuno la realizza secondo i propri canoni. Ecco perché è importante avere una forte consapevolezza del proprio limite”. Insomma, ognuno per sé e Dio per tutti: tolto di mezzo il sacro, affiora il design.  L’arte nel tempio diventa come quella fuori dal tempio: o meglio, il tempio non c’è più – perché l’Incarnazione l’ha travolto. Eppure, scriveva Ratzinger, “con la venuta di Gesù il profano non è scomparso del tutto, ma è continuamente incalzato dal sacro che è dinamico, in via di compimento”.

Ma gli argomenti improbabili, come è noto, vanno almeno ben sostenuti; e qui gli appoggi cercati sono nei testi delle conferenze episcopali, in materia di edifici sacri. Il dubbio sorge quando il Ghirelli ne riassume i contenuti: “È evidente in tutti i testi la sottolineatura della centralità dell’assemblea che recupera un ruolo sacerdotale. […] Soprattutto è chiaramente sottolineata la preminenza dell’altare e come debba essere il centro intorno al quale l’assemblea si dispone: tutti i documenti evidenziano che l’altare deve essere "circondabile", scindendo anche il luogo della celebrazione eucaristica da quello della riserva eucaristica”. (Sul punto, si noti l’imprecisione del Ghirelli: il riferimento fatto ad un’assemblea che circonda l’altare è un passaggio indebito rispetto al dettato dell’Ordinamento Generale del Messale Romano, n. 299, il quale afferma semplicemente essere consigliabile che il celebrante possa girare intorno all’altare!).

Insomma, il papa recupera la comunione in ginocchio, riabilita la messa in latino, corregge il tiro su di una liturgia troppo orizzontale ed evoca il sacro come forza di attrazione per l’uomo moderno: troppo difficile attaccarlo direttamente, troppo scomodo far fronda allo scoperto. Meglio usare (loro malgrado, si spera) i vescovi.