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ANNIVERSARI

Chernobyl, il tabù nucleare che non crolla

Nel 40mo anniversario del tragico incidente di Chernobyl, il 26 aprile, il peggiore della storia del nucleare civile, finalmente si sono messe in risalto le responsabilità sovietiche. Ma il tema della controproducente rinuncia al nucleare resta un tabù.

Editoriali 28_04_2026
Chernobyl (AP)

Il tempo è galantuomo e di Chernobyl si sta iniziando a parlare seriamente. Nel 40mo anniversario del tragico incidente, il 26 aprile, il peggiore della storia del nucleare civile, i telegiornali italiani hanno dedicato ampio spazio alla ricostruzione dei fatti senza nulla risparmiare alle responsabilità del regime sovietico.

Un tema tabù, fino a pochi anni fa, per motivi politici, che ora inizia ad essere affrontato senza censura. Il regime sovietico, stando ai rapporti del Kgb, sapeva che il modello di reattore Rbmk, come quello esploso a Chernobyl, fosse altamente instabile. Furono le autorità politiche a ordinare un test pericoloso, senza sentire obiezioni. Dopo l’incidente, di fatto provocato da ordini errati ed eseguiti con obbedienza cieca, il regime nascose l’entità della fuga radioattiva, causando vittime che avrebbero potuto salvarsi. Il regime sovietico sarebbe crollato di lì a cinque anni e Chernobyl contribuì alla sua caduta: la popolazione, soprattutto quella più colpita, in Ucraina, smise di credere all’informazione ufficiale di Mosca. Anche il mito di Gorbaciov ne esce profondamente intaccato. Era comunque lui al vertice dell’Urss, in veste di Segretario Generale del Partito Comunista e sua è la responsabilità ultima per quel che non era stato fatto prima, per mettere in sicurezza i reattori e quel che è avvenuto dopo.

Il tema che però resta un tabù è il danno economico e psicologico, non nucleare, che Chernobyl ha provocato all’Europa occidentale. La paura dell’incidente al reattore dell’Ucraina sovietica ha provocato un’ondata di panico incontrollabile. In Italia i telegiornali, nel 1986, dedicavano il grosso del tempo alle notizie sull’arrivo della nube radioattiva, dando indicazioni su come comportarsi. Abbiamo vissuto, già allora, lo stesso tipo di paura che poi, più a lungo, abbiamo vissuto con il Covid: stare a casa, possibilmente tenere chiuse le finestre, evitare di mangiare lattuga, evitare di bere latte fresco. Misure che cambiarono per un pezzo la nostra vita, soprattutto la dieta, per una quantità di radiazioni che non la giustificavano per nulla. Vista a posteriori, la nube radioattiva che era giunta fino all’Europa occidentale, Italia inclusa, non ha provocato problemi di salute statisticamente rilevabili.

La stessa quantità di vittime nel luogo dell’incidente, pur grave, è stata ingigantita a dismisura. Secondo alcune fonti di parte ecologista, i morti si conterebbero a centinaia di migliaia nel corso dei decenni successivi, ma gli studi effettuati dal Chernobyl Forum, istituito dalle Nazioni Unite, calcola 2 morti al momento dell’incidente e 28 per sindrome acuta da radiazione (fra i lavoratori della centrale e i primi soccorritori). Nei due decenni successivi, si registra anche un surplus di 4000 casi di tumore alla tiroide, fra coloro che abitavano nell’area dell’incidente quando erano bambini o adolescenti e un aumento dei casi di leucemia fra coloro che parteciparono ai lavori di decontaminazione immediatamente dopo la fuga radioattiva, anche se le stime sono molto incerte ed è difficile risalire all’incidente di Chernobyl quale unica causa dell’insorgere della malattia.

L’ingigantimento delle statistiche sulle vittime, oltre all’aggiunta di particolari da film horror (mutazioni, deformità, nuove specie animali e vegetali… nulla di tutto ciò è mai stato documentato e provato) hanno contribuito a creare una forte e irrazionale paura nell’energia nucleare, più all’Ovest che a Est. L’Italia è quella che ha pagato prima e il conto più salato in termini di sviluppo: meno di un anno dopo, nel 1987, il referendum sul nucleare bocciò l’energia dell’atomo, un campo in cui eravamo sempre stati all’avanguardia. Perso qual treno non l’abbiamo più recuperato, l’Italia è tuttora l’unica grande nazione europea senza centrali nucleari. L’incidente di Fukushima del 2011 (ancor meno letale di quello di Chernobyl) ha spinto l’Italia a respingere l’energia atomica con un secondo referendum e ha indotto persino il governo Merkel in Germania a disfarsi delle centrali nucleari della prima potenza industriale europea. Si tratta di una reazione del tutto emotiva, irrazionale. Il disastro della diga del Vajont, nel 1963 (1917 morti e 1300 dispersi) non ha posto fine all'energia idroelettrica, per fare un esempio. Le centrali europee occidentali, anche negli anni '80, erano molto più sicure di quelle sovietiche. Le centrali di nuova generazione sono decisamente più sicure di quelle di allora. Un incidente dovrebbe servire di stimolo per aumentare la sicurezza di una centrale, non per eliminare del tutto quella fonte di energia.

Chernobyl non ha provocato la rinuncia al nucleare solo in Italia, appunto. Ma in tutta Europa. Tim Gregory, chimico nucleare, sulla rivista britannica The Spectator così quantifica il danno: «Nei vent’anni precedenti a Chernobyl, la produzione nucleare europea è raddoppiata ogni quattro anni, passando da 20 terawattora nel 1965 a 638 terawattora nel 1985. Si tratta di cinque raddoppiamenti in due decenni. Poi il ritmo ha subito un forte rallentamento. Ci è voluto fino al 2004 per raggiungere un picco di 1.035 terawattora, e da allora è in calo». Questo è il mancato sviluppo che ci siamo auto-inflitti, una sorta di vendetta postuma e involontaria del comunismo sovietico: un suo errore, pagato dai suoi nemici. Sono cifre che dovrebbero far meditare in un’Europa in tempo di piena crisi energetica, ancora dipendente dalle fonti fossili da estrarre da paesi bellicosi e ostili, in balia di ogni capriccio geopolitico, o intenta a sognare un futuro impossibile di rinnovabili.