• LA POLEMICA

Che c’entrano con il gender forza e bellezza?

Lo struggimento e il desiderio che tanti ragazzini e ragazzine provano nei confronti della loro realizzazione, oggi sono ridotti in una presunta pressione sociale che li costringerebbe a essere diversi tra loro. Questa è l'ideologia gender, con buona pace di tanti esperti anche cattolici che scrivono su quotidiani, anche cattolici.

Bellezza e forza che c'entrano con il gender?

Ci siamo già occupati del professor Alberto Pellai e della sua battaglia contro chi si oppone al gender (clicca qui). Torniamo ad occuparci dell'editorialista di Avvenire perché la sua difesa dell'ideologia di genere continua a suscitare perplessità. Nel suo blog Pellai promuove il suo nuovo libro intitolato Girl r-evolution, e lo fa con un post intitolato Anche questo è gender (clicca qui). Osserva che le ragazzine provano «un’angoscia profonda nei confronti della propria immagine corporea, del proprio aspetto fisico» e, «pur essendo carine e di bell’aspetto, oggi si sentono brutte e inadeguate».  

È vero, ammette il cattedratico: «per chi viveva 20-30 anni fa essere belle ed essere considerate belle era importante, ma non diventava una vera e propria priorità esistenziale». Cita un caso esemplare: «Anche una giovanissima Miss Italia di qualche anno fa, dichiarata perciò la più bella della nazione, dopo qualche anno dalla sua elezione conquistò la copertina di tutte le riviste perché aveva deciso di farsi una mastoplastica additiva dichiarando: «Volevo sentirmi più sicura e più bella». Insomma, lei che aveva avuto la “certificazione ufficiale” di più bella del reame non si sentiva ancora bella abbastanza». La colpa di questi atteggiamenti sarebbe di una «fortissima pressione sociale», sottintendendo: sono gli stereotipi di genere che impongono alle ragazzine il valore della bellezza, rovinando la loro esistenza e facendole soffrire. Infatti, conclude: «Per chi in questi giorni combatte per fermare l’educazione di genere, sappia che tutto quanto ho scritto in questo post appartiene all’educazione di genere. A voi sembra pericoloso? Blocchereste nella vostra scuola un progetto di educazione di genere centrato sul tema dell’immagine corporea?».

Prendiamola larga. Giovanni Paolo II fu il primo, e per anni l'unico, ad opporsi all'ideologia di genere. Lo fece già nel 1995, scrivendo la famosa Lettera alle donne (clicca qui) in occasione della Conferenza Mondiale sulla Donna di Pechino. In questa lettera il Pontefice scrive queste parole: «Voi vedete, dunque, carissime sorelle, quanti motivi ha la Chiesa per desiderare che, nella prossima Conferenza, promossa a Pechino dalle Nazioni Unite, si metta in luce la piena verità sulla donna. Si ponga davvero nel dovuto rilievo il “genio della donna”, non tenendo conto soltanto delle donne grandi e famose vissute nel passato o nostre contemporanee, ma anche di quelle semplici, che esprimono il loro talento femminile a servizio degli altri nella normalità del quotidiano. È infatti specialmente nel suo donarsi agli altri nella vita di ogni giorno che la donna coglie la vocazione profonda della propria vita, lei che forse ancor più dell'uomo vede l'uomo, perché lo vede con il cuore. Lo vede indipendentemente dai vari sistemi ideologici o politici. Lo vede nella sua grandezza e nei suoi limiti, e cerca di venirgli incontro e di essergli di aiuto. In questo modo, si realizza nella storia dell'umanità il fondamentale disegno del Creatore e viene alla luce incessantemente, nella varietà delle vocazioni, la bellezza- non soltanto fisica, ma soprattutto spirituale - che Dio ha elargito sin dall'inizio alla creatura umana e specialmente alla donna».

Dunque, san Giovanni Paolo II dice che Dio ha elargito in modo speciale alla donna il dono della bellezza, non soltanto fisica, ma soprattutto spirituale. In modo speciale, quindi, la bellezza contraddistingue la donna rispetto all'uomo. Questa differenza non è una “costruzione sociale”, ma un dono di Dio. Questa bellezza che contraddistingue la donna non è soltanto fisica, ma soprattutto spirituale. Cos'è la bellezza spirituale se non la Grazia? E se la tensione, la preoccupazione delle donne, e delle ragazzine in particolare, fosse (anziché una traumatica imposizione sociale) la percezione di un progetto, di una particolare vocazione, di una realizzazione tutta femminile? 

In questo caso sarebbe normale che le donne leghino la propria adeguatezza alla bellezza, non in riferimento ai modelli sociali, ma alla propria vocazione: essere portatrice di grazia. Riflettiamo su quello che scrive il professor Pellai a proposito di Miss Italia: si sentiva insicura e ha deciso di sottoporsi a una operazione per aumentare il seno. Pellai legge questa decisione in questo modo: «non si sentiva ancora bella abbastanza». Ma forse questa Miss non è così superficiale come la descrive il professore: davvero non si sentiva sicura perché non si sentiva bella? O forse (come lei stessa spiega) non si sentiva realizzata, non si sentiva adeguata («Volevo sentirmi più sicura...»), non era soddisfatta di sé e della sua vita; forse la fama, l'ammirazione, il successo, i soldi non l'hanno resa felice, realizzata; non l'hanno fatta sentire amata. E ha quindi pensato di agire sulla propria bellezza, intuendo un legame tra la propria realizzazione e la bellezza. È stata superficiale, si è fatta manipolare dalla pressione sociale, oppure ha sentito un richiamo, ha intuito che la sua realizzazione passa per un'altra strada? La via della bellezza, della Grazia? Ha sbagliato?

L'autostima delle donne, in effetti - al di là delle pressioni sociali -, è inestricabilmente legata alla bellezza. Se vedete una donna trascurata, probabilmente scoprirete che ha bassa autostima. «Non ne vale la pena», vi risponderà. Lo ammette anche Pellai: anche «per chi viveva 20-30 anni fa essere belle ed essere considerate belle era importante», al di là delle attuali pressioni sociali. E questo – proprio come insegnava Giovanni Paolo II – contraddistingue le donne dagli uomini. Gli uomini, infatti, non legano la propria realizzazione alla bellezza, ma alla forza. Anche in questo caso, non alla forza fisica, ma alla forza spirituale, cioè a quella virtù che la Chiesa ha denominato Fortezza, ossia coraggio. Se un uomo non si sente forte, si sente inutile, fallito. Per la pressione sociale a essere machi (ma come: la pressione sociale non ci induce a essere metrosexual?) O perché essi sentono che quello è il loro munus, il dono che hanno ricevuto da Dio che è allo stesso tempo un impegno, un compito, una chiamata?

Anche questo è gender, dice Pellai. Infatti. L'ideologia di genere passa anche attraverso la negazione dello specifico progetto che Dio ha riservato agli uomini e alle donne, della loro vocazione. Lo struggimento, il desiderio, la preoccupazione che ragazzini e ragazzine provano nei confronti della loro realizzazione, del compito particolare e specifico che è stato loro affidato, viene mortificato, banalizzato, ricondotto ad una invisibile, ma onnipresente pressione sociale che costringerebbe uomini e donne ad essere diversi tra loro. La specificità, l'unicità dei doni che Dio ha fatto a uomini e donne viene negata; non è c'è alcun progetto, non c'è alcuna realizzazione, nessun compito. «Per chi in questi giorni combatte per fermare l’educazione di genere, sappia che tutto quanto ho scritto in questo post appartiene all’educazione di genere. A voi sembra pericoloso?», chiede Pellai. Francamente si.