• IL CASO

Charlie, attesa ultima sentenza dell'Alta Corte

Oggi pomeriggio si tiene a Londra la nuova udienza dell’Alta Corte sul caso di Charlie Gard, il piccolo di undici mesi affetto da una rara sindrome mitocondriale, per il quale i genitori stanno lottando per far riconoscere una verità elementare come il diritto di vivere e di ricevere delle cure. Il giudice dovrà pronunciarsi sul protocollo presentato dagli esperti internazionali. Ieri presentata ai manager dell'ospedale inglese una petizione con 375mila firme.
- CHARLIE È SOLO L'INIZIO, di Marco Respinti
- CHARLIE È LA NOSTRA ANIMA, di Silvana De Mari

 

Manifestazione per Charlie Gard

Alle 14 di oggi pomeriggio (le 15 in Italia), si terrà a Londra la nuova udienza dell’Alta Corte sul caso di Charlie Gard, il piccolo di undici mesi affetto da una rara sindrome mitocondriale, per il quale i genitori stanno lottando per far riconoscere una verità elementare come il diritto di vivere e di ricevere delle cure.

La riapertura dell’iter giudiziario, com’è noto, è stata possibile grazie alla presentazione di un protocollo di cura sperimentale da parte di un gruppo internazionale di sette esperti, coordinato dall’ospedale pediatrico Bambin Gesù, che ha convinto il Great Ormond Street Hospital (Gosh) a chiedere all’Alta Corte di riconsiderare il caso alla luce delle “nuove evidenze” spiegate nel documento. L’invio del protocollo, a sua volta, è stato l’ultimo di una serie di atti generati dalla straordinaria mobilitazione di migliaia di cittadini, molti dei quali italiani, che nelle ultime settimane hanno pregato e si sono adoperati in ogni modo per proteggere la vita di questo bimbo inglese.

La palla torna perciò all’Alta Corte, il tribunale che l’11 aprile aveva emesso la prima sentenza a danno di Charlie, mai ribaltata nei successivi gradi di giudizio, autorizzando il Gosh a staccare la ventilazione assistita “nel suo miglior interesse” e contro la volontà dei genitori. Con quella sentenza, il giudice Francis aveva di fatto avvalorato la tesi dell’ospedale londinese, secondo cui non sarebbe etico tenere in vita il bambino per la sua bassa “qualità” e sarebbe “futile” tentare il trattamento sperimentale. Alla base di tale deriva eugenetica c’è poi il falso assunto secondo cui continuare a garantire la ventilazione si configurerebbe come accanimento terapeutico, quando invece - come questo quotidiano ha più volte spiegato (per esempio qui, qui e qui) - la respirazione assistita corrisponde a una cura di base, che consente a Charlie di ossigenarsi e senza la quale morirebbe soffocato.

Grazie al protocollo del Bambin Gesù, l’Alta Corte ha la possibilità di tornare sui suoi passi e concedere a Charlie di sottoporsi al trattamento sperimentale, come chiedono i suoi genitori che vorrebbero curare il figlio negli Stati Uniti e che hanno tra l’altro raccolto più di 1,3 milioni di sterline da quasi 84 mila donatori. Chris e Connie hanno ribadito questa loro volontà nel corso della manifestazione che si è svolta ieri, domenica 9 luglio, a Londra (erano presenti anche alcuni italiani), partecipando assieme ai responsabili di Citizen Go alla consegna ai manager del Gosh di una petizione con oltre 375 mila firme, per chiedere di poter trasferire Charlie in un ospedale straniero.

Le stesse firme verranno consegnate domani alla premier Theresa May, nonostante proprio ieri il segretario alla Giustizia, il conservatore David Lidington, abbia affermato che il governo britannico non ha “nessun ruolo da giocare” in una vicenda che “spezza il cuore”, ed “è giusto che i giudici interpretino la legge, in modo indipendente e senza emozioni”. Parole che abbiamo già sentito tante volte e che nulla dicono su quella che è un’enorme ingiustizia.

Alla manifestazione nei pressi del Gosh, Chris e Connie hanno ringraziato le persone e i media che li hanno sostenuti nella loro battaglia, con un grazie particolare agli Usa e all’Italia. Hanno inoltre ricordato che secondo uno degli autori del protocollo il trattamento ha il 10 per cento di probabilità di funzionare, probabilità che salirebbero al 50 per cento qualora i deossinucleotidi riuscissero ad attraversare la barriera emato-encefalica. I genitori, chiamando Charlie “la nostra carne e il nostro sangue”, hanno detto anche che il bimbo “non ha un danno cerebrale catastrofico” e che “non ha niente da perdere, merita una chance”, aggiungendo: “Avrebbe dovuto avere questa chance molto tempo prima”. Visto il delicatissimo frangente e il parziale dietrofront del Gosh, hanno ringraziato l’ospedale londinese per il “meraviglioso lavoro”, ricordando però allo stesso tempo che non è specializzato nella cura di patologie mitocondriali. Un discorso saggio, in attesa dei prossimi sviluppi.

L’esito all’Alta Corte non è scontato, perché la logica del “miglior interesse” è legata a una mentalità eutanasica non facile da estirpare, che una conferma delle precedenti sentenze rafforzerebbe. Ma la mobilitazione internazionale e il fatto che il Gosh abbia quantomeno richiesto al giudice di prendere in considerazione il protocollo sperimentale lasciano buone speranze, se non altro perché sarebbe ancora più complicato per i giudici inglesi insistere con il motivare l’assurda idea del distacco della ventilazione. Anche perché, già nella sentenza di primo grado, al punto 22, si diceva che “il trasferimento di Charlie negli Usa sarebbe problematico, ma possibile”. Continuare a negare il trasferimento perfino adesso che è stato presentato un protocollo da un gruppo internazionale di esperti, risulterebbe davvero inspiegabile.

E poi, nel frattempo, le iniziative a difesa del diritto di Charlie e dei suoi genitori proseguono senza tregua. I parlamentari repubblicani Brad Wenstrup e Trent Franks hanno annunciato la presentazione di un progetto di legge per concedere la cittadinanza americana al bimbo inglese, soluzione che è stata esplorata nei giorni scorsi anche dal Vaticano. A Palazzo Lombardia è stato esposto un manifesto di grandi dimensioni con la scritta “Save Charlie” e vari Comuni di tutta Italia hanno illuminato di blu le loro sedi o i loro monumenti più rappresentativi in segno di solidarietà alla battaglia della famiglia, aderendo all’iniziativa promossa da Citizen Go, Steadfast, Pro Vita, Universitari per la Vita, Comitato Difendiamo i Nostri Figli e da diverse altre associazioni pro-life. È stata illuminata di blu anche la statua del Cristo Redentore a Rio de Janeiro, a riprova della partecipazione di tanti brasiliani alla vicenda di questo piccolo Gesù inglese. Come ripetono da mesi i suoi genitori: “Se lui sta ancora lottando, noi lotteremo ancora”.