• APPUNTI ALLA CONVENTION DI PARISI

C'è un Italia che chiede alla politica più famiglia

La rinascita demografica esce dalla soffitta dove una politica autoreferenziale e statocentrica l'aveva relegata. Merito di una richiesta dal basso che chiede di invertire la rotta della denatalità e punta a mettere la famiglia in cima come dimostrano gli interventi più applauditi alla convention di Parisi. Idee per un cambio di passo in un'Italia senza speranza.

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Stefano Parisi a MegaWatt

La denatalità non è più un tabù e le politiche di sostegno alla famiglia entrano di diritto tra i temi trainanti di una politica da rilanciare. E’ la società che le chiede. Se un comune denominatore si può trovare tra gli interventi che si sono alternati ieri a Megawatt, la convention di Stefano Parisi per il rilancio politico e culturale del centrodestra, il contenitore famiglia, declinato in varie forme è stato sicuramente il più citato. Famiglia da liberare dai lacci fiscali, famiglia da sdoganare nella responsabilità educativa, famiglia da promuovere con politiche che diano una svolta all’inverno demografico e famiglia come soggetto cardine del principio di sussidiarietà che abbandoni le logiche del welfare state troppo ossessivo dalla culla alla tomba, che è causa del problema Italia.

Tanto che se la Leopolda di Renzi aveva messo al centro le idee della rottamazione della classe dirigente, con una politica però ancora statocentrica, la kermesse di mr Chili ha visto emergere una domanda fondamentale: quella della famiglia come motore della ripresa.

Un indicatore di come la famiglia sia stato il filo rosso che ha unito i vari interventi di esponenti della società civile, rigorosamente seduti in platea i politici che hanno scelto di fare capolino, ma senza diritto di parola, è stato l’ideale applausometro che ha conosciuto impennate ogni volta che l’asticella virava su politiche a misura di famiglia.

Con un picco decisamente insolito per le tematiche della denatalità, che da cenerentola del dibattitto politico, stanno diventando ogni giorno più presenti. Non fa eccezione il parterre della ex Sit di via Watt che ha dedicato a Massimo Gandolfini, leader degli ultimi due Family Day, quattro applausi a scena aperta, diventando di fatto il relatore più applaudito assieme a suor Anna Monia Alfieri, che ha parlato di famiglie e scuola.

Nessuno si illuda. La convention di Parisi è un contenitore programmatico di idee e contributi per ricostruire il centrodestra. L’obiettivo è il governo del Paese e ieri in via Watt si sono rivisti anche certi personaggi del passato politico non proprio tra i più nuovi e altri che dopo un innamoramento renziano lo hanno abbandonato. Ma forse per la prima volta i temi cari al popolo cattolico del Family Day sono stati non solo affrontati, ma messi in cima e non relegati nell’angolino del politically correct. Non è un caso che tra i 20 relatori previsti in scaletta, Parisi abbia inserito l’intervento di Gandolfini subito dopo il suo e quello di Giacomo Lev Mannheimer di Energie per l’Italia.

Gandolfini è stato accolto in sala da una certa freddezza, dovuta probabilmente alla scarsa conoscenza del personaggio da parte di un parterre composto principalmente da forzisti più o meno delusi, ex Udc e qualche scheggia “impazzita” del frastagliato mondo della sinistra, come Franco Debenedetti e Maryan Ismail, transfuga dal Pd per ragioni di gestione dello scottante caso Islam.

Ma la freddezza si è stemperata poco dopo quando Gandolfini ha strappato il primo applauso a scena aperta dicendo che “una fabbrica di idee non può non avere una politica famigliare strutturale perché gli 80 euro non possono esserlo. Non si valorizza solo la donna lavoratrice, ma si valorizza la donna madre”. Il secondo applauso Gandolfini lo ha avuto quando ha ricordato che il problema della demografia non può essere risolto dagli immigrati. E qui giova riconoscere che nell’individuazione della cura la proposta del leader del Circo Massimo di uno stipendio di maternità come in Francia ha riscosso un terzo applauso.

L’ultimo è scrosciato con l’appello a ridare “speranza al Paese che significa ridare speranza alla famiglia”. I mal di pancia della vigilia, provenienti da una parte del mondo cattolico che ha sentito puzza di discesa in campo del neurochirurgo sono stati fugati dallo stesso Gandolfini quando ha detto chiaro e tondo alla platea dell’ex Sit che nel progetto politico di Stefano Parisi, che ha promesso 4 o 5 mesi di lavoro per lavorare a un programma credibile, “il mio popolo avrà una grande attenzione alle politiche famigliari che si basano sulla sussidiarietà”, tema quest’ultimo sviscerato in tutti i modi anche da molti altri relatori, alcuni cattolici come Giancarlo Cesana di Comunione e Liberazione e altri meno identificabili con mondi o schieramenti culturali come Carlo Lottieri ed Elisa Serafini.

Qualcuno aveva rimproverato a Gandolfini di essere andato a casa di chi durante le elezioni amministrative dello scorso maggio aveva detto di essere favorevole all’adozione per le coppie gay. Vero. Ma, stando ai fatti, ieri in via Watt non c’era nessuno, e 20 relatori sono tanti, a portare avanti, declinata in varie forme, la lugubre campagna dei diritti che si trasformano in desiderio, appannaggio ormai di una Sinistra culturalmente rimasta ai suoi clichè. E qualche cosa vorrà pur dire.

A proposito di cliché. Forse non ci ha fatto caso nessuno, ma è pur sempre significativo. Tra i 20 interventi della prima giornata nessuno ha evocato il nome Silvio Berlusconi, né Cavaliere, né Forza Italia. E’ un dettaglio, ma di sostanza che mostra come il progetto politico di Parisi voglia porsi di fronte al passato con l’ottica della riforma nella continuità, se si può citare una terminologia ecclesiastica.

Il mondo cattolico ha fatto però la sua “bella figura” anche con suor Anna Monia Alfieri, religiosa esperta in politiche educative e soprattutto di scuola. Partita citando Manzoni e Leopardi ha rimproverato i cronisti che le hanno chiesto se è una suora di centrodestra (“ormai chi era a destra è passato a sinistra e viceversa, non hanno più senso queste categorie”) ha ricordato come il sistema scolastico italiano sia classista, regionalista e discriminatorio. “Non dà la possibilità a chi è più povero di scegliere una scuola di qualità, negli indicatori Ocse le scuole con gli standard peggiori sono in Sicilia, che in fatto di autonomie la sa lunga quindi è regionalista ed è un sistema discriminatorio perché i docenti non possono sceglie né essere scelti per una scuola di qualità”. Le sue idee? “Costi standard di sostenibilità per allievo” e poi che ognuno scelga la pubblica statale o la pubblica paritaria che preferisce. Risparmieremmo 17 miliardi di euro, l’ho ampiamente dimostrato, vediamo se stavolta qualcuno lo prende su serio. Il vero problema è che lo Stato deve smetterla di trattare la scuola come un ammortizzatore sociale per gli insegnanti, deve essere garante e non gestore”. E giù applausi.

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