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LETTURE PER L’ESTATE / 1

Cattivi: la letteratura li punisce, il mondo li premia

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La letteratura studia i malvagi, li descrive addirittura affascinanti, ma alla fine li punisce. Nel mondo reale, invece, i cattivi tendono a vincere e a imporsi. Lo ricorda Silvia Stucchi nel suo ultimo libro, Cattivi. Il lato oscuro dell’antica Roma.

Cultura 06_07_2026

La letteratura è piena di cattivi memorabili, figure che incendiano le pagine con la loro ferocia, la loro ambizione, la loro fame di potere. Eppure, quasi sempre, il loro destino è segnato: alla fine perdono. È una legge non scritta, un patto morale tra autore e lettore.

Prendiamo Medea: vendicatrice assoluta, capace di superare ogni limite pur di colpire Giasone. Trionfa nell’atto, ma la sua vittoria è un deserto: fugge sola su un carro verso il cielo, laddove non ci sono gli dei. Il Lucifero dantesco è il male allo stato puro, ma è immobilizzato, impotente, conficcato nel ghiaccio: il più grande ribelle della storia finisce prigioniero di sé stesso. E che dire di Iago? Architetta la rovina di Otello con una precisione chirurgica, ma la sua trama gli esplode tra le mani: viene smascherato, catturato, condannato al silenzio eterno. Il potentissimo Sauron, occhio che tutto vede, crolla nel momento in cui l’Anello viene distrutto: basta un hobbit per far svanire un impero di terrore. Il mago oscuro Voldemort, ossessionato dalla purezza del sangue e dall’immortalità, muore per la sua stessa incapacità di comprendere l’amore, sconfitto da un ragazzo che non voleva essere un eroe. Persino Malacoda, diavolo apprendista, fallisce miseramente: non riesce a dannare il suo cliente e viene divorato dallo zio Berlicche.

La letteratura, insomma, non lascia scampo ai suoi malvagi: li osserva, li studia, li descrive addirittura affascinanti, ma alla fine li punisce. La letteratura ristabilisce un ordine morale che la vita, spesso, non garantisce. Nel mondo reale, infatti, i cattivi tendono a vincere e a imporsi. Ce lo ricorda Silvia Stucchi nella sua ultima fatica edita da Ares (2026) intitolata Cattivi; sottotitolo: Il lato oscuro dell’antica Roma. Silvia Stucchi è una delle voci più vivaci e riconoscibili della divulgazione classica contemporanea: insegnante, latinista, giornalista, autrice di saggi che sanno unire rigore e sorriso. Nei suoi libri – da Come il latino ci salva la vita (Ares 2020) ad A cena con Nerone (Ares 2021) – il mondo antico non è mai un museo polveroso, ma un interlocutore vivo, sorprendente, spesso ironico. Stucchi mostra come il latino non sia un reperto, bensì una chiave che apre il presente, illumina le parole, restituisce profondità alle domande che attraversano ogni epoca. Con uno stile brillante accompagna il lettore in un viaggio dove modernità e antichità non sono opposti, ma un’unica storia che continua a camminare.

Così, Stucchi prosegue il suo viaggio dentro il mondo latino affrontando anche i cattivi della storia romana: Silla, Catilina, Tiberio, Caligola, Nerone. Figure che lei invita a guardare con lente più fine: perché la loro epoca aveva parametri morali diversi dai nostri, tollerava livelli di violenza che oggi giudicheremmo inaccettabili, e soprattutto perché le fonti che li raccontano sono spesso ostili, parziali, di parte. Così nascono i ritratti deformati: il Nerone che suona la lira mentre Roma brucia, il Tiberio cupo e perverso, il Catilina demonizzato dai suoi avversari politici. Stucchi non assolve nessuno, ma ricorda che la storia non è un album di caricature: è un territorio complesso, dove il male va studiato prima di essere giudicato. E in questo esercizio di contestualizzazione, il latino torna a salvarci: ci insegna a leggere, a dubitare, a non accontentarci delle versioni comode.

Alcuni personaggi che sono stati tramandati alla storia come cattivi, come Tarquinio il Superbo, sono funzionali alla costruzione dell’identità nazionale della res publica romana. «La deposizione di Tarquinio non fu, con tutta probabilità, una rivoluzione di popolo, ma una congiura di palazzo, e il Superbo non fu fatto a pezzi dall’ira popolare, ma semplicemente esiliato, come solitamente accade a chi soccombe in una battaglia politica» (Stucchi).

Altre figure, passate alla storia come buone, dovrebbero essere inserite tra i cattivi: è il caso di Augusto. La storia è scritta sempre dai vincitori e Ottaviano Augusto costruì il suo mito in modo propagandistico. Le mani di Augusto, in quei decenni di mattatoio generale, non erano certo immacolate. Lui stesso, Ottaviano Augusto, quando, ormai anziano, racconta le sue imprese nelle Res gestae Divi Augusti, incise sulle pareti del tempio di Augusto e della dea Roma ad Ankara, offre in realtà il resoconto di un colpo di Stato: un ragazzo che non ha mai ricoperto alcuna carica pubblica arruola un esercito a proprie spese e si presenta in senato con i soldati da lui stipendiati, forte soltanto del prestigio conferitogli dall’adozione testamentaria.

Stucchi riserva ampio spazio alla condizione della donna nell’antica Roma. Aulo Gellio, vissuto nel II secolo d. C., riporta nelle Notti attiche un discorso di Catone: una donna è multata se ha bevuto del vino; è passibile di morte, senza giudizio, se ha commesso adulterio. I parenti maschi delle matrone romane avevano lo ius osculi, ossia il diritto di baciarle per sentire dall’alito se avessero bevuto vino.

Ebbene, già nel I secolo a.C. il mos maiorum – il rigido costume degli antenati che imponeva un severo codice di comportamento – viene sovente trasgredito. Clodia, cantata da Catullo nel suo Liber, ne è un fulgido esempio. La sua figura si ricostruisce attraverso un intreccio di testimonianze letterarie, giudiziarie e politiche: una donna colta, raffinata, appartenente alla nobilitas, capace di muoversi con disinvoltura in un mondo maschile che non prevedeva spazi di autonomia femminile. Le accuse di Cicerone nel Pro Caelio – che la dipinge come una «Medea Palatina», insinuando addirittura un avvelenamento del marito Metello Celere – sono parte di una strategia retorica, non un resoconto storico. Clodia diventa così il simbolo di una femminilità che infrange i confini del decoro tradizionale: frequenta poeti, partecipa alla vita politica e soprattutto rivendica una libertà che la società romana non era pronta a concedere.

Accanto a lei, Stucchi ricorda un’altra figura femminile che infrange radicalmente i confini del ruolo tradizionale: Fulvia, moglie di Clodio, poi di Curione e infine di Marco Antonio. Le fonti la descrivono come una donna di straordinaria energia politica, capace di influenzare decisioni, guidare fazioni, sostenere milizie. Appare in alcuni testi come dux femina, una donna‑condottiero: partecipa attivamente alla guerra di Perugia, sostiene Antonio contro Ottaviano, interviene nelle dinamiche del potere con una determinazione che scandalizza gli autori antichi, abituati a relegare le donne alla sfera domestica. Fulvia non è solo una trasgressione del mos maiorum: è una figura che mostra quanto la crisi della Repubblica abbia aperto spazi inattesi, dove anche una donna poteva diventare protagonista – e nemica – nella lotta per il potere. La sua figura, come quella di Clodia, è filtrata da ostilità politiche e da una tradizione moralistica che non tollerava donne forti.

Non possono mancare, in questa galleria di ombre, figure come Catilina, Silla, Commodo, Nerone e molti altri che la lettura ci svelerà.