• IL VESCOVO DENUNCIATO PER OMOFOBIA

Castro, il leone che lotta per la libertà del Messico

Ha denunciato la corruzione del suo Paese, non ha paura a tuonare contro il narcotraffico che uccide i sindaci, ma soprattutto ha avuto il coraggio di opporsi tra i primi la dittatura gender, contro la quale ieri a Città del Messico sono scesi in piazza 2 milioni di persone. In cambio è stato accusato di omofobia. Ritratto di Ramon Castro, un vescovo come tanti, che però ad un certo punto ha deciso di fare una scelta definitiva: "Voglio solo che il Regno di Dio si consolidi". Consapevole che la Chiesa oggi ha una missione da compiere.

 

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Il vescovo Ramon Castro

Quando si leggono certe affermazioni vigorose di Ramon Castro, vescovo sessantenne della città messicana di Cuernavaca, recentemente accusato di “omofobia” si penserebbe a un uomo dal carattere impetuoso, ma quando poi lo si sente parlare con voce umile e pacata si comprende che la sua caratteristica principale è la mitezza. La stessa con cui ha dichiarato al quotidiano El Sol de Cautla: “Se andrò in prigione non c’è problema; anche da lì potrò lavorare per l’evangelizzazione”. E’questo il pallino e la risposta alle accuse mosse dal partito socialista di Graco Ramirez, governatore dello Stato di Morelos, del prelato che non perde occasione per richiamare (nei suoi scritti, catechesi, omelie e interviste) a Cristo l’uomo “afflitto dall’individualismo”, senza paura di denunciare la corruzione del potere e gli attacchi alla famiglia.

Per questo Castro ha partecipato, nonostante la denuncia, alla marcha por la familia che si è svolta nella sua città all’inizio di settembre in opposizione all’emendamento costituzionale in favore della legalizzazione del cosiddetto matrimonio fra persone dello stesso sesso. L’azione legale è partita in agosto in seguito ad una riunione sulla famiglia ospitata dal vescovo in cattedrale. “La Chiesa – ha risposto il vescovo durante un’intervista televisiva – ha una missione da compiere. Io non mi sono in nessun modo immischiato con la politica. Ho solo ricevuto persone in cattedrale per ascoltarle”. E poi ha ringraziato le associazione che “mi hanno offerto il loro supporto prendendo le mie difese”. Non è solo quindi il monsignore che nel 2015, a due anni dal suo insediamento a Cuernavaca, aveva espresso il suo amore ai fedeli così: “Sono innamorato di questa diocesi”. Poi alla domanda della giornalista dell’emittente diocesana che lo interrogava sul suo mandato rispondeva: “Cosa chiede un vescovo per la sua diocesi? Chiedo che il Regno di Cristo si consolidi”.

Le prime immagini del suo arrivo in città, nel 2013, ritraggono il prelato circondato da bambini, che ha voluto incontrare e per cui ha celebrato la Messa, parlando con un’autorità che ha suscitato in loro “rispetto, ammirazione e genuino interesse”, secondo il racconto dell’associazione di volontariato Nph International. Ma insieme all’amore che ha generato da subito, il prelato ha attirato anche molto odio lottando sin dal principio del suo mandato contro la corruzione del governo e il narcotraffico. La critica più potente è giunta, però, lo scorso gennaio in seguito all’assassino a Temixco del neoeletto sindaco Gisela Mota. “Com’è possibile che tutta la regione dello Stato sia nelle mani della criminalità organizzata, finanziata dalle persone per essere protette?”, eppure, “l’ho detto e ridetto ripetutamente supplicando, ma nessuno è stato capace di far qualcosa”. A maggio poi ha rincarato confessando il suo “dolore per alcuni politici che consumano le risorse pubbliche (…) dicono che il Messico è in pace, che Morelos è un posto tranquillo, ma la realtà per me e molti sacerdoti che lavorano in trincea è che la violenza prosegue, l’insicurezza prosegue e che ci sono zone dello Stato nelle mani dei narcotrafficanti”. 

La testimonianza praticamente unica (in un paese dove la fede non ha volto pubblico) di Castro è tale che il vaticanista messicano Bernardo Barranco ha scritto: “Questo ha prodotto uno scontro con il governo ma è stato oggetto di discussione anche all’interno della conferenza episcopale, soprattutto fra i vescovi, che sono molto passivi”. E si capisce perché, data l’accusa di aver rubato 27 mila dollari avanzata contro di lui sempre dai socialisti dopo i suoi attacchi contro la corruzione.

Ma come ha ripetuto ai microfoni della tv diocesana locale, la vera piaga non è nemmeno l'illegalità. Tutto nasce infatti dal “materialismo, dall’individualismo e dal relativismo che affliggono la vita del nostro popolo e dell’umanità”. Motivo per cui l’evangelizzazione va fatta “innanzitutto per costruire un popolo” e perciò “nella famiglia in cui portare il Vangelo, dove il bambino cresce cristiano e un buon cittadino nella sicurezza dell’amore fra un padre una madre”.  Ecco perché Castro, nonostante i procedimenti giudiziari già in corso, ha comunque rimproverato la politica di piegarsi alle istanze Lgbt contro il benessere dei cittadini. E lo ha fatto non senza coscienza delle conseguenze, perché “per essere stabilito il regno di Dio non può non suscitare opposizioni”, ha ricordato sulle pagine del Sol de Qualta. Ribadendo che “Gesù lo ha detto: sono venuto a portare il fuoco e la divisione, in riferimento a vivere un fermo e reale impegno con il Vangelo. La presenza di Gesù nelle nostre vite non può essere indifferente e nemmeno indifferente a quelli che ci stanno vicini. Se lo fosse dovremmo dubitare che sia qualcosa, se non una farsa”.