Caro don, Gesù ci dà la soluzione a ogni crisi: restare con Lui
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Davanti alla crisi che oggi tenta di scoraggiare soprattutto noi sacerdoti, bisogna ricordare la missione che Gesù dà ai suoi discepoli. Il Signore non chiede né successo né consenso, ma una cosa indispensabile: restare con Lui. E il primo modo per farlo è rimettere al centro l’Eucaristia.
Qualcuno mi ha chiesto una parola di sostegno davanti alla crisi che oggi tenta di scoraggiare soprattutto noi sacerdoti ed io nella preghiera ho pensato questa condivisone dedicata a ogni sacerdote. La propongo con la semplicità e l’affetto di un padre.
Quale bellezza salva il mondo? Si cita spesso una frase attribuita a Fëdor Michajlovič Dostoevskij: «La bellezza salverà il mondo». Ma nel romanzo L’idiota quella non è un’affermazione: è una domanda. «Quale bellezza salverà il mondo?». La domanda nasce davanti al Cristo morto di Hans Holbein il Giovane, conservato al Kunstmuseum di Basilea: un corpo devastato, senza idealizzazioni, segnato fino in fondo dalla morte. Davanti a quel Cristo, Dostoevskij ci obbliga a guardare in faccia lo scandalo: può una simile bellezza salvare il mondo? La bellezza della croce? La bellezza della sconfitta? La fede cristiana risponde con tremore ma con decisione: sì. Non ci salva una bellezza che seduce, ma la bellezza che si dona. Non ci salva la forza che vince, ma l’amore che resta.
È da qui che nasce la missione. Gesù Cristo invia i suoi discepoli in un mondo ferito dal male, ma non consegna loro armi umane. Non chiede potere, né successo, né consenso. Chiede di armarsi solo della sua Parola, domanda la povertà, la mitezza, la croce. Aggiunge di andare insieme, di entrare nelle case, di seminare senza pretendere risultati. Ma insiste sempre su una cosa sola, indispensabile: restare con Lui. Nel corso dei secoli, i Padri della Chiesa, i santi e il Magistero della Chiesa non hanno fatto altro che custodire questo segreto: la Chiesa cresce per testimonianza, non per conquista. Quando cerca di piacere al mondo, smette di salvarlo. Lo ricordava con lucidità Jacques Maritain dopo il Concilio Vaticano II: il pericolo non è dialogare con il mondo, ma inginocchiarsi davanti ad esso. Oggi questa verità ci raggiunge in modo doloroso, davanti alla diminuzione dei preti e alla fatica di molti giovani presbiteri. Qui occorrono verità e umiltà. Non serve colpevolizzare, non serve negare la fatica, non serve chiedere di resistere senza accompagnare. Così non si formano testimoni, ma sopravvissuti stanchi. Servono invece fraternità reali, accompagnamento spirituale, cura della vita interiore. Perché nessuno è chiamato a portare il Vangelo da solo.
Ma da dove ripartire? Forse, proprio oggi, il vero punto di ripartenza è uno solo: tornare al cuore del cristianesimo. Tornare a mettere al centro l’Eucaristia, celebrata e adorata. Perché l’Eucaristia è il segreto della misericordia divina: il luogo in cui Dio continua a consegnarsi all’uomo senza difese. È il volto terreno della Santissima Trinità, l’amore del Padre che si dona nel Figlio e ci raggiunge nello Spirito. Qualcuno ha forse creduto che il cristianesimo fosse soprattutto fare il bene, spendersi giorno e notte per aiutare il prossimo, organizzare oratori e manifestazioni di massa, darsi da fare in ogni modo possibile perché la gente venisse in Chiesa. Tutto vero, ma l’essenziale, il cuore della fede non è prima di tutto fare, bensì essere: essere io, tu Cristo, incorporati così profondamente a Lui da vivere scomparendo mentre Lui cresce in noi e raggiunge i suoi obiettivi di salvezza a noi sconosciuti. San Paolo ci ricorda costantemente l’essenziale: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20).
Davanti a Cristo che si offre al Padre per salvare il mondo morendo sulla croce, vediamo il dramma della croce, la sofferenza, la nostra fragilità umana, ma anche la totalità dell’amore che si dona. Questa bellezza ferita non resta confinata nella storia: trova il suo perpetuarsi nel mistero dell’Eucaristia, dove Gesù Cristo continua a offrirsi a noi, dove la sua morte e risurrezione diventano presenza viva e nutrimento per la nostra vita. Guardare il Cristo morto ci prepara a riconoscere l’Eucaristia come il cuore pulsante della salvezza, il luogo dove la bellezza della croce si fa vicinanza concreta, alimento per la fede e forza per la missione. Solo chi si lascia assimilare da Cristo può portare Cristo al mondo. Per il sacerdote, ordinato per essere alter Christus, questo mistero assume una responsabilità unica: non celebra solo un rito, ma diventa presenza di Cristo stesso, per offrire la Messa come atto di misericordia, per portare ai fedeli la forza della grazia e la consolazione di Dio.
Tuttavia va sempre ribadito che solo chi si lascia assimilare da Cristo può portare Cristo al mondo. Per questo la Chiesa non rinascerà da una maggiore efficienza, ma da un ritorno semplice e radicale all’Eucaristia vissuta con verità: celebrata con fede, adorata nel silenzio, abitata con tutta la vita. È lì che il discepolo, specialmente noi sacerdoti, ritroviamo la sorgente, il senso della nostra offerta, e la forza di restare. È lì che la bellezza ferita della croce diventa ancora oggi salvezza e speranza. E infine sia chiaro per tutti i cristiani: Gesù non ci chiede di essere eroi, ma coraggiosi peccatori consapevoli della nostra fragilità; non uomini e donne che devono dimostrare di essere capaci di tutto, ma persone che hanno l’umile e liberante forza di mettere i propri peccati nelle sue mani. La forza del discepolo non sta nel sentirsi all’altezza, ma nell’umiltà di chi sa di aver bisogno di misericordia e fa tutto quello che può senza attendere gratificazioni e riconoscimenti. Quando non dobbiamo più difendere un’immagine di noi stessi, allora diventiamo liberi di lasciarci salvare. Da questo punto di vista, Maria è davvero maestra di umiltà e di fiducia. Non ha preteso di capire tutto, non ha voluto dimostrare nulla. Ha creduto, si è affidata, si è consegnata. E proprio per questo Dio ha potuto compiere in lei grandi cose.
In definitiva quindi, secondo me, non si riparte con strutturati piani pastorali che esprimono la forza d’un apostolato di frontiera, ma dal coraggio di tornare all’essenziale che è l’intimo contatto con Cristo come papa Leone ha anche recentemente riproposto specialmente a noi sacerdoti: «Il tempo che la Chiesa sta vivendo ci invita a fermarci insieme in una riflessione serena e onesta. Non tanto per limitarci a diagnosi immediate o alla gestione delle urgenze, ma per imparare a leggere con profondità il momento che stiamo vivendo, riconoscendo, alla luce della fede, le sfide e anche le possibilità che il Signore schiude dinanzi a noi. In questo cammino diventa sempre più necessario educare lo sguardo ed esercitarci nel discernimento, in modo da poter percepire con maggiore chiarezza ciò che Dio sta già operando, spesso in modo silenzioso e discreto, in mezzo a noi e alle nostre comunità» (cfr. Lettera al presbiterio dell’Arcidiocesi di Madrid in occasione dell’assemblea presbiterale “Convivium”).
Questa lettura del presente, a cui ci chiama il Papa, non può prescindere dal quadro culturale e sociale in cui oggi si vive. Tocca a noi non lasciarci assorbire: non ci è chiesto di essere perfetti, ma di restare fedeli alla Verità che salva. Non c’è bisogno di pretendere di essere capaci di tutto, ma occorre ricordare a noi stessi e agli altri a chi apparteniamo. Tutto questo accade quando ci lasciamo prendere, anima e corpo, dal cuore pulsante del cristianesimo: l’Eucaristia. Scrive ancora il Papa ai sacerdoti: «Sull’altare, attraverso le vostre mani, si rende presente il sacrificio di Cristo nella più alta azione affidata a mani umane; nel tabernacolo resta Colui che avete offerto, affidato nuovamente alle vostre cure. Siate adoratori, uomini di profonda preghiera e insegnate al vostro popolo a fare lo stesso». Ecco un buon piano pastorale che non ha bisogno di molti incontri e discussioni per essere applicato. Può cominciare da questa Quaresima ed è un vero rinnovamento della fede, cogliendo tutti i numerosi e meravigliosi germi che già stanno sbocciando spesso in silenzio nelle nostre comunità.
* Vescovo emerito di Ascoli Piceno

