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RELAZIONE A RISCHIO

Carlo III negli Usa, 250 anni dopo l'Indipendenza per ricucire uno strappo

Il discorso al Congresso Usa di re Carlo III è un richiamo alle radici comuni di Usa e Regno Unito e un invito esplicito a rispettare la lunga alleanza. La missione del re è ricucire uno strappo sempre più profondo.

Esteri 29_04_2026
Re Carlo III al Congresso con Jd Vance e Mike Johnson (La Presse)

Re Carlo III ha un unico obiettivo: andare negli Usa, 250 anni dopo la loro dichiarazione di indipendenza da Londra, per cercare di ricucire il “rapporto speciale” fra le due potenze sulle sponde opposte dell’Atlantico. In questa visita di quattro giorni, iniziata lunedì e con un momento culminante ieri, con il discorso al Congresso a Washington, il re d’Inghilterra conta soprattutto sui buoni rapporti personali con Donald Trump e sul risveglio di valori condivisi. Messo da parte il suo repertorio più “woke”, inclusivo ed ecologista (solo un piccolo passaggio sulla natura da difendere, ma con una citazione di un presidente repubblicano, Theodore Roosevelt), re Carlo si è rivolto al Congresso ricordando ciò che accomuna le due democrazie liberali e la loro tradizione condivisa.

Re Carlo ha parlato con un gran senso dell’umorismo, iniziando con una battuta dello scrittore Oscar Wilde che più di un secolo fa affermava “ormai abbiamo tutto in comune con l’America, tranne, ovviamente, la lingua”. E nel suo perfetto inglese british, ha anche ricordato certe singolari tradizioni del suo paese «seguiamo ancora una tradizione secolare e prendiamo “in ostaggio” un membro del Parlamento, trattenendolo a Buckingham Palace finché non sono tornato sano e salvo. Oggigiorno ci prendiamo cura del nostro “ospite” piuttosto bene – al punto che spesso non vuole più andarsene! Non so, signor Presidente, se oggi qui ci siano dei volontari per quel ruolo…?»

Parlando seriamente, re Carlo deve ricordare a deputati e senatori americani che «La storia del Regno Unito e degli Stati Uniti è, nel suo intimo, una storia di riconciliazione, rinnovamento e straordinaria collaborazione. Dalle aspre divisioni di 250 anni fa, abbiamo forgiato un’amicizia che è cresciuta fino a diventare una delle alleanze più significative della storia dell’umanità». Due nazioni che si divisero, ma sulla base della stessa cultura. I padri fondatori degli Usa, quando dichiararono la loro secessione da Londra nel 1776, dice Carlo: «Portarono con sé, e portarono avanti, la grande eredità dell’Illuminismo britannico – così come gli ideali che avevano una storia ancora più profonda nella Common Law inglese e nella Magna Carta. Queste radici sono profonde, e sono ancora vitali. La nostra Dichiarazione dei Diritti del 1689 non fu solo il fondamento della nostra monarchia costituzionale, ma fornì anche la fonte di molti dei principi ribaditi – spesso alla lettera – nella Carta dei Diritti americana del 1791. E quelle radici risalgono ancora più indietro nella nostra storia: la U.S. Supreme Court Historical Society ha calcolato che la Magna Carta è stata citata in almeno 160 casi della Corte Suprema dal 1789, non da ultimo come fondamento del principio secondo cui il potere esecutivo è soggetto a controlli e contrappesi».

Sembrerebbero ragionamenti scontati, ma non lo sono più. Non solo perché i principi costituzionali sulla divisione dei poteri sono ormai apertamente rimessi in discussione (e non solo da Trump), ma anche perché quest'anno è uno dei peggiori della relazione fra Usa e Regno Unito. Prima di tutto, pesa la continua minaccia di Trump a ritirarsi dalla Nato. Poi le battute sull'annessione del Canada (che è membro del Commonwealth britannico) e le mire territoriali sulla Groenlandia. Non hanno facilitato il rapporto le battute sui soldati inglesi che in Afghanistan avrebbero svolto un ruolo “di seconda linea”, peggiorate da quanto ha detto il vicepresidente JD Vance, secondo cui gli alleati nel lungo conflitto contro i talebani erano “paesi a caso che non hanno mai combattuto una guerra negli ultimi 30 o 40 anni”, una frase che ha provocato una profonda indignazione in Gran Bretagna. Di sicuro non facilita il rapporto nemmeno il Pentagono, il cui vicesegretario alla Guerra, Elbridge Colby, forse il più anti-inglese di tutti, non vuole una presenza britannica nel Pacifico e ha rimesso in discussione la partnership dell’Aukus, per la costruzione di sottomarini nucleari assieme a Regno Unito e Australia. Una partnership esplicitamente rivendicata, non a caso, dallo stesso Carlo III, nel suo discorso al Congresso.

Sono già diverse le contese territoriali sulle isole britanniche che stanno mettendo Usa e Regno Unito in rotta di collisione: Trump si oppone alla cessione a Mauritius delle isole Chagos britanniche, che includono anche la base di Diego Garcia. E gli Usa non si oppongono alle mire argentine sulle isole Falklands. Javier Milei, il presidente argentino grande alleato di Trump, ha lanciato la sua nuova offensiva diplomatica per le Malvinas, come gli argentini le chiamano. E, dall’altra parte, il premier Starmer non sta facendo nulla per aiutare gli Usa nella loro guerra contro l’Iran. “Non è la nostra guerra”, ha detto il capo di governo britannico, suscitando la risposta immediata di Trump: “Non è con Churchill che stiamo parlando”.

Ma con Carlo III il rapporto è diverso, Trump è apparso sereno con il sovrano e ha ovviamente scherzato sulla sua stessa regalità: “I due re” si legge nella didascalia della foto che ha lanciato sui social dall’account ufficiale della Casa Bianca. “Un grande uomo”, lo definisce apertamente.

E allora, forte di questo ascendente, Carlo gli ricorda il valore dell’alleanza: «Quest’anno, naturalmente, ricorre anche il 25° anniversario dell’11 settembre (…) Allora eravamo al vostro fianco (messaggio subliminale a JD Vance, ndr). E siamo al vostro fianco ora nel solenne ricordo di un giorno che non sarà mai dimenticato. All’indomani dell’11 settembre, quando la NATO invocò per la prima volta l’articolo 5 e il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite si mostrò unito di fronte al terrore, abbiamo risposto insieme alla chiamata – come i nostri popoli hanno fatto per più di un secolo, fianco a fianco, attraverso due guerre mondiali, la Guerra Fredda, l’Afghanistan e i momenti che hanno definito la nostra sicurezza condivisa. Oggi, signor Presidente, quella stessa, incrollabile determinazione è necessaria per la difesa dell’Ucraina e del suo coraggiosissimo popolo – al fine di garantire una pace veramente giusta e duratura». Anche questo passaggio è stato accolto, a sinistra, da uno scrosciante applauso. Ma si è sentita anche qualche rumorosa contestazione, probabilmente dagli scranni dei Maga, nemici giurati del sostegno Usa all’Ucraina.

«I nostri ideali comuni non solo sono stati cruciali per la libertà e l’uguaglianza, ma sono anche il fondamento della nostra prosperità condivisa. Lo Stato di diritto: la certezza di regole stabili e accessibili, una magistratura indipendente che risolva le controversie e garantisca una giustizia imparziale. Queste caratteristiche hanno creato le condizioni per secoli di crescita economica senza pari nei nostri due paesi», ha detto il re britannico. Che contrariamente a quanto ci si attendeva, non ha parlato del caso Epstein. Ma ha solo fatto un accenno in merito: «In entrambi i nostri Paesi, è proprio il fatto di avere società vivaci, diverse e libere a conferirci la nostra forza collettiva, anche nel sostenere le vittime di alcuni dei mali che, tragicamente, affliggono oggi entrambe le nostre società».