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Carceri in rivolta, è anche colpa del giustizialismo

La rivolte in carcere di questi giorni a causa del Coronavirus sono da condannare, ma il sovraffollamento è causa anche del giustizialismo che è ricorso in questi anni all'abuso della carcerazione preventiva portando al 119% il tasso di sovraffollamento. 

È scoppiata la rivolta nelle carceri italiane. Sono stati coinvolti ventidue istituti penitenziari in tutta Italia, dal carcere di Foggia sono riusciti a evadere in 75, 41 sono stati ripresi e 34 erano ancora latitanti questo pomeriggio, a Modena sono morti sette detenuti, si dice per un eccesso di metadone assunto dopo l’assalto alla farmacia, ma un'indagine è ancora aperta, a San Vittore i carcerati hanno dato fuoco alle suppellettili in diversi reparti e si sono asserragliati sul tetto da dove sono discesi dopo una trattativa coi magistrati, ecc. ecc.

Erano anni che non succedevano atti di una tale gravità, per di più in contemporanea. Come mai? 

Premesso che tutto ciò che è successo è da condannare e sarà oggetto di giuste sanzioni, premessa la dovuta solidarietà agli agenti di polizia penitenziaria che si sono trovati in situazioni di difficoltà, premesso anche che le azioni hanno visto come protagonisti una parte sola dei detenuti, quella dei più arrabbiati, cerchiamo di scavare più a fondo. 

La causa scatenante è stata indicata in un primo momento nella sospensione dei colloqui con la famiglia, non sostituiti, come invece era stato promesso, da un maggior minutaggio nelle telefonate mensili e dall’introduzione delle comunicazioni via Skype. Ma si è capito che questa è stata semmai la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

La realtà è che da tempo le carceri italiane vivono in una situazione al di là di ogni norma legislativa e molte di esse anche al di là di ogni misura di umanità. Il problema più esplosivo è quello del sovraffollamento, denunciato più volte, tra gli altri, da don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani nelle carceri.

Al 30 giugno 2019 i detenuti ristretti nelle 190 carceri italiane erano 60.522, con un tasso di sovraffollamento del 119%, il più alto tra tutti i paesi d’Europa compresi quelli extra-UE. Infatti i posti disponibili, secondo il Ministero della Giustizia sono 50.496. ma questo numero non tiene conto delle sezioni chiuse e delle non poche inagibili. E il numero di detenuti è ancora cresciuto da giugno a oggi. Bisogna anche sottolineare che per posto disponibile si intende un letto ogni 4/6 metri quadrati, ma spesso questo spazio è ulteriormente ridotto.

Si tratta di una situazione esplosiva, tanto più in queste settimane di epidemia di Coronavirus, con i telegiornali, seguiti dai detenuti, che predicano incessantemente di evitare i luoghi affollati e di tenere distanze minime tra le persone: i detenuti non sono forse persone con tutti i diritti alla salute costituzionalmente garantiti?

Il sovraffollamento si spiega anche con il continuo aumento della durata delle pene in corso in questi anni, e con la crescita abnorme del fenomeno delle carcerazioni preventive, cioè di persone recluse senza condanna, in attesa di processo. Quest’ultimo è un fenomeno quasi esclusivamente italiano, e pressocchè la metà dei carcerati in attesa di processo verrà poi riconosciuta innocente. Un’ingiustizia nell’ingiustizia, perchè la legge prescrive la carcerazione preventiva in un numero limitato di casi ma Procure, pubblici ministeri e gup ignorano bellamente questi vincoli, e nessuno li chiama poi a rispondere dei loro abusi ed errori.

Le condizioni di vita all’interno delle carceri stanno peggiorando: nel 30% degli istituti non esistono spazi  verdi, nell’81,3% non è mai possibile collegarsi a internet e, ancor peggio, solo nell’1,8% dei casi esistono possibilità di lavoro per i carcerati alle dipendenze di privati. Eppure è dimostrato che chi ha possibilità di lavorare o di imparare un lavoro in carcere ha un indice di recrudescenza (cioè di ritorno a delinquere dopo la scarcerazione) del 17%, mentre per gli altri è attorno all’80%.

Un capitolo a parte è dato dalla qualità e quantità del cibo fornito ai detenuti, che spesso è scadente o insufficiente. I detenuti debbono quindi, se ne hanno la possibilità economica, ricorrere al cosiddetto sopravvitto, cioè a generi alimentari messi in vendita in uno spazio interno, spesso a prezzi che sono il doppio di quelli praticati dai supermercati della zona, il che è espressamente vietato dall’ordinamento penitenziario, ma è spesso la regola. E ci sono stati numerosi casi di cibo messo in vendita benchè scaduto o addirittura avariato.

Bene, numerose associazioni denunciano da anni queste e altre analoghe situazioni, i cappellani hanno più volte fatto sentire la loro voce, anche l’Europa è intervenuta.  Ma questo è il tempo di un brutale giustizialismo, diffuso tanto nelle istituzioni che nella maggioranza dei cittadini. Però il giustizialismo è la negazione stessa della giustizia. Qualcuno ne vorrà prendere atto?