• L'ESPERIMENTO

Carcere per chi vìola la quarantena. Prove di dittatura in Germania

La sinistra iniziativa del Land di Schleswig-Holstein di aprire il prossimo febbraio un centro di detenzione per quanti verranno ripetutamente colti ad infrangere la quarantena. Ma dall’Italia alla Germania, la modalità di gestione del Covid cambia di poco: ovunque si ama utilizzare toni intimidatori, decisioni dittatoriali che pretendono di tradurre nella vita sociale evidenze scientifiche ritenute inconfutabili.

Il giornale tedesco Bild, lo scorso 22 gennaio, ha girato un reportage (qui un estratto con sottotitoli in francese) sui nuovi campi di detenzione per i refrattari alla quarantena. Si tratta della sinistra iniziativa del Land di Schleswig-Holstein di aprire il prossimo febbraio un centro di detenzione per quanti verranno ripetutamente colti ad infrangere la quarantena, per qualsivoglia ragione. I lettori più assennati penseranno che si tratti di detenzione per modo di dire: avranno preso un albergo di quelli ormai chiusi sine die - visto che sono già previste la quarta, la quinta e la “n” ondata - e avranno previsto una specie di vacanza per questi discoli cittadini.

Purtroppo le cose non stanno così. Si tratta di una vera e propria prigionia, dalla durata breve, certo, che non dovrà superare il tempo della quarantena, ma il regolamento previsto per il soggiorno forzato è tutt’altro che confortevole: il temibile untore dovrà trascorrere i suoi giorni esclusivamente all’interno della propria cella di 12 metri quadri, senza possibilità di godere nemmeno di un quarto d’ora d’aria. Aria che invece è prevista per gli altri detenuti, trattandosi del carcere minorile di Moltsfelde. Insomma, una specie di carcere di massima sicurezza, con tanto di filo spinato, sbarre e lucchetto alle finestre e forze dell’ordine a vigilare.

Reato? Aver violato la quarantena. Nel servizio si utilizza questo termine e non è chiaro se con esso si intenda in realtà la violazione dell’isolamento, sia esso domiciliare o ospedaliero, che riguarda le persone risultate positive ad un tampone, oppure più propriamente la quarantena fiduciaria, cui sono soggette le persone entrate in contatto con positivi.

Anche in Italia, chi viola l’isolamento e la quarantena, oltre ad una sanzione amministrativa, rischia anche la sanzione penale della reclusione da 3 a 18 mesi, quindi ben più lungo del periodo di quarantena imposto nel Land tedesco. Ma a fare impressione in quest’ultimo caso è il tono intimidatorio dell’intero servizio di Bild, come anche il tenore degli interventi delle persone intervistate, come per esempio quelle di Sönke E. Schulz, membro esecutivo del Schleswig-Holstein: «Si va a trovare la persona nel proprio domicilio e le si dice: “Se tu non ti sottometti alla quarantena... ultima possibilità, altrimenti abbiamo un bellissimo stabile a Moltsfelde”».

Dall’Italia alla Germania, la modalità di gestione del Covid cambia di poco; ovunque si ama utilizzare toni intimidatori, decisioni dittatoriali che pretendono di tradurre nella vita sociale evidenze scientifiche ritenute inconfutabili – traslazione già di per sé molto pericolosa -, ma che in realtà poggiano su principi quanto meno ondivaghi e non condivisi da tutti.

Pensate al giochino dei colori delle regioni; da mesi praticamente la situazione è sempre quella, con aumento dei contagi, seguito da un calo. E non di rado i contagi aumentano quando le chiusure sono maggiori. Pensare che sia un andamento naturale della curva dei contagi? Macché. In Emilia Romagna, per esempio, prima della chiusa di Natale eravamo gialli; se questa genialata dei colori funzionasse, avremmo dovuto essere bianchi come la neve. Invece? La neve, sì, è arrivata, ma ci siamo ritrovati arancioni a rischio rosso. E quale ragione scientifica è alla base della norma per cui è possibile andare a trovare una famiglia di 5 persone nella propria regione, mentre non è possibile incontrare un amico che vive da solo nella regione a fianco?

Anche la logica sottesa alla quarantena non è così evidente come sembra. Si tratta di una pesante restrizione alla libertà personale, ragione per cui si dovrebbe esigere che alla base di una tale disposizione vi siano vere e proprie evidenze scientifiche. Ma non è così, come aveva sentenziato la Corte d’Appello di Lisbona, lo scorso 11 novembre scorso (vedi qui). In quell’occasione era stata messa in evidenza l’alta percentuale di falsi positivi dei tamponi RT-PCR, insufficienti, in assenza di una precisa sintomatologia appurata da un medico, a sentenziare un obbligo di quarantena: «Sulla base delle prove scientifiche attualmente disponibili, questo test [il test RT-PCR] non è di per sé in grado di stabilire al di là di ogni dubbio se la positività sia effettivamente equivalente all’infezione con il virus della SARS CoV-2, e questo per diversi motivi, due dei quali sono di primaria importanza: l’affidabilità della prova dipende dal numero di cicli utilizzati; l’affidabilità della prova dipende dalla carica virale presente».

La Corte portoghese dava una spallata ad un altro “dogma” corrente, che dà per scontata la contagiosità delle persone positive: «è importante notare che nessun dato suggerisce che il rilevamento di bassi livelli di RNA virale mediante RT-PCR equivalga all’infettività, a meno che la presenza di particelle di virus infettive non sia stata confermata con metodi basati su colture di laboratorio». Verifica che non avviene praticamente mai.

Prima di confinare dei cittadini nelle proprie case, negli ospedali e ancor più in luoghi di detenzione, bisognerebbe avere la certezza che la persona in questione sia effettivamente contagiosa. Non basta una positività ad un tampone, fosse anche il più affidabile in assoluto: «Nessuno può essere dichiarato malato o pericoloso per la salute per decreto o per legge, anche come conseguenza amministrativa automatica del risultato di un esame di laboratorio, qualunque sia la sua natura».

A novembre, un’intera Corte in Portogallo aveva rimesso le cose al loro posto (anche se molti, continuano a fare le orecchie da mercante). Pochi giorni fa un giudice si è alzato in piedi a Weimar, con una sentenza che condanna senza mezzi termini la legittimità dei lockdown. Speriamo, ora, che anche nel Schleswig-Holstein vi sia un giudice.

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