Capri espiatori, la repressione capillare dei cristiani in Iran
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Spiati ma accusati di spionaggio, i fedeli di Cristo sono costantemente nel mirino della Repubblica islamica. Un dossier solleva il velo sulla macchina persecutoria del regime che non perdona nemmeno dopo la detenzione.
- Persecuzione in Nicaragua di Luca Volontè
Il nuovo rapporto annuale del 2026, Capri espiatori: violazioni dei diritti contro i cristiani in Iran — pubblicato da Article18 insieme a Open Doors, Christian Solidarity Worldwide e Middle East Concern — getta una luce sinistra sulle persecuzioni subite dai cristiani nel Paese. Un tema di cui si parla pochissimo per una rassegna inquietante: in Iran i cristiani affrontano una repressione capillare, orchestrata da un’autorità ossessionata dall’idea di estirpare quella che considera una minaccia occidentale all’ordine teocratico islamico.
La Repubblica islamica ha manipolato e inasprito negli anni le proprie leggi per schiacciare chi non crede in Allah. Già nel 2021, il parlamento iraniano ha inasprito le pene per i reati d’opinione, modificando gli articoli 499 e 500 del codice penale. La riforma prende di mira chiunque sia accusato di propaganda o di minare la sicurezza dello Stato. Di fatto, la legislazione equipara per legge i non musulmani alla stregua di terroristi.
Nel 2025, secondo i dati del dossier, ben 254 cristiani iraniani sono stati arrestati — un dato quasi raddoppiato rispetto al 2024 — e condannati a un totale di oltre 280 anni di reclusione. Nella stragrande maggioranza dei casi, quasi il 90%, i capi d’accusa sono stati formulati ai sensi dell’articolo 500 modificato del codice penale, che criminalizza la «propaganda contraria alla sacra religione dell’islam».
Il rapporto evidenzia la repressione riportando episodi come quello di giugno 2025, due convertiti sono stati condannati a 10 anni (più due e multe) per propaganda “sionista deviante” e “contrabbando” di Bibbie, considerate libro proibito. Nello stesso mese, due armeni e tre convertiti islamici sono stati accusati e poi condannati a oltre cinquant’anni totali di carcere. Poiché il mandato istituzionale dell’IRGC (Corpo delle guardie della rivoluzione islamica) è la difesa ideologica della Repubblica Islamica, tale escalation dimostra che il regime percepisce la fede cristiana sempre più come un pericolo esistenziale. Le chiese domestiche, molto diffuse in Iran, sono state ufficialmente catalogate come cellule nemiche, e i raid si distinguono per brutalità.
L’episodio del 6 febbraio 2026 ne è la prova. Quella sera, almeno venti agenti dell’IRGC in borghese hanno fatto irruzione durante un raduno privato di circa ottanta fedeli a Gatab, nella provincia di Mazandaran. Hanno requisito Bibbie e strumenti musicali ed effettuato arresti sommari. Durante il blitz, i militari hanno preso di mira chiunque indossasse un crocifisso, strappandoglielo dal collo e ferendo i presenti.
Il 3 luglio, ancora, Article18 ha documentato che una corte d’appello ha confermato la condanna di cinque cristiani iraniani a oltre 55 anni complessivi di carcere. La loro colpa? Pregare, battezzare, ricevere la Comunione e celebrare il Natale o la Pasqua.
Pochi giorni fa, le forze di sicurezza hanno occupato la storica chiesa evangelica di San Pietro a Teheran, uno dei pochi luoghi di culto rimasti in Iran — gioiello architettonico del 1876 noto anche come chiesa di Qavam. Lo sfratto della comunità, composta da cristiani armeni e assiri — il cui numero è drasticamente diminuito dall’ascesa della Repubblica islamica nel 1979 — legalmente riconosciuti, è scattato per dare esecuzione a un’ordinanza emessa da un tribunale rivoluzionario nel 1998, rimasta congelata per quasi trent’anni. Quel provvedimento stabiliva che l’intero perimetro di circa quattro ettari — che ospita due scuole e decine di case — venisse confiscato e consegnato all’EIKO, l’Execution of Imam Khomeini’s Order, colosso economico e conglomerato finanziario iraniano sotto il controllo diretto della Guida Suprema. L’EIKO ha già firmato l’esproprio delle chiese di Tabriz, Mashhad, Gorgan e Karaj.
Ai duri maltrattamenti inflitti ai detenuti e all’abuso sistematico dell’articolo 500 si affianca ora anche lo spionaggio dei cristiani, monitorati persino oltre i confini nazionali.
È lo specchio di uno scenario immutato da quasi mezzo secolo. Da 47 anni, la popolazione iraniana è ostaggio di una dittatura islamica che reprime con violenza ogni forma di dissenso.
In questo perimetro di terrore, la conversione al cristianesimo resta un reato grave. I convertiti scontano la pressione maggiore: le loro comunità domestiche vengono violate, i fedeli interrogati e costretti a denunciare gli amici sotto la minaccia di condanne durissime per “attentato alla sicurezza nazionale”. Con le tecniche proprie di un qualsiasi regime comunista.
Di recente, il parlamento ha anche varato d’urgenza una nuova e fumosa legge sullo spionaggio che estende l’applicazione della pena di morte, offrendo al governo un’arma totale per liquidare i dissidenti.
Sull’onda del conflitto tra Iran e Israele, la propaganda di Stato ha iniziato a bollare pubblicamente i convertiti come spie e collaborazionisti. Come osservava il ricercatore John Mac Ghlionn lo scorso aprile: «L’apostasia, l’abbandono dell’islam, è un crimine che prevede la pena di morte. Le chiese sono fuorilegge, i convertiti braccati e le Bibbie trattate come merce di contrabbando».
Nonostante l’Iran sia sceso di una posizione nella World Watch List, l’indice di gravità delle persecuzioni al suo interno è aumentato. Le tensioni militari con Israele hanno spinto il regime a identificare i convertiti come quinte colonne dell’“Occidente”. Basti pensare che subito dopo il cessate il fuoco, le forze di sicurezza hanno arrestato almeno 54 cristiani in 21 città diverse, accusandoli formalmente di spionaggio. L’Iran si conferma così una delle autocrazie più feroci del pianeta.
Per chi sopravvive a questa macchina, il futuro è un deserto. Le condizioni di detenzione sono drammatiche e chi esce dal carcere resta prigioniero di una rete invisibile fatta di pedinamenti e molestie costanti, licenziamenti forzati, esclusione dal sistema scolastico e universitario, nel rischio perenne di veder riaperto il proprio fascicolo giudiziario con nuove accuse inventate. Molti sono obbligati a frequentare corsi coatti di rieducazione islamica per ritornare alla fede musulmana. A ciò si aggiungono le sanzioni accessorie della magistratura: esilio interno, fustigazione, multe, divieto di espatrio e privazione di qualsivoglia diritto.
Nei casi più punitivi, i giudici impongono lavori socialmente utili degradanti, come lo scavo di fosse o il lavaggio dei cadaveri prima dei funerali, alternati a minacce psicologiche volte a costringere i credenti ad abbandonare il Paese. È a causa di questa pressione intollerabile che, ogni anno, migliaia di convertiti al cristianesimo scelgono la via dell’esilio, fuggendo dall’Iran pur di vedere salva la vita e conservare la Fede.
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