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repressione continua

Capri espiatori, la repressione capillare dei cristiani in Iran

Spiati, ma accusati di spionaggio, i fedeli di Cristo sono costantemente nel mirino della Repubblica islamica. Gli ultimi casi di questi giorni confermano il dossier che solleva il velo sulla macchina persecutoria del regime che non perdona nemmeno dopo la detenzione.

Libertà religiosa 10_07_2026
LaPresse (AP Photo/Vahid Salemi)

Il 6 luglio scorso, la trentaseienne Hannah Gholami, cristiana convertita, è rientrata nel carcere di Evin dopo quattro mesi di congedo medico. Arrestata a dicembre 2023 e condannata a luglio 2024, Hannah stava scontando una pena di due anni per reati contro la “sicurezza nazionale”: stava frequentando una delle tante chiese domestiche locali. Insieme a lei sono stati condannati altri tre cristiani con la stessa accusa di associazione sovversiva: Daniel Mohammadi (66 anni), il rifugiato afghano Kourosh Hosseini (45 anni) e un quarto convertito anonimo.

Il 3 luglio 2026, una corte d’appello iraniana ha confermato la condanna di cinque cristiani a oltre 55 anni complessivi di carcere. La loro colpa? Pregare insieme, battezzare, ricevere la Comunione e celebrare Natale e Pasqua.

Pochi giorni fa, le forze di sicurezza hanno occupato la storica chiesa evangelica di San Pietro a Teheran, tra i pochi luoghi di culto rimasti in Iran — gioiello architettonico del 1876 noto anche come chiesa di Qavam. Lo sfratto della comunità, composta da cristiani armeni e assiri — il cui numero è drasticamente diminuito dall’ascesa della Repubblica islamica nel 1979 — legalmente riconosciuti, è scattato per dare esecuzione a un’ordinanza emessa da un tribunale rivoluzionario nel 1998, rimasta congelata per quasi trent’anni. L’intero complesso è stato assegnato, così, all’EIKO (Execution of Imam Khomeini’s Order), controllato direttamente dalla Guida Suprema.

Era il 6 febbraio 2026, invece, quando, almeno venti agenti dell’IRGC in borghese hanno fatto irruzione durante un raduno di circa ottanta fedeli a Gatab, provincia di Mazandaran. Hanno sequestrato Bibbie e strumenti musicali, effettuato arresti sommari e strappato crocifissi dal collo dei presenti, ferendo alcuni di loro.

Sono tutti episodi recenti che s’inseriscono in un’escalation documentata e che prosegue inesorabile. Nel 2025, sono stati arrestati 254 cristiani iraniani (quasi il doppio rispetto al 2024), condannati complessivamente a oltre 280 anni di reclusione. Quasi il 90% delle accuse è stato formulato ai sensi dell’articolo 500 del codice penale (modificato nel 2021), che punisce la «propaganda contraria alla sacra religione dell’islam». Di fatto, la legislazione equipara per legge i non musulmani alla stregua di terroristi.

La cronaca degli ultimi giorni in Iran è suffragata dal rapporto annuale 2026Capri espiatori: violazioni dei diritti contro i cristiani in Iran”, firmato da Article18 insieme a Open Doors, Christian Solidarity Worldwide e Middle East Concern. Il rapporto pubblicato a febbraio scorso, e sistematicamente ignorato dai media, ha acceso i riflettori sulle persecuzioni subite dai cristiani nel Paese degli Ayatollah raccogliendo i dati del 2025. I cristiani affrontano una repressione capillare, orchestrata da un’autorità ossessionata dall’idea di estirpare quella che considera una minaccia occidentale all’ordine teocratico islamico.

Ai duri maltrattamenti inflitti ai detenuti e all’abuso sistematico dell’articolo 500 si affianca, ora, anche lo spionaggio dei cristiani, monitorati persino oltre i confini nazionali.

Il documento evidenzia come le chiese domestiche siano catalogate come “cellule nemiche” e come, dopo il recente conflitto con Israele, la propaganda di regime abbia intensificato le accuse di spionaggio. Il rapporto evidenzia la repressione riportando episodi come quello di giugno 2025, due convertiti sono stati condannati a 10 anni (più multe) per propaganda “sionista deviante” e “contrabbando” di Bibbie, considerate libro proibito. 

Il 23 giugno 2025, il parlamento ha anche varato d’urgenza una nuova e fumosa legge sullo spionaggio che estende l’applicazione della pena di morte, offrendo al governo un’arma totale per liquidare i dissidenti. 

Nonostante l’Iran sia sceso di una posizione nella World Watch List, l’indice di gravità delle persecuzioni al suo interno è aumentato. Le tensioni militari con Israele hanno spinto il regime a identificare i convertiti come quinte colonne dell’“Occidente”. Basti pensare che subito dopo il cessate il fuoco, le forze di sicurezza hanno arrestato almeno 54 cristiani in 21 città diverse, accusandoli formalmente di spionaggio. L’Iran si conferma così una delle autocrazie più feroci del pianeta.

L’apostasia resta punibile con la pena di morte e la nuova legge sullo spionaggio, approvata d’urgenza, amplia ulteriormente le possibilità di applicare la pena capitale. È lo specchio di uno scenario immutato da quasi mezzo secolo. Da 47 anni, la popolazione iraniana è ostaggio di una dittatura islamica che reprime con violenza ogni forma di dissenso.

In questo perimetro di terrore, la conversione al cristianesimo resta un reato grave. Molte restrizioni ai danni della cristianità locale hanno radici fin nei primi anni della Repubblica Islamica dopo la Rivoluzione del 1979. Sotto la guida di Ali Khamenei sono diventate sistematiche, coordinate e istituzionalizzate, attraverso una combinazione di diritto penale, intelligence, regolamenti amministrativi, prassi giudiziaria e propaganda di Stato.

Invece di un divieto totale del cristianesimo, le autorità, nel 1990, decisero di intervenire soprattutto all’accesso ai testi sacri: imposero controlli severi su importazione, distribuzione, possesso e riproduzione di Bibbie in persiano, proprio per limitare le conversioni e la crescita delle comunità di lingua persiana.

Nei primi dieci anni dall’ascesa di Khamenei, edifici ecclesiastici in numerose città (Ahvaz, Abadan, Arak, Shiraz, Isfahan, Mashhad, Gorgan, Tabriz, Teheran e molte altre) furono confiscati su ordinanza dei tribunali rivoluzionari e trasferiti all’EIKO. Alcuni furono demoliti altri riconvertiti a usi non religiosi. Vennero poi presi di mira pastori e sacerdoti tra detenzione arbitraria, sparizioni forzate ed esecuzioni extragiudiziali. 

Oggi, chi viene rilasciato dal carcere rimane sotto costante sorveglianza: pedinamenti, molestie, licenziamenti, divieto di espatrio, multe. In alcuni casi vengono imposti lavori degradanti alternati a pressioni psicologiche per indurre l’abbandono della fede o l’esilio. Molti sono obbligati a frequentare corsi coatti di rieducazione islamica per ritornare alla fede musulmana. A ciò si aggiungono le sanzioni accessorie della magistratura: esilio interno, fustigazione, multe, divieto di espatrio e privazione di qualsivoglia diritto.

Ci sono casi in cui i giudici impongono lavori socialmente utili degradanti, come lo scavo di fosse o il lavaggio dei cadaveri prima dei funerali, alternati a minacce psicologiche volte a costringere i credenti ad abbandonare il Paese. È a causa di questa pressione intollerabile che, ogni anno, migliaia di convertiti al cristianesimo provano la via dell’esilio, fuggendo dall’Iran pur di vedere salva la vita e la Fede.

Il rapporto “Capri espiatori” rende visibile una repressione che, giorno dopo giorno, continua lontano dai riflettori internazionali.



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