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Capire il Giubileo della Speranza

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In questo tempo sazio e disperato la speranza ci pare morta. Accade perché abbiamo scambiato la Speranza con le speranzuole mondane. Per paradosso la croce è l’unica possibilità rimasta alla speranza per mettere in scacco i fallimenti e le miserie che adombrano i nostri sguardi. Verso un Giubileo della Speranza. 

Editoriali 24_02_2025

I termini “giubileo” e “speranza” si attraggono a vicenda. C’è chiara affinità. Infatti è la felicità la meta ultima verso cui protende la speranza, come ci ricorda il Catechismo: «La speranza è la virtù teologale per la quale desideriamo il regno dei cieli e la vita eterna come nostra felicità, riponendo la nostra fiducia nelle promesse di Cristo e appoggiandoci non sulle nostre forze, ma sull'aiuto della grazia dello Spirito Santo» (n. 1817). E parimenti è stata felice l’intuizione di Papa Francesco di dedicare l’attuale Giubileo alla speranza.

Tra le tre sorelle teologali, la Speranza, diciamocelo, è quella a noi più simpatica. Fede e Carità esigono impegno e sacrificio. La Speranza vuole solo che ti abbandoni ad essa, non in modo fatalistico, ma chiedendoti di aiutarla a farla fiorire (e qui son lacrime e sudore) ricorrendo alla grazia divina. La speranza, allora, sa di promessa che si compirà, di salvezza certa, di dono che non guarda ai meriti, ha il profumo della quiete dopo la tempesta e il suono del gocciolio della pioggia una volta che il temporale è passato. È la certezza che l’inverno è la stagione che ci promette la primavera. «La speranza è una gioia prima della gioia» (Filone Alessandrino, La posterità di Caino, Milano 1984, p. 161).

La speranza è il senso ultimo delle cose, ultimo perchè celato e calato in profondità dentro di esse. Soprattutto di quelle che sono l’antitesi della speranza. Ma anche in esse si può scorgere la sua luce, come la Luna, che è satellite notturno, ma nonostante questo riflette la stella che le si oppone di giorno, il Sole.

In questo tempo sazio e disperato la speranza ci pare morta, anche se per ultima. Le chiese si riempiono di panche vuote e di canizie sempre più diffuse, gli sposi hanno siglato contratti matrimoniali a tempo determinato, nel seno di un numero sterminato di donne la vita sboccia e poi subito dopo gela, l’esistenza si allunga ma molti te l’accorciano con finta pietà, i ragazzi sono atoni, imperscrutabili, spogliati dei sogni come gli alberi delle foglie in inverno, paiono aver vissuto già mille vite, ma nessuna di queste appaganti. E poi quella percezione diffusa e anonima di smarrimento, di vuoto incipiente, di inutilità frustrante, di amara rassegnazione, di disfacimento decadente ed inconsapevole, di galleggiamento sulla superficie della sopravvivenza, di non senso così nostro, così occidentale. Quel vivere alla giornata perché i desideri hanno il fiato corto, l’orizzonte limitato, oppressi in un circolo vizioso e monotono.

Tutto, ma davvero tutto pare suggerire di abbandonare ogni speranza a noi che entriamo in questa vita, così stretta d’assedio dalle piccinerie, dai rancori, dagli insuccessi, da tutta quella minutaglia e paccottiglia che si chiama fama, soldi, potere – la dannatissima trinità di ogni secolo – e che presto o tardi ci seguirà nel sepolcro.

Il vaso di Pandora pare che si sia completamente svuotato, ma, ci racconta il mito, in fondo al vaso rimase, per volere di Zeus, proprio la speranza, la cui iconografia classica vede spesso una giovane donna che tiene in mano un bocciolo di fiore, perché la speranza è un “già” ma anche un “non ancora”. È il lucignolo fumigante che può tornare a splendere. Proprio come spiegava Aristotele: la speranza è un atto della volontà che nasce da un'abitudine virtuosa che tende a realizzare un bene non impossibile, ma comunque arduo da ottenere. La speranza allora è chiamata a diventare una condizione esistenziale potenziale, perché aperta sempre alla possibilità che un dolore si addolcisca, che una ferita si sani, che una perdita si muti in un abbraccio e non più in un addio, che un’attesa trovi compimento e che l’insensatezza della morte, l’ultima e peggiore nemica della speranza, trovi un senso. Ma nella sua intrinseca potenzialità si annida anche un rischio: la speranza ti fa volare in alto e tanto più in alto volerai, tanto più rovinosa sarà la caduta se le speranze verranno infrante. Seneca: «Il saggio è colui che sa vivere senza speranza e senza paura» (La fermezza del saggio, 9, 2).

Ma questo accade perché abbiamo scambiato la Speranza con le speranzuole mondane, quelle delle pubblicità, della politica, della scienza, degli influencer che, ci dicono, ce l’hanno fatta nella vita. Perché la speranza con la “esse” minuscola è onnivora di se stessa: non si appaga mai e tende all’infinito. Ed è in questa fortunata scontentezza che possiamo e dobbiamo scovare il vero volto della Speranza, perché quella inguaribile e radicale insoddisfazione è salvifica, è la prova provata che la nostra Speranza vuole tutto, esige Dio: «Si rende evidente che può bastare [all’uomo] solo qualcosa di infinito, qualcosa che sarà sempre più di ciò che egli possa mai raggiungere» (Benedetto XVI, Spe salvi, 30). E noi possiamo appartenere a Dio.

La speranza non si volta mai indietro perché guarda avanti. Per i giovani il futuro appare una promessa, per gli anziani spesso una condanna. Per i primi il futuro è solo qui sulla terra, per i secondi in Cielo. Ma per gli uni e gli altri la speranza è l’unica che possa muoverli verso una meta, verso un destino. Solo chi spera progetta, fa, si consuma, lotta, soffre. I disperati fuggono verso la morte sperando – questa è l’ultima e unica speranza che sopravvive in loro – di non disperare più. Ed anch’essi testimoniano che senza speranza non si fa nulla, nemmeno cercare la morte. Ma «mentre che la speranza ha fior del verde» (Dante, Divina Commedia, Purgatorio, III, v. 135), fintantoché c’è ancora un po’ di speranza l’uomo è capace di guardare in alto, oltre sé nel desiderio di raggiungere quell’oltre per trovare sé. Non si scappa: gli aneliti più profondi, quelli più autentici, non possono avere solo le tre dimensioni di questo mondo, ma devono averne una quarta, la dimensione dell’eternità.

E qui sta il punto, anzi hic stat crux, qui sta la croce, la scala conficcata in terra ed appoggiata al Cielo, il punto dirimente della Storia e della nostra storia. Senza trascendenza la speranza è illusione, è sogno che diventa incubo quando si aprono gli occhi sulla realtà, è inganno come l’acqua del mare per gli assetati. La croce invece redime, riscatta un’esistenza votata alla mediocrità. Per paradosso la croce è l’unica possibilità rimasta alla speranza per mettere in scacco i fallimenti e le miserie che adombrano i nostri sguardi, che avviliscono le nostre anime, che ingombrano e ammorbano le nostre coscienze. Chi crede spera perché «la fede è la “sostanza” delle cose che si sperano» (Spe salvi, 7) e queste ci proiettano nell’eternità: «la loro speranza è piena d'immortalità» (Sapienza 3,4).

Allora la speranza, quella autentica perché autentica follia per questo mondo, non è fuggire la croce, ma essere capaci di rimanervi appesi. Giubilo, speranza, croce. La verità è spesso un ossimoro.