• LE MOSTRE

Canova, una bellezza che incanta. Ma non giunge al Mistero

Dedicate al grande scultore veneto tre mostre, due a Milano (Gallerie d'Italia e Galleria d'Arte Moderna) e una a Roma (Palazzo Braschi), che proseguiranno fino al 15 marzo 2020. Boom di presenze negli scorsi fine settimana. Certamente le opere di Canova colpiscono. E sono anche capaci di suscitare una riflessione sulla vera Bellezza.

“Come il divino Raffaello, e tutti gli altri artisti, andava il Canova in cerca dell’ammirabil bellezza, specialmente nelle sembianze; e quando s’avveniva in alcun leggiadro aspetto, di quello facea diligente ricordo… e poi girandoselo per la fantasia… sapea egli abbellir le sembianze, e dar loro spiritualità e divinità.” Così definisce la ricerca di Canova il suo biografo  Melchiorre Missirini, nella Vita di Canova del 1824.

Il famoso scultore, nato a Possagno (Treviso) nel 1757 e morto a Venezia nel 1822, ha vissuto a lungo a Roma (tempio della bellezza classica nei suoi monumenti e nelle sue splendide collezioni), diventando simbolo per eccellenza del Neoclassicismo, corrente artistica che sosteneva che il bello ideale si incarnava proprio nelle sculture greche e romane.

Canova non si accontenta tuttavia di imitare i modelli antichi, secondo i canoni della bellezza neoclassica, efficacemente definiti dall’archeologo e storico dell’arte tedesco J.J. Winckelmann (1717-1768) “nobile semplicità e quieta grandezza”, insomma il bello ideale. Una bellezza che si esprimeva nell’equilibrio delle proporzioni, la semplicità, la grazia e l’armonia delle forme, che non si trova in natura.

Lo scultore veneto volle invece andare oltre: “ricreare” l’antico, diventando egli stesso “antico redivivo”, capace di interpretarlo secondo il suo tempo. Si collocava perciò “sul doppio confine della memoria e dell’immaginazione umana; a congiungere due spazi infiniti: richiamando a noi i passati secoli; e de’ nostri tempi facendo ritratto agli avvenire”, come acutamente osservò il suo intimo amico, il letterato Pietro Giordani, nel suo Panegirico ad Antonio Canova del 1810. Canova realizzò perciò statue che non si erano mai viste, che suscitarono quello stesso stupore che ancora oggi investe lo spettatore davanti alle famose Tre Grazie o ammirando l’incanto di Amore e Psiche.

Con l’artista di Possagno nasce davvero la scultura moderna, codificata in un metodo di lavoro facilitato da innovazioni tecniche, che diventò prassi consolidata e imitata, per esempio da Bertel Thorvaldsen (1770-1844), scultore danese suo contemporaneo, messo a confronto con il Nostro alle Gallerie d’Italia.

Canova creava infatti un modello in argilla finito in grande, secondo la sua ispirazione poetica, che ne prevedeva poi la formazione  in gesso, materiale economico e non deperibile, modello perfetto per l’opera in marmo. Attraverso la divisione del lavoro in atelier le statue prendevano forma, ma il maestro veneto riservava per sé unicamente l’attività creativa, come l’ideazione del modello e la finitura conclusiva del marmo, capace di dare quella luminosità trasparente alle figure che tanto colpiscono chi le ammira. Lasciava ai suoi aiutanti le pratiche meccaniche di sbozzatura, arrivando così a poter esporre nel suo studio un ricchissimo repertorio di modelli in gesso. Con l’aiuto di allievi e assistenti creò una sorta di ricco campionario aperto al pubblico, utile per le tante ordinazioni che riceveva grazie alla sua fama crescente. Poteva in tal modo soddisfare le numerose richieste, proprio con l’aumento di produttività, assicurato dal suo geniale e innovativo metodo di lavoro, sostenuto da tanti validi collaboratori. Perciò non stupisce che possano essere state organizzate in contemporanea tre mostre sul grande artista, avendo a disposizione un numero così notevole di opere.

Entrando nella mostra alle Gallerie d’Italia a Milano, siamo subito accolti dal capolavoro di Canova, Le Tre Grazie. Provenienti dall’Ermitage di San Pietroburgo, lasciano senza fiato, ancor più nel confronto con lo stesso gruppo di statue, accompagnate da Cupido, modellato da Thorvaldsen, che risultano più immobili nella fissità della loro concentrazione. Le Grazie canoviane hanno proporzioni perfette e mostrano la tenerezza del loro legame; celebrano con le loro forme sensuali e naturali il trionfo della bellezza spogliata di ogni ornamento e la funzione morale e civilizzatrice della “grazia” per il genere umano. Insomma, la bellezza diventa un motivo consolatorio per le tristezze della vita dell’uomo, della società e della storia.

Ed è qui che si apre la domanda: il fascino sensuale e leggiadro delle divine  fanciulle è una  bellezza che ci soddisfa veramente? La maestria del Canova è evidente nei volti ridenti, nell’impercettibile movimento di danza, appunto nella grazia (attributo delle figure mitologiche), caratteristiche che intendono simboleggiare i doni dell’amicizia e dell’armonia offerti all’uomo. È una piena ripresa della concezione classica (e pagana) dell’antichità, solo più sensuale e sentimentale nell’interpretazione dello scultore neoclassico. Ammiriamo il gruppo scultoreo, potendolo osservare nella sua vezzosa soavità e compostezza da tutti i lati, ma risuona in noi l’eco dostoevskiano: “La bellezza salverà il mondo”.

Forse dobbiamo riconoscere allora che non è nella leggiadra bellezza delle figure canoviane che possiamo davvero trovare salvezza. Infatti, pur nel loro fascino innegabile,   non giungono ad aprire lo sguardo alla profondità del Mistero, restando, proprio nella loro grazia misurata e armoniosa, al di qua della soglia dell’Infinito. Ancor più risalta questa “limitazione” nel gruppo di Amore e Psiche (pur sempre nell’assoluta potenza seduttiva che sprigiona), in cui emerge la visione canoviana: un amore sensuale e platonico-spirituale ispirato alla favola di Apuleio. O anche nella Venere, dea dell’amore e della bellezza, tema prediletto dell’antichità. O, ancora, nella rappresentazione della giovane bellezza maschile idealizzata, come emerge dal fascino seducente dell’Apollo che si incorona o dell’Apollino, che rappresentano entrambi il nume che protegge le arti.

Soggetti dunque mitologici, che sembra vogliano confortarci per la nostra incapacità di amare, ma non giungono fino al punto di dischiudere la nostalgia profonda di un Amore più grande di noi, infinito appunto e mai posseduto. Questo Amore che la bellezza canoviana non raggiunge è la vertigine del desiderio a cui tutti aspiriamo, mentre godiamo di una grazia e una leggerezza che, in fondo, forse è solo illusione. Andiamo dunque ad ammirare “l’eterna bellezza” di Canova, come la definisce il titolo della mostra romana, ma senza rinunciare a un percorso personale che affini la nostra comprensione della vera Bellezza che “salverà il mondo”, capace di aprire davvero il nostro sguardo al Mistero.