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dietro le quinte

Callas, Gigli, Caruso, Volpi: la fede... all'Opera

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Non poche voci celebri della lirica, una volta scese dal palco, si inginocchiavano nel silenzio di una cappella: anche "divi" e "dive" avevano bisogno di ascoltare la voce di Dio.

Cultura 07_12_2023
Maria Callas (Joop van Bilsen / Anefo Wikimedia Commons)

È tutto pronto per dare il via questo pomeriggio – come di consueto nel giorno della memoria di sant’Ambrogio, patrono di Milano – alla nuova stagione del Teatro alla Scala: la sala del Piermarini, tra lustrini e paillettes, vibrerà delle note del Don Carlo di Giuseppe Verdi. Il grande sipario rosso è ancora chiuso e attende solo di aprirsi, di dischiudersi. Le poltrone, ancora vuote e in silenzio, aspettano di riempirsi del pubblico che seguirà il tanto atteso evento che per molti melomani rimane, da sempre, una sorta di “sacro rito”: la bacchetta del Maestro Riccardo Chailly darà così l’attacco all’orchestra e all’alzarsi del sipario la sala del teatro sarà invasa dalla luce riflessa del palcoscenico. 

Non sono pochi, invece, i cantanti d’opera che con altra Luce, quella di Dio, hanno avuto a che fare nella loro vita: Maria Callas, Beniamino Gigli, Enrico Caruso, Giacomo Lauri Volpi (solo per citarne alcuni), quando non si sono trovati a cantare davanti al pubblico, nel silenzio di una cappella, hanno pregato Dio. Certamente, le registrazioni di musica sacra o le loro interpretazioni di alcune arie d’opera in cui si respira la preghiera, possono già fornire una più che valida testimonianza della loro anima rivolta a Dio: basterebbe ascoltare l’Ave Maria di Charles Gounod cantata da Beniamino Gigli oppure l’inno pasquale della Cavalleria rusticana di Mascagni cantato da Maria Callas, Inneggiamo, il Signore non è morto. Fin qui, il mondo del palcoscenico. Ma nella vita privata? Qual è stato il loro rapporto con Dio?

È il caso di iniziare con la Diva per eccellenza, con Maria Callas – pochi giorni fa, il 2 dicembre di quest’anno, abbiamo festeggiato il centenario della sua nascita – che aveva per Dio e la Vergine una fede che tanto potrebbe ricordare - per spontaneità e naturalezza - quella di un bambino. Maria Anna Cecilia Sofia Kalos, contrazione del cognome originario Kalogheropoulou (questo il vero nome della famosa cantante), nata a New York nel 1923, di origine greca, era di fede ortodossa. In Maria Callas il rapporto con Dio è sempre stato istintivo, schietto: si rivolgeva a Lui come a un padre. E ciò è testimoniato dalle sue lettere (tantissime) che possono essere definite una “cartina di tornasole” di questo rapporto del tutto particolare con il Signore.

Sono tanti i riferimenti a Dio che troviamo nell’epistolario. Espressioni come «Che Dio mi aiuti» sono assai ricorrenti nelle pagine epistolari: Maria Callas, prima di uno spettacolo, aveva questo senso di abbandono e di richiesta d’aiuto nei confronti del Signore. Il marito Giovan Battista Meneghini in un libro a cura di Renzo Allegri (Maria Callas, mia moglie, Rusconi, 1981) racconta che in ogni città in cui la Callas cantava, «prima di andare in scena, si recava in qualche chiesa e restava a lungo inginocchiata, immobile come una statua. Quando cantava alla Scala, prima delle recite dovevo accompagnarla in Duomo: si inginocchiava davanti a una statua della Madonna che si trovava appena entrati in chiesa, e rimaneva lì, a pregare, anche per mezz’ora. Per ingannare il tempo, io andavo a visitare i vari altari e le statue».

Dalla Diva al Divo, Enrico Caruso. Facciamo un viaggio nel tempo e arriviamo ai primi anni del giovane cantante napoletano. Ci troviamo nel capoluogo campano, nella chiesa di Sant’Anna alle Paludi. La famiglia di Caruso si era trasferita vicino alla chiesetta intorno al 1880,  in via San Cosmo fuori Porta Nolana, 54. E sarà proprio in questa chiesa che il piccolo Enrico maturerà la vocazione artistica, frequentando l’oratorio. In questa chiesetta vi era un sacerdote, tale don Giuseppe Bronzetti, determinante per la sua formazione: è stato, infatti, proprio quest’uomo di Dio ad accorgersi subito delle qualità artistiche del futuro tenore cult del ‘900 tanto da scrivere per lui una farsa musicale dal titolo I briganti nel giardino di Don Raffaele. Ma determinante sarà un’altro episodio che si svolgerà sempre nella stessa chiesetta partenopea dedicata alla madre della Vergine Maria, sant’Anna. Il piccolo Enrico stava cantando nel coro una messa di Saverio Mercadante, compositore napoletano del ‘700, per un funerale: durante l’esecuzione fu notato dal baritono Eduardo Missiano che lo presentò poi al maestro di musica Guglielmo Vergine. Sarà lui il docente che lo seguirà per i primi anni di studio di canto lirico. Possiamo solo immaginare quanto il tenore rimarrà legato a questa chiesa. 

Ma c’è anche un altro episodio nella sua biografia che riesce a fornirci qualche dato in più sul legame tra il tenore e la fede. È un frammento dei suoi ultimi giorni, quando ormai per il suo male – un tumore ai polmoni – non c’è più nulla da fare: viene chiamato un giovane dottore di nome Giuseppe Moscati. Giunto davanti al celebre tenore, Moscati gli ricorda che ha consultato tutti i medici ma non ha consultato Gesù. Caruso, allora, risponde: «Professore, fate quello che volete» – è la sua richiesta d’aiuto spirituale. Poco dopo viene chiamato un padre confessore per amministrargli i sacramenti. Assistito fino all’ultimo dal santo medico, Enrico Caruso morirà al mattino del 2 agosto 1921.

Dopo Caruso, un nome è scolpito nel cuore di tutti i melomani: Beniamino Gigli, il cantore del popolo. La sua voce, dolce e luminosa, rimasta impressa nei vinili degli anni Trenta, resta una delle testimonianze più belle del canto italiano. E la sua voce ha commosso soprattutto un frate cappuccino, san Pio da Pietrelcina. Fra i due personaggi scattò subito un’amicizia. Beniamino Gigli approdò a Padre Pio grazie ad alcuni suoi amici. Dopo le prime presentazioni del caso, san Pio lo portò lungo il viale dell’orto del suo convento per parlargli. Al frate francescano piacevano molto le canzoni napoletane, ma una canzone – prima fra tutte – amava ascoltare: quella canzone era Mamma, un “inno” a tutte le mamme d’Italia che avrebbe poi ispirato un noto film dell’epoca. Padre Pio ascoltò attento la voce del tenore fino a quando, verso la fine, il suo volto era bagnato dalle lacrime.

Dopo quell’incontro, Gigli non fu più lo stesso, soprattutto quando il santo di Pietrelcina lo aveva ammonito con queste parole: «Hai la camicia bianca ma la tua anima è sporca», un chiaro riferimento al Sacramento della Confessione. Beniamino Gigli si avvicinò sempre più ad una vita cristiana di umiltà e di generosità, spronato dalle parole del frate e dal ricordo della madre che gli ripeteva spesso «Ricordati, per cantare bene bisogna avere un cuore buono e volere bene a tutti». Gigli durante la sua lunga e prolifica carriera offrirà – in più occasoni – in beneficenza due terzi dei suoi guadagni. La tomba-mausoleo nella sua città natale, Recanati, presenta ai lati della porta d’accesso due statue bronzee che raffigurano le virtù teologali: la Fede (una donna che porta la Croce di Cristo) e la Carità (una donna con un bambino). Sono questi i simboli della sua fede cristiana.



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