• SPORT ED ECONOMIA

Calcio, un'industria fallimentare

In una sola stagione il calcio professionistico registra perdite superiori ai 400 milioni di euro. Soltanto la televisione ormai permette la sopravvivenza di questo sport popolare, minacciato anche dalla corruzione dei suoi protagonisti.

calcio e denaro

Il plauso unanime alla decisione del Milan di lasciare giovedì scorso il campo della Pro Patria per i cori di stampo razzista rivolti da una parte del pubblico a Boateng, Muntari e Nyang, è la dimostrazione di quanto il calcio sia completamente da rifondare.

Non sembri paradossale quest’affermazione. Non che la decisione dei giocatori del Milan non sia da apprezzare – e che l’odio razziale non sia un reato da perseguire, dovunque si manifesti - ma dire che questa può essere la risposta al razzismo che da anni si consuma negli stadi, è un pò troppo. Non si può affidare solo ai giocatori la risposta ad episodi di questo genere, che avvengono da anni senza che nessuno abbia provveduto in termini coerenti. Chi governa il calcio avrebbe il dovere – non per moralismo, ma per moralità – di tirare un pò le fila di quello che ha seminato e di quello che ha concorso ad alimentare. Anche con l’omissione. Quale campagna contro la violenza e il razzismo ha mai promosso la Federazione Italiana Giuoco Calcio negli ultimi decenni? Nessuna. Qualche dichiarazione ogni tanto, di circostanza, quando proprio non si poteva fare a meno. Niente di più.

Così come, nessuna iniziativa viene presa nei confronti del problema costituito dagli stadi, per la maggior parte insicuri e fatiscenti – oltre che vuoti - e soprattutto  spesso letteralmente in mano alle frange violente del tifo, che in molti casi condizionano pesantemente perfino lo svolgimento delle gare, com’è avvenuto a Genova nella scorsa stagione e hanno legami strettissimi con molte società, che proprio non ci pensano ad isolarle, perché non conviene loro farlo.

Che dire, poi, delle partite truccate e vendute, dei comportamenti omertosi, di quel mondo equivoco, che come dimostrano le inchieste delle Procure di Bari e Cremona, frequenta il calcio, della gestione della vicenda scommesse, i cui episodi emergono a singhiozzo – e solo dopo le inchieste aperte dalla magistratura – mentre si sa perfettamente che le scommesse, legali e illegali, costituiscono una pratica diffusissima, rivendicata persino dal capitano della Nazionale, Gianluigi Buffon che afferma: “Con i miei soldi, faccio quello che voglio”. Un bell’esempio per i giovani, non c’è che dire. Del resto, è il giocatore più pagato della serie A e con i suoi 6 milioni netti all’anno di ingaggio qualche problema di avanzo dai suoi investimenti deve pure averlo.

Il monte ingaggi è il maggior problema che grava sui bilanci delle società: si va dai 120 milioni di euro all’anno per il Milan, ai 115 della Juventus, ai 100 dell’Inter. La serie A complessivamente spende per questa voce 860 milioni di euro all’anno e secondo “La Gazzetta dello Sport”, calcolando tutti i possibili bonus – relativi a gol, presenze e risultati – si arriverebbe a superare il miliardo di euro. Una follia. Determinata dall’inseguimento forsennato ai cosiddetti “top-player”, per mettersi alla pari con le grandi squadre d’Europa, che negli anni ’60, ma anche ’80 e ’90, venivano battute grazie ai talenti del vivaio italiano – Riva, Rivera, Mazzola, ma anche Franco Baresi e, per non dispiacere juventini e interisti, Tardelli e Altobelli - ora abbandonato a favore di giocatori che certamente non ripagano i fiumi di danaro che per loro vengono spesi.

Ecco, i soldi. Perché il calcio questo è. Un’industria. Mettiamo quindi da parte la nostalgia, quella che deriverebbe dai ricordi del calcio di “una volta”, che si immaginava attraverso le cronache di Sandro Ciotti o di Enrico Ameri o di cui si leggevano le gesta grazie a Antonio Ghirelli o Gianni Brera o che Beppe Viola descriveva in televisione con quella straordinaria e irripetibile bravura o in in cui i volti dei calciatori apparivano solo sull’ultima pagina del “Corriere dei Piccoli” o delle figurine “Panini”, non sui giornali dediti al gossip, come oggi avviene.

Il mondo è cambiato ed anche il calcio, si dirà. In meglio, in peggio? Vediamolo e facciamo riferimento ai dati, nudi e crudi, relativi al  2010-2011, contenuti nel Rapporto 2012 redatto da Arel, PricewaterhouseCoopers e Federcalcio. L’industria calcio coinvolge 71.689, delle quali 470 professionistiche, 17.020 dilettantistiche e 54.199 impegnate in attività di settore giovanile, che hanno disputato 704.496 gare, di cui 591.496 ufficiali, alle quali vanno aggiunte oltre 113.000 gare relative all’attività amatoriale. Considerando la fascia d’età 8-12, quasi un ragazzo su quattro (23,9%) gioca a calcio ed è tesserato per la FIGC. Complessivamente la percentuale della popolazione maschile tra i 5 e i 12 anni tesserata per la FIGC è del 19,9%: 464.446 ragazzi impegnati in attività federali su 2.336.259. Il numero complessivo dei tesserati della FIGC è pari a 1.387.046 (+9% rispetto al 2010-2011). I calciatori sono 1.151.437, di cui 14.477 professionisti, 466.371 dilettanti e 670.589 partecipanti all’attività di settore giovanile. I tecnici abilitati sono 62.286, mentre i tesserati dell’Associazione Italiana Arbitri sono 34.728. Un dato rilevante riguarda gli stranieri minorenni al primo tesseramento per società dilettantistiche: sono 7.657. Il totale dei tesserati impegnati nell’attività giovanile è pari a 860.239, in aumento di circa il 4% rispetto all’anno precedente. Nel 2011, un totale di 1,289 miliardi di telespettatori (audience cumulata) ha assistito ad immagini e contenuti relativi a Nazionale A e Nazionale Under 21, per una durata complessiva della visibilità televisiva di quasi 377 ore.

E’ la televisione che regge l’industria calcio. Non sappiamo dire se sia un male o un bene. E’ un fatto, un dato da registrare. Senza la televisione, il calcio sarebbe fallito da anni: l’incidenza dei diritti radiotelevisivi sui ricavi del calcio professionistico italiano (al netto delle plusvalenze) è del 47,8%; in serie A rappresentano il 55,6% dei ricavi di esercizio, mentre in Serie B il 16,7%. I ricavi da stadio rappresentano solo il 10% del totale del valore della produzione delle società professionistiche.

Nel 2010-2011, il totale del valore della produzione del calcio professionistico è stato di circa 2,5 miliardi di euro, con una Serie A che ha generato l’82% dei ricavi, la Serie B il 14% e la Lega Pro il 4%. La perdita netta prodotta dal calcio professionistico è stata pari a 428 milioni di euro, con un incremento di oltre il 23% rispetto alla stagione precedente. Solo 19 sui 107 club analizzati hanno riportato un utile (18%). La riduzione del patrimonio netto è stata di 204 milioni di euro (-50,2% rispetto alla stagione precedente). L’indebitamento complessivo della Serie A nel 2010-2011 (2.658.721.891 euro) è in aumento del 14% rispetto all’anno precedente.

Di fronte a questi dati – ne abbiamo elencato solo i più significativi – appare evidente come quest’industria sia decotta. E’ un grande carrozzone che si mantiene solo con l’indebitamento e con i diritti televisivi, che spende più di quanto ricava, che non è manifestamente in grado, nel suo assetto attuale, di proporre un modello di sviluppo adeguato ai tempi e alle necessità.