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Brexit ancora sospesa dal Parlamento britannico

Si sapeva già che la bozza di accordo con Bruxelles per l’uscita del Regno Unito dall’Ue avrebbe avuto vita dura nel Parlamento britannico. Ma non così dura. Sabato, un Parlamento frammentato ha rinviato la scelta sull'accordo proposto da Johnson per la Brexit e ieri lo speaker John Bercow ha bloccato una seconda votazione. 

John Bercow, presidente della Camera

Si sapeva già che la bozza di accordo con Bruxelles per l’uscita del Regno Unito dall’Ue avrebbe avuto vita dura nel Parlamento britannico. Ma non così dura. Con l’attuale maggioranza, il governo Johnson deve far votare il piano di “divorzio” europeo, non solo da parte delle opposizioni, ma da una maggioranza stessa che è frammentata al suo interno, con una serie di Conservatori dissidenti (anche per motivi opposti) e con gli Unionisti nordirlandesi nettamente contrari.

Sabato, un Parlamento così composto ha bocciato il piano Johnson, ma non definitivamente. Ha infatti votato per l’emendamento proposto da sir Oliver Letwin (Conservatore, ma remainer) che implica di subordinare il voto pro o contro il piano per la Brexit solo dopo l’esame della legge attuativa. Questa tattica permette dunque di esaminare ogni singolo aspetto del piano prima di votare con un semplice sì o no. Teoricamente è un metodo onesto. Tatticamente è un modo per far slittare la Brexit oltre la sua scadenza del 31 ottobre. Ieri Johnson ha provato a scorporare la discussione solo sull’accordo con Bruxelles chiedendo un voto semplice (sì o no), ma il presidente della Camera, John Bercow, non ha permesso che si votasse. Riesumando un regolamento parlamentare del 1604, Bercow ha infatti stabilito che ripetere il voto sullo stesso soggetto per due volte di fila sia “ripetitivo e fonte di disordine”. E adesso?

Adesso si deve passare all’esame e alla votazione della legge attuativa, che è un processo molto più lungo e laborioso che rischia di far slittare la data della Brexit, come è evidentemente nell’intento delle opposizioni. Johnson resta stranamente ottimista. E’ convinto di avere i numeri per far approvare la legge. Il Parlamento, infatti, ha votato per un rinvio, non ha ancora bocciato l’accordo in sé. E Johnson ha una settimana per convincere i Conservatori più riottosi, forse anche i Laburisti che si stanno ribellando alla linea dell’intransigenza dettata dal loro leader, Jeremy Corbyn. Nelle prossime votazioni, secondo i calcoli del Wall Street Journal, si potrebbe formare un’inedita maggioranza a favore del governo e del suo piano. Ne farebbero parte quasi tutti i Conservatori, compresi 28 deputati che finora avevano votato contro perché “brexiters” intransigenti e ben 22 Laburisti ribelli, 50 voti in più che permetterebbero di raggiungere la maggioranza. I contrari, invece, includono sicuramente tutti i membri degli Unionisti nordirlandesi, che non vogliono accettare un piano che istituisce una dogana fra Belfast e Londra, separando di fatto le due realtà. Se non si dovesse trovare una maggioranza entro il 31 ottobre, si aprirebbe un nuovo conflitto. Johnson è determinato a uscire, anche senza alcun accordo in mano. Le opposizioni ritengono che una Brexit senza accordo sia illegale, perché a settembre è passato l'emendamento di Hilary Benn (Laburista, ex euroscettico della primissima ora) che prevede lo slittamento automatico della data di uscita al 31 gennaio prossimo. Johnson, per precauzione, ha inviato una lettera a Bruxelles con la richiesta del rinvio, ma senza firmarla (dunque: a nome del Parlamento, ma non suo). Poi ne ha inviata una seconda esprimendo la sua personale contrarietà al rinvio. 

Psicodramma fra Conservatori ed ex Conservatori: il presidente della Camera, John Bercow, eletto fra le file dei Conservatori ed ex euroscettico, da 10 anni ricopre un ruolo di arbitro teoricamente neutrale. Per legge ha dato le dimissioni dal suo partito. Ma i suoi ex compagni lo accusano di essere diventato fazioso: a favore della parte opposta. Di sicuro si sa che ha votato per il Remain (lo ha dichiarato lui stesso) e che la sua ostilità alla nuova destra lo ha spinto ad impedire a Donald Trump di parlare alla Camera dei Comuni, durante la sua visita nel Regno Unito. Adesso si è distinto per aver condannato la sospensione del Parlamento, definendola “oltraggio alla Costituzione”. Ora che la Corte Suprema gli ha dato ragione, la sua bocciatura a priori del dibattito sull’accordo della Brexit, riesumando un regolamento tanto antico quanto inusuale, è sospettata di boicottaggio. “L’unica coerenza che si può individuare nelle sue decisioni è che queste paiono sempre favorire una parte del dibattito e mai il governo”, lo ha rimproverato in aula il Conservatore David Davies. A cui Bercow ha risposto per le rime: “La mia coerenza sta nel fatto che ho sempre cercato di fare ciò che penso sia giusto per la Camera dei Comuni”.

Le due parti si accusano reciprocamente di essere anti-democratiche. Hanno ragione e torto al tempo stesso, dipende che cosa si intende per democrazia. La democrazia parlamentare è stata rispettata maggiormente da Bercow, sicuramente. Mentre il governo Johnson mira ad andare al sodo e raggiungere l’obiettivo il prima possibile, è la Camera che ha frenato, riportando al centro il dibattito e il voto parlamentari, senza forzature. Johnson, dal canto suo, anche oggi è tornato ad accusare la Camera di non rispettare la volontà popolare, che è stata espressa nel referendum del 2016. E quello resta l’unico dato reale disponibile sulla volontà della maggioranza dei cittadini britannici: una chiara scelta di uscire dall’Ue. Diversi sondaggi dimostrano che questa volontà è cambiata? Tutto può essere, ma le ultime elezioni europee hanno premiato, con un sorprendente 30% un partito chiamato Brexit, che pure era nato solo un mese prima.