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Bielorussia, arrestati i leader della protesta

In Bielorussia: i leader dell’opposizione sono tutti in arresto o in esilio. Maria Kolesnikova, ultima rimasta in patria, è stata rapita lunedì e ha rischiato di essere espulsa in Ucraina. Anche la premio Nobel Svetlana Alexievich rischia l'arresto. L'arcivescovo di Minsk, mons. Kondrusiewicz, è in esilio. Mons. Kosobutskij, che lo sostituisce, prega per la libertà e la pace di un popolo represso.

Minsk

In Bielorussia, gli arresti sono arrivati a quota 8000, i morti sono 6, i leader dell’opposizione sono ormai quasi tutti in arresto o in esilio. Maria Kolesnikova, ultima delle maggiori esponenti dell’opposizione rimasta in patria, è stata rapita lunedì ed ha rischiato di essere espulsa in Ucraina. Per evitare la sorte delle altre esuli, ha strappato il suo passaporto. Intanto l’arcivescovo di Minsk, Tadeusz Kondrusiewicz, è ancora in Polonia e un ritorno in patria gli viene impedito dal presidente Lukashenko. Svetlana Tikhanovskaja, in esilio in Lituania, prega i manifestanti di continuare a protestare pacificamente, di astenersi da una risposta violenta ad una polizia sempre più brutale.

Continuano senza sosta gli arresti dei membri del Consiglio di coordinamento dell’opposizione. Nel fine settimana sono stati prelevati Anton Rodnenkov e Ivan Kravtsov, esiliati in Ucraina. L’avvocato Maxime Znak è stato arrestato lunedì mattina, mentre era in teleconferenza con un intervistatore russo, e si troverebbe ancora in carcere a Minsk. Maria Kolesnikova, arrestata nella stessa campagna di retate degli oppositori, ha appunto rifiutato di essere deportata in Ucraina e ha distrutto i suoi documenti. Ora si trova in carcere a Minsk e dovrà rispondere dell’accusa pesantissima di tentativo di colpo di Stato.

Problemi anche per la scrittrice Svetlana Alexievich, premio Nobel per la Letteratura nel 2014, anche lei membro del Consiglio: un gruppo di uomini mascherati ha provato a fare irruzione nel suo appartamento. Per rispondere a questa chiara intimidazione, diplomatici europei si sono offerti per presidiare la sua casa. “Le molestie, gli arresti e l'esilio forzato dell'opposizione in Bielorussia sono una grave violazione delle proteste pacifiche contro il regime bielorusso – ha scritto Ann Linde, ministro degli Esteri svedese, presente nella casa della scrittrice - Sono felice di condividere questa foto scattata un momento fa a Minsk con Svetlana Alexievich circondata da diplomatici europei, tra cui un diplomatico svedese”.

La protesta in Bielorussia è una lotta politica interna. Non si intravvede neppure nei simboli una tensione fra Est e Ovest: gli oppositori non sventolano le bandiere europee, ma quelle bianco-rosse dell’indipendenza bielorussa. L’opposizione, decimata dagli arresti, non ritiene valido il voto che ha riconfermato (per la sesta volta dal 1994) il presidente Aleksandr Lukashenko. La protesta è ancora ampiamente pacifica. Non si registrano scontri a fuoco, i manifestanti, in maggioranza donne (e guidate da donne, mogli dei leader incarcerati dell’opposizione), protestano per le strade senza saccheggiare, senza cercare lo scontro con la polizia e dimostrando una tenacia senza precedenti nella storia del Paese. Nonostante ciò, la polizia anti-sommossa sta reagendo con grande violenza. Sono ormai centinaia le testimonianze di torture nelle carceri e di pestaggi nelle strade, provate dalle foto delle ferite. L’ultimo caso su cui si sta indagando è quello dell’uccisione dell’autista Henadz Shutau, di Brest. Secondo la polizia è stato ucciso durante gli scontri, ma un video dimostra come sia stato freddato con un colpo di pistola, per strada, lontano da ogni manifestazione. Secondo la figlia, Shutau stava semplicemente aspettando il taxi. Se confermata questa versione è l’ulteriore conferma che forze di polizia e para-militari stanno andando fuori controllo e iniziano a sparare senza seguire alcuna regola.

Un’altra caratteristica della protesta, oltre alla sua strategia pacifica, è la presenza importante della Chiesa cattolica, minoritaria rispetto a quella ortodossa, ma con un popolo che è pari a un 12-15% della popolazione. Un sacerdote di Vitebsk, don Vjaceslav Borok, intervistato dal sito russo Snob.ru, conferma che nel Paese c’è “una vera guerra civile, in cui è stata violata la pace e la concordia degli abitanti della Bielorussia: più di 8000 persone arrestate, 6 hanno perso la vita, molti sono scomparsi senza dare notizia, centinaia hanno subito violenze. I colpevoli stanno dalla parte delle autorità statali; la Chiesa non protesta, ma predica la parola di Dio e difende la persona umana e la sua dignità”. Secondo il sacerdote, parroco della chiesa di S. Antonio da Padova, anche nella Chiesa ortodossa, da sempre vicina allo Stato, si nota una crescente insofferenza nei confronti del regime. “Anche il metropolita ortodosso Pavel è stato bruscamente trasferito in Russia, impedendogli di svolgere la sua missione”, mentre altri vescovi ortodossi, come Artemij di Grodno, parlano apertamente di violazione della verità e della giustizia.

Con Tadeusz Kondrusiewicz in esilio in Polonia, domenica, Jurij Kosobutskij, vicario generale e reggente dell’arcidiocesi di Minsk, ha pregato di fronte a un migliaio di persone di fronte alla chiesa dei santi Simone ed Elena, in centro nella capitale. Inequivocabile la sua omelia: ha pregato “per le persone che desiderano la felicità per la nostra patria, per tutte le persone che vogliono vivere in un Paese libero, che non vogliono che da noi ci siano ricatti, repressioni, oppressioni e paura. Vogliamo essere liberi e pacifici, vogliamo essere bielorussi che costruiscono il loro futuro di pace”. Il vescovo ha ricordato che “molti sono usciti in piazza, ma molti non sono tornati a casa, e non torneranno mai più… c’è chi ha donato la sua vita, e questa è una tragedia per il popolo intero”. E anche i moltissimi che hanno espresso pacificamente la propria protesta “e poi sono stati picchiati, menomati e portati nelle carceri di Okrestina e Zhodino, dove sono stati derisi e torturati”. Il vescovo ha invitato a perdonare, “Solo i forti sanno perdonare, e perdonando si avvicinano a Dio”. Questa tragedia collettiva, “ci ha mostrato chi siamo davvero, ma ci ha anche unito: siamo cambiati, e non c’è ritorno, ma c’è un grande bene che ci aspetta, è la nostra solidarietà”.