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la querelle

Biancavilla, il vescovo, il sindaco e lo sguardo volto a Dio

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Tensione risolta tra il primo cittadino del comune catanese e il presule, che si è scusato per averlo bacchettato coram populo interrompendolo durante l'atto di affidamento alla Vergine. Scena virale e non priva di spunti di riflessione sul ruolo della fede nella società e persino, involontariamente, sull'orientamento della liturgia.

Editoriali 03_09_2026

Pace fatta a Biancavilla, provincia e arcidiocesi di Catania, tra il sindaco Antonio Bonanno e l’arcivescovo Luigi Renna, protagonisti di una tesissima festa patronale della Madonna dell’Elemosina (o della Limosina) che ha fatto il giro del mondo e del web. Com’è noto, domenica 30 agosto il primo cittadino è stato pubblicamente bacchettato dall’arcivescovo prima, durante e dopo l’atto di affidamento alla Vergine, come da consuetudine pronunciato a nome della comunità. Anzi, solo prima e durante, il dopo non c’è stato perché la lettura del testo è stata bruscamente interrotta dal presule, il quale, non pago, ha negato agli incolpevoli fedeli la benedizione papale (con annessa indulgenza). L’indomani, 31 agosto, il sindaco ha espresso via social «amarezza e incredulità», pubblicando integralmente il testo di cui non ha potuto terminare la lettura e ricordando che «era stato inviato in anteprima all’arcivescovo, senza che mi fosse stata sollevata alcuna osservazione». Tensione sciolta il giorno dopo ancora, 1° settembre, quando Bonanno annunciava di aver ricevuto una lettera dell’arcivescovo che «ha chiesto sinceramente “perdono” per aver perso le staffe in quel contesto liturgico. Un gesto di umiltà», prosegue il sindaco, «che testimonia quanto tenga a questa comunità e al rapporto che ci lega alla nostra Madonna dell’Elemosina». Tutto risolto, ma la vicenda offre ancora lo spunto per qualche riflessione.

Riavvolgiamo il nastro e rivediamo la scena alla moviola, partendo dall’“antifona”, prima ancora che Bonanno cominciasse la lettura. Il sindaco giunge in cima all’altare allestito sul sagrato, sotto l’icona mariana, si porta sul lato destro inchinandosi all’arcivescovo, quindi ritorna al centro per l’omaggio floreale alla Madonna e infine sul lato sinistro a lui assegnato, girandosi però verso la gente: «Alla Madonna, rivolto alla Madonna perché è una preghiera, solo la preghiera», gli intima il presule. Diligentemente il primo cittadino orienta lo sguardo alla Vergine e dà principio alla lettura, ricordando che quel gesto «non è soltanto devozione, ma è parte della nostra identità. È il momento in cui la nostra comunità si ferma (...). Si affida a Colei che da secoli veglia su di noi» ed esprime l’«emozione profonda» di vedere «generazioni diverse (...) unite dallo stesso sguardo rivolto verso l’alto». Volge il pensiero «verso chi in questa piazza non c’è», menzionando «persone con disabilità» e «chi attraversa il dolore della depressione», i «giovani che si isolano» e le varie «fragilità», che indirizza alle cure materne della Vergine. Poi ricorda una concittadina scomparsa il giorno stesso, ringrazia l’arcivescovo, le autorità presenti, il vicario foraneo... e qui viene silenziato da mons. Renna.

Il secondo atto avviene a circa due terzi del testo: l’arcivescovo fa un cenno con la mano e lo interrompe: «Bene, bene, solo la preghiera. È finito il discorso, diamo la benedizione: Il Signore sia con voi... Dobbiamo imparare che la preghiera è atto di affidamento, i saluti nella liturgia li fa solo l’arcivescovo» (pausa di silenzio con fedeli interdetti) «lo ripeto tante volte poi mi costringete a fare queste brutte figure: chi presiede l’Eucaristia è l’arcivescovo, quando siamo in altri luoghi sono altri a presiedere. Non c’è neppure la benedizione papale», annuncia stizzito, mettendosi la mitra in testa e benedicendo, appunto, in forma “semplice”. Al posto della prevista benedizione papale, c’è stata una “benedizione glaciale” che ha reso quasi surreale l’invito conclusivo ad andare «in pace».

In linea di principio il monito di mons. Renna sulla priorità della preghiera sarebbe anche lodevole, con qualche distinguo. Di per sé non c’era nulla fuori posto nell’atto di affidamento letto dal sindaco (che ricordiamo, era già stato inviato all’arcivescovo): nessun contenuto disdicevole né tantomeno di propaganda, ma se proprio volessimo fare un appunto, anche a titolo di suggerimento, è che oggettivamente si trattava più di un discorso che di un affidamento in senso stretto, nel senso che di preghiera direttamente rivolta alla Vergine c’era ben poco: alcune righe nella parte letta e altrettante in quella non letta. Il resto era una panoramica sulla comunità che, beninteso, il primo cittadino comunque intendeva affidare alla Madonna. Quanto all’arcivescovo, la cui pazienza forse è stata messa alla prova da un testo non brevissimo, avrebbe potuto sollevare obiezioni prima, o comunque in modo differente. Avrebbe potuto, per esempio, ascoltare pazientemente e dopo far notare la lunghezza con garbata ironia, ci avrebbe fatto un figurone. Tra i vari modi possibili ha scelto il peggiore (di cui, ricordiamo, si è scusato), tanto più che se lui era la massima autorità religiosa il destinatario della ramanzina era la massima autorità civile.

A prescindere dai modi e dai tempi e dalle possibili obiezioni e correzioni, di per sé quell’atto di affidamento, proprio in quanto pronunciato dall’autorità civile in una società secolarizzata è paragonabile al lucignolo fumigante di evangelica memoria. Il suo scopo è il medesimo delle processioni e delle feste patronali: testimoniare che la fede riguarda anche la sfera pubblica. Sarà forse un residuo del passato, ma la presenza dei sindaci (e in veste di sindaci non in quanto privati cittadini) con tanto di fascia alle principali funzioni religiose, che parlano a nome delle proprie comunità per affidarle ai rispettivi patroni, significa ribadire che il cristianesimo non riguarda solo la vita privata dei singoli, ma che Cristo vuole ancora parlare alle società. Gesto da apprezzare più che bacchettare, quando la pressione sociale spingerebbe in tutt’altra direzione.

Quanto alla lunghezza del discorso, che peraltro sarebbe costata al presule solo qualche minuto di pazienza in più, da chi avrà preso esempio Bonanno? Vero è, come dice mons. Renna, che  «i saluti nella liturgia li fa solo l’arcivescovo» o almeno il sacerdote, ma ci sarebbe comunque da dire sull’incontinenza verbale di alcuni ministri di Dio e anche sull’inveterata abitudine di offrire il pulpito ai laici in particolari celebrazioni per qualsivoglia genere di testimonianza. La cosa ricorda un prete che qualche anno fa preannunciò un’omelia rapida «perché papa Francesco ha raccomandato che non si devono superare gli otto minuti». E tra una citazione e l’altra, quell’omelia ne durò venticinque.

L’altro spunto rilevante offerto da mons. Renna sta invece nelle battute iniziali, nell’invito rivolto al sindaco a guardare nella direzione giusta, non alla gente ma alla Vergine, «perché è una preghiera». Parole che involontariamente ricordano l’orientamento della preghiera e della liturgia, volgendosi tutti, prete e fedeli, nella medesima direzione a Oriente, simbolo di Cristo. Uso pressoché dimenticato tanto che alcuni lo credono vietato a vantaggio dell’onnipresente celebrazione faccia a faccia, considerata quasi obbligatoria “in nome del Concilio” (che invece non ne parla). Proviamo a immaginare la scena a parti inverse ma con parole simili a quelle di mons. Renna: il sacerdote entra in chiesa, naturalmente all’altare volto al popolo come si usa nel 90% delle Messe... e prima ancora che dia inizio alla celebrazione i fedeli gli intimano di guardare dalla parte giusta: «Al Signore, volgiti al Signore, perché è la Messa!». Almeno in quelle chiese dove non c’è neanche un crocifisso al centro e neanche il prete sa, letteralmente, da che parte girarsi. Felix culpa, insomma, il dilungarsi del sindaco e l'impazienza dell'arcivescovo, se consapevolmente o meno hanno ricordato la necessità di volgersi a Dio, nella vita liturgica e in quella sociale. 



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