• L’ANNIVERSARIO

Benedetti Michelangeli, il pianista che cercava l’assoluto

Cento anni fa nasceva a Brescia Arturo Benedetti Michelangeli (1920-1995), uno dei più grandi pianisti italiani del XX secolo. Si dichiarò discendente di san Francesco e di Jacopone da Todi. E la sua musica rifletteva un profondo lavorio interiore.

Il 5 gennaio 1920 nasceva a Brescia Arturo Benedetti Michelangeli (1920-1995), uno dei più grandi pianisti italiani del XX secolo. La vicenda umana e artistica di questo grande pianista è stata spesso avvolta da una sorta di mitologia e questo era dovuto anche al suo carattere estremamente schivo, a quelli che vengono giudicati come capricci d’artista, come quello di annullare concerti all’ultimo momento. Certamente egli fu molto di più di questo.

Allievo di Paolo Chimeri e Giovanni Anfossi, insegnanti non particolarmente conosciuti (anche se il secondo era stato allievo di Giuseppe Martucci), Benedetti Michelangeli seppe primeggiare nell’esecuzione di particolari autori, come Frederick Chopin e soprattutto nelle esecuzioni di Claude Debussy e Maurice Ravel, suo compositore preferito. Del resto, il secolo passato vedrà anche altri italiani primeggiare nel repertorio francese: pensiamo ad esempio ad Aldo Ciccolini (1925-2015).

Benedetti Michelangeli fu anche molto criticato. Gli rimproveravano i suoi “scampanellamenti”, quel suonare suoni sincronici in modo asincrono, da sinistra verso destra. Lui diceva che li sentiva così, dal basso verso l’alto.

Questa dinamica ascensionale era probabilmente anche un segno della sua vita interiore. Persone che lo hanno conosciuto lo descrivono come molto religioso; la sua casa era frequentata da vari sacerdoti. Sembra che in un’occasione Benedetti Michelangeli si dichiarò discendente di san Francesco d’Assisi e di Jacopone da Todi. Un riferimento, quest’ultimo, che incuriosisce. Quel francescano tutto fuoco sembrava poco vicino al nostro pianista, le cui esecuzioni risplendevano per una grande compostezza che si poteva osservare in tutto il suo atteggiamento, un atteggiamento da gentiluomo di altri tempi, con quel suo aspetto veramente aristocratico. Eppure il fuoco di Jacopone che voleva incendiare tutto il mondo ardeva dentro il nostro pianista e qualche fiamma si poteva intravedere nelle contenute movenze di alcuni muscoli facciali, in qualche improvviso inarcarsi delle sopracciglia.

Il nostro pianista non andava d’accordo con molti musicisti, ma uno con cui ben si trovava era il direttore d’orchestra rumeno Sergiu Celibidache (1912-1996). Questo direttore in un’intervista ha detto qualcosa di interessante: scopo della musica non è raggiungere la bellezza, ma la verità, che è dietro la bellezza. Ecco, l’atteggiamento da mistico di Benedetti Michelangeli, da asceta, sembrava teso a questa ricerca dell’assoluto, testimoniata anche dal suo amore per la montagna (armonizzerà diversi canti di montagna per il coro della Sat, la Società degli alpinisti tridentini).

Plinio Corrêa de Oliveira, nel suo Innocenza primordiale e contemplazione sacrale dell’universo, diceva: “L’innocenza primordiale non è qualcosa che il diavolo riesca a sradicare interamente dalla nostra anima. Vi resta come una cattedrale sommersa dalle acque del peccato ma che ancora esiste in noi. Di tanto in tanto le campane di questa innocenza rintoccano, e ci fanno sentire come una melodia interiore, una nostalgia, una speranza”. Ecco, quella melodia interiore che affiorava dalle mani di Benedetti Michelangeli pochi potevano veramente ascoltarla, per via della nostra innocenza perduta.

Il nostro musicista era persona singolare ma anche molto generosa, dando lezione gratuitamente ai suoi allievi e offrendo la sua arte per vari concerti di beneficenza, anche in Vaticano. Era molto legato a Paolo VI, forse per via delle comuni origini bresciane. Per via di noie dovute al fallimento di una società che era a lui intestata, si spegnerà in Svizzera nel 1995.

In una meditazione del 1984, Divo Barsotti affermava: “Come noi siamo coscienti di noi stessi, esser coscienti che Dio ci investe, che Dio ci possiede, che Dio è in noi. Sentirci come la pisside che contiene il corpo di Cristo, ma veramente come un’anima vivente che si sa penetrata, che si sente piena di Lui. Noi siamo veramente la dimora di Dio, il luogo di Dio; dobbiamo sentirlo. Nulla c’è per noi di più sacro di noi stessi; nemmeno il Paradiso è più sacro di me, perché in paradiso Dio sarà per gli altri, ma Dio è per me in quanto è nel mio cuore, e io devo scendere nell’intimo mio per prendere coscienza di questa Presenza di Dio in me, per lasciare che Dio nella sua Presenza totalmente mi riempia e non ci sia più vuoto che Egli non riempia di Sé. Sentire in noi questa presenza di Dio, presenza del Cristo: ecco, questa è la prima cosa che noi dobbiamo realizzare. Ed è di qui che nasce la vita di contemplazione, ed è di qui che nasce la vita di preghiera, perché non può essere mai che si possa vivere una continua preghiera se non abbiamo questo sentimento di Dio che lentamente penetra tutta la nostra vita e la riempie di Sé”.

Ecco, sembrava che l’attività musicale fosse per Arturo Benedetti Michelangeli il vascello per questo viaggio all’interno di sé stesso, un viaggio certo colmo di pericoli e in cui luci ingannatrici possono illuminare dei, e non Dio. La musica eleva, ma può anche sprofondarci.

Eppure, quando penso a Benedetti Michelangeli e alle sue esecuzioni apollinee, mi viene sempre in mente don Divo Barsotti che diceva che san Francesco non era colui che pregava, ma era lui stesso preghiera vivente. Ecco, il nostro pianista non suonava, ma lasciava che la musica lo attraversasse e lo ridestasse per risvegliare nella sua coscienza, e in quella di chi lo ascoltava, quella scintilla che illumina zone della nostra anima che nemmeno noi sapevamo di possedere.