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Bankitalia, pessimo decreto per una scelta buona

Quella della Banca d'Italia non è una privatizzazione ma un riassetto resosi necessario dai cambiamenti degli ultimi anni che avevano portato alcuni istituti bancari (Intesa e Unicredit) ad avere quote importanti dell'istituto. Ma non c'era alcuna urgenza tale da giustificare un decreto legge del governo, peraltro insieme a una materia completamente diversa come l'Imu.

Banca di Italia

Alla fine delle scorso anno il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, aveva convinto il Governo a ritirare un decreto, quello che era chiamato “salva Roma”, perché in esso erano confluite molte norme eterogenee, espressione di interessi particolari.

Il ricorso alla decretazione d’urgenza, cioè al varo di provvedimenti da parte del Governo aventi valore immediato di legge, è stata negli ultimi anni sempre più oggetto di polemiche politiche e costituzionali. L’art. 77 della Costituzione è estremamente chiaro: “Quando, in casi straordinari di necessità e di urgenza, il Governo adotta, sotto la sua responsabilità, provvedimenti provvisori con forza di legge, deve il giorno stesso presentarli per la conversione alle Camere che, anche se sciolte, sono appositamente convocate e si riuniscono entro cinque giorni”. E per rendere ancora più esplicito il fatto che la potestà legislativa spetta al Parlamento lo stesso articolo afferma: “I decreti perdono efficacia sin dall'inizio, se non sono convertiti in legge entro sessanta giorni dalla loro pubblicazione”.

Sempre più spesso negli ultimi anni il ricorso al decreto, che dovrebbe avvenire solo per regolare situazione impreviste e imprevedibili,  ha in pratica sostituito la normale prassi legislativa. I disegni di legge si sa quando entrano in Parlamento, ma nessuno può dire quando sono destinati ad uscire. I decreti devono essere esaminati invece entra sessanta giorni e quindi hanno diritto ad una corsi preferenziale.

Ma in molti casi la necessità e l’urgenza  proprio non ci sono. L’esempio più clamoroso è costituto da uno degli ultimi decreti approvati dal Parlamento, quello chiamato Imu-Bankitalia in cui ancora una volta si sono messi insieme due argomenti profondamente diversi: l’abrogazione dell’Imu da una parte e la modifica dell’assetto proprietario della Banca d’Italia dall’altra. Quello dell’Imu era un provvedimento annunciato, previsto ed atteso almeno da sei mesi: l’urgenza di definirlo a fine dicembre è dipesa solo dall’incapacità del Governo e del Parlamento di varare in tempi utili un provvedimento chiaro ed organico.

Ma veniamo al riassetto di Banca d’Italia, impropriamente da molti definito come una privatizzazione, un riassetto necessario, ma che si sarebbe potuto e dovuto fare con una legge ordinaria, senza l’assillo dei tempi stretti e delle scadenze incombenti.

Diciamo innanzitutto che la Banca d’Italia è di grande importanza perché fino all’euro era l’istituto di emissione e ora partecipa alle decisioni di politica monetaria della Banca centrale europea e perché ha un compito di vigilanza diretta sul sistema bancario e quindi sulla stabilità finanziaria del Paese. E’ chiaro che questi compiti sono di finalità e di interesse pubblico, ma è altrettanto chiaro che questi interessi si perseguono nel migliore dei modi se l’istituto può operare in piena indipendenza dal sistema politico. Pur con formule diverse derivanti dalla storia e dalla tradizioni, le Banche centrali in tutto il mondo sono collegate al sistema politico solo al momento della nomina dei dirigenti ai quali poi è garantita la massima autonomia. E’ quanto avviene da noi dove il Governatore della Banca viene in pratica scelto dal Governo, il quale tuttavia non ha poi alcuna influenza sulle scelte gestionali dell’Istituto.

Che cosa cambia con l’ultimo decreto? In pratica non cambia nulla nei meccanismi che garantiscono l’autonomia dell’Istituto. Viene solo modificata la struttura dei soci che ne controllano il capitale, da un punto di vista peraltro solo formale. La Banca d’Italia infatti è un tipo di società molto particolare: ha dei soci, tradizionalmente le banche, che tuttavia per statuto hanno diritto solo a una piccola quota dei profitti e non hanno voce in capitolo per la nomina dei dirigenti. Fino a vent’anni fa il capitale di Bankitalia era diviso tra molti istituti di credito, con qualche quota in più per le banche più grandi. Come è noto negli ultimi vent’anni vi è stato un grande movimento di fusioni e acquisizioni che hanno portato alla creazione di due grandi gruppi come Intesa e Unicredit. Le banche che hanno partecipato a queste fusioni hanno portato in dote anche le quote in Bankitalia tanto che ora Intesa possiede circa il 30% del capitale e Unicredit il 22%, un capitale che peraltro era rimasto fermo nel tempo divenendo poco più che simbolico. 

Il decreto del Governo da una parte rivaluta il capitale della Banca, dall’altra stabilisce che nessun azionista possa avere più del 5% dello stesso capitale. La Banca diviene una “public company”, una società che non può avere soci di maggioranza o di riferimento. Ma non viene toccata in alcun modo la “governance” dell’Istituto, non vengono quindi modificate le regole attuali che garantiscono il difficile equilibro tra gestione autonoma (ma non privata) ed interesse pubblico (non di una parte politica).

Ecco perché è fuori luogo parlare di privatizzazione. Certo la rivalutazione del capitale favorisce le banche, ma le aiuta anche ad essere più solide in questo momento in cui l’azione del sistema bancario appare fondamentale per sostenere la ripresa. E poi lo Stato comunque incassa una piccola, ma significativa quota a titolo di imposta su di una rivalutazione che peraltro è anche un mezzo per attirare nuovi investitori.

Un decreto quindi necessario, anche se non certo urgente. Con il fatto di essere di natura privata, ma di perseguire un interesse pubblico in piena autonomia, la Banca d’Italia è stata nel tempo un esempio di correttezza ed autorevolezza. E il nuovo assetto non fa che rafforzare questi requisiti estremamente positivi.