Bambolotto "nato" da utero in affitto
Alla Biennale di Venezia c'è un allestimento di un artista gay in cui i visitatori possono prendersi cura di alcuni bambolotti. Un'opera che promuove l'utero in affitto.
Biennale di Venezia, allestimento Grass Babies, Moon Babies a cura dell’artista nippo-americano Ei Arakawa-Nash. Si tratta di 100 bambolotti appesi a delle fune e posti sopra dei ponteggi da muratori. Il visitatore può prenderne uno e tenerlo con sé per tutta la visita in Biennale. È invitato a prendersene cura, cambiargli il pannolino, etc. Parrebbe un messaggio positivo, seppur lanciato per mezzo di modalità bislacche. Ed invece quei bambolotti simboleggiano tanti bambini avuti con l’utero in affitto e affidati a tanti sconosciuti che non hanno legami di parentela con loro.
Come si può leggere su Il Giornale dell’Arte, l’allestimento nasce «dalla storia personale dell'artista queer Ei Arakawa-Nash, modello di diaspora, priva di cittadinanza giapponese. Una condizione raramente tematizzata nel padiglione nazionale. A questa si aggiunge l’esperienza recente della genitorialità, con la nascita di due gemelli attraverso maternità surrogata, che diventa matrice concettuale del progetto». Infatti l’artista omosessuale, “sposato” con l’americano Forrest Arakawa-Nash, è diventato “padre” di due bambini avuti con l’utero in affitto.
Dunque i visitatori, per la maggior parte, sono inconsapevoli, nel momento in cui vogliono accudire questi bambolotti, di diventare genitori di un figlio avuto con maternità surrogata. Un cripto-spot all’utero in affitto in un Paese, il nostro, che ha vietato questa pratica.

