• DOPO PADOVA

Avvenire e orgoglio gay, la strategia del clericalismo

Dopo la denuncia della Bussola annullato l'evento del Padova Pride Village con la presenza di autorevoli esponenti del quotidiano dei vescovi Avvenire e della diocesi di Padova. «Imprevisti familiari» del caporedattore di Avvenire la poco credibile scusa, ma è la solita tattica clericale. Tranquilli che la marcia catto-gay è solo rallentata.

Moia, cosa ti sei perso!

Davvero una curiosa coincidenza. Giovedì La Nuova Bussola Quotidiana denuncia l’incontro previsto ieri sera al Padova Pride Village su Chiesa e omosessualità, con la presenza di qualificati rappresentanti del quotidiano dei vescovi Avvenire e della diocesi di Padova, e ieri mattina l’incontro viene improvvisamente cancellato.
Motivo ufficiale: «un imprevisto familiare» del caporedattore di Avvenire Luciano Moia, da anni in prima linea nella battaglia per la normalizzazione dell’omosessualità nella Chiesa. Dapprima l’incontro resta confermato con la presenza del rettore del seminario vescovile di Padova, monsignor Giampaolo Dianin, e dell’ex prete e ora giornalista-attivista gay Francesco Lepore. Passano ancora poche ore e l’incontro viene cancellato del tutto, «evento rinviato a ottobre» si dice; la locandina viene cambiata in fretta e furia (vedi le immagini sotto) cancellando il faccione di Moia che campeggiava a fianco di quello di Selvaggia Lucarelli (protagonista stasera della “Gran Chiusura” del Pride Village).

Davvero una curiosa coincidenza questo «imprevisto familiare», ma anche un po’ sospetto vista la rapidità con cui si è cercato di cancellare le tracce della presenza di Avvenire e della diocesi di Padova in mezzo ai dj di Radio Wow «in diretta dal Cubo di vetro» e di «oltre 20 artisti, ballerini e fuoco». Diciamo che suona più credibile la voce secondo cui la pubblicità data dalla Nuova Bussola Quotidiana alla vicenda, ripresa peraltro da altre testate, abbia spinto qualcuno in alto a intervenire e magari a “suggerire”  una ritirata strategica. E nella fretta non c’è stato il tempo di trovare una scusa leggermente più credibile dell’imprevisto familiare.

Bene comunque che l’evento sia stato cancellato, ma c’è poco da rallegrarsi. Perché è chiaro che dietro alla decisione di far saltare l’evento non c’è un giudizio che riconosce l’errore di una partecipazione inopportuna a uno show che spesso trascende in azioni «sguaiate» e «persino offensive nei confronti della religione», tanto per citare quello che lo stesso Moia scriveva due anni fa a proposito delle manifestazioni dell’orgoglio omosessuale. C’è piuttosto l’imbarazzo e la stizza di chi è stato beccato con le dita nella marmellata e che, mentre cerca di pulirsele sui pantaloni, pensa «la prossima volta starò più attento».

Nessun ravvedimento, solo scelta strategica. È il classico modo di agire clericale, il più bieco. L’incontro su Chiesa e omosessualità, in terreno gay, a celebrare la conversione della Chiesa alla cultura omosessualista, ci sarà. Ma con calma, non appena sarà possibile senza clamori inopportuni: la marcia catto-gay è solo rallentata da un piccolo incidente, ma non si ferma.

Ricordate il famoso corso di fedeltà per coppie gay organizzato dalla diocesi di Torino e che creò tanto scandalo? Era il febbraio 2018 e dovette intervenire l’arcivescovo di Torino, monsignor Cesare Nosiglia, per bloccare tutto. Ma dopo un anno, aprile 2019, quel corso si è regolarmente tenuto. A fari spenti, lo si è saputo solo dopo, con i commenti soddisfatti dei partecipanti. E spiegava il gesuita padre Pino Piva, ovviamente su Avvenire: «Un ritiro quaresimale sull’amore, per convertirci all’amore, oggi quanto mai necessario non solo per le persone omosessuali, ma anche per gli etero».

Aspettiamo dunque tranquilli che Luciano Moia abbia finalmente la possibilità di raccogliere dal vivo gli applausi dell’orgoglio gay. E che Avvenire possa appuntarsi sul petto un’altra medaglia alla memoria della fu dottrina cattolica. Imprevisti familiari permettendo.