• FUTURO DEL GOVERNO

Articolo 18, il totem intoccabile della sinistra

È un singolo articolo dello Statuto dei Lavoratori del 1970. È già smussato dalla riforma Fornero del 2012. Interessa meno della metà dei lavoratori italiani. Ma l'articolo 18 è un totem intoccabile della sinistra sindacale. E annunciando la sua riforma il governo Renzi rischia tutto.

Sindacalista della Cgil, fan dell'articolo 18

Articolo 18 si, articolo 18 no. La discussione tra le forze politiche e sindacali sembra ossessivamente incentrata sull’articolo dello Statuto dei lavoratori (1970) che obbliga le imprese con più di 15 dipendenti a reintegrare nel posto di lavoro quelli eventualmente licenziati senza giusta causa. Sembra quasi che la giustizia sociale, la crescita economica, la nostra credibilità in Europa dipendano dall’abrogazione di quell’articolo che, lo ricordiamo, riguarda potenzialmente nove milioni di rapporti di lavoro su oltre diciotto milioni, quindi meno della metà.

Oltre quarant’anni fa, quell’articolo fu salutato come una conquista per i lavoratori perché li preservava da colpi di mano immotivati dei datori di lavoro. Due anni fa, con la legge Fornero (n.92 del 2012), fu introdotta una limitazione a quella garanzia, con la previsione che il reintegro valesse solo per i licenziamenti discriminatori, basati su considerazioni relative al sesso, alla razza, alla lingua, alla religione, al credo politico per esempio nei confronti di donne incinta o ebrei. Ma questa norma è rimasta comunque di ardua applicazione, considerato che i lavoratori cercano sempre di dimostrare di essere stati vessati e discriminati, anche quando il  licenziamento è avvenuto per loro negligenza o incapacità o insubordinazione (licenziamento disciplinare) o per ragioni di inutilità produttiva e crisi aziendali (licenziamento economico).

Il governo Renzi vorrebbe accrescere la cosiddetta “flessibilità in uscita”, per rilanciare la produttività delle aziende e attirare capitali stranieri. Chi mai verrebbe ad investire in Italia sapendo che non potrebbe licenziare un lavoratore se lavora male o se non è oggettivamente più utile al ciclo produttivo? Per bilanciare questa limitazione applicativa del concetto di reintegrazione sul posto di lavoro, l’esecutivo vorrebbe però introdurre indennità per chi perde il lavoro (anche i co.co.pro. e i lavoratori a tempo determinato), con un assegno fino a mille euro.

La sinistra ideologica ha fatto per decenni dell’art.18 un vero e proprio “totem” e i sindacati ne hanno fatto il vessillo di una tutela efficace dei diritti dei lavoratori. Ma oggi il rapporto capitale-lavoro è profondamente cambiato. Molte start up e aziende assai efficienti puntano molto sugli investimenti finanziari e soprattutto sull’innovazione tecnologica, che valorizza ma nel contempo riduce il peso specifico della forza lavoro. Oggi il ruolo dei lavoratori nei processi produttivi è assai meno decisivo per la produzione di beni e servizi e di questo i sindacati devono farsene una ragione.

Il meccanismo della concertazione ha per anni frenato la modernizzazione del Paese, anche a causa della progressiva burocratizzazione e sclerotizzazione dei sindacati, sempre più distanti dai luoghi di lavoro. Oggi la Cgil, come giustamente si fa notare da Palazzo Chigi, si ostina a non voler superare antichi tabù e continua a coltivare nostalgie ideologiche lontanissime da quello che ci chiede l’Europa.

Ora Renzi sta tentando il tutto per tutto per arrivare a una riforma condivisa (si parla però di una legge delega entro l’8 ottobre), che gli consenta di andare a Bruxelles con “lo scalpo” della riforma dello Statuto dei lavoratori e di scongiurare il rischio che ci vengano imposti altri vincoli e, probabilmente, anche una manovra aggiuntiva  con nuove tasse entro fine anno. Per lui la modifica dell’art.18 è un traguardo simbolico (come quello della nomina della Mogherini) per riacquistare credibilità e far capire agli alleati che l’Italia sta facendo sul serio. Ci riuscirà o dovrà forzare la mano come fecero Reagan (con i controllori di volo) e la Thatcher (con i minatori)?

I segnali non sono incoraggianti per il premier. La Cgil, egemonizzata dal trio Camusso-Damiano-Epifani, non è disposta a mollare perché perderebbe definitivamente ogni legittimazione agli occhi dei lavoratori più oltranzisti, la maggioranza dei suoi iscritti; Cisl e Uil sono in grosse difficoltà e rischiano di rimanere nell’ombra. Nel Pd cresce la fronda anti-renziana. Si parla di 110 parlamentari vicini alla minoranza (D’Alema-Bersani-Cuperlo) pronti a fare le barricate e a non votare la riforma.

A quel punto a Renzi potrebbero comunque bastare i voti del centrodestra, considerate le aperture forziste al jobs act. E’ evidente che una riforma del lavoro approvata senza una parte storicamente rilevante del Pd e con l’apporto decisivo dei berlusconiani aprirebbe la strada a scenari inediti. Al di là degli scioperi generali già annunciati dai sindacati, potrebbe verificarsi una scissione nel Pd, con tutte le incertezze del caso.

Se invece la riforma del lavoro non avesse i numeri in Parlamento, Renzi non avrebbe altra scelta che quella di andare alle urne, Napolitano permettendo, per evitare di lasciarsi definitivamente risucchiare dai conservatorismi della sinistra. Non a caso lui sta già mettendo le mani avanti. Sotto sotto avrebbe piacere di rovesciare il tavolo ma senza assumersene la responsabilità. Un vecchio gioco che ricorda tanto la Prima Repubblica, ancora viva nei metodi e nei riti della politica italiana.

Dona Ora