• INFORMAZIONE DI GUERRA

Arriva la lista di proscrizione dei "putiniani"

Su alcune importanti testate è stato pubblicato un elenco di giornalisti, influencer, lobbisti ed opinionisti finiti nel mirino dell’intelligence italiana poiché considerati “al soldo di Putin”. Un conto è censurare l’atteggiamento convenientistico e strumentale di alcune forze politiche. Altra cosa è bollare come traditore chi esprime un pensiero diverso.

Alessandro Orsini

Nelle epoche contrassegnate dalle guerre, il pluralismo dell’informazione tende naturalmente ad assottigliarsi e prevalgono visioni manichee: tutto il bene da un parte, tutto il male dall’altra. Inoltre, si qualifica come propaganda tutto ciò che contrasta con l’unica narrazione del conflitto, mentre si spaccia per informazione equilibrata e veritiera esclusivamente quella ufficiale.

E’ quanto sta accadendo da oltre tre mesi in Europa, quindi anche in Italia, con la criminalizzazione, nel dibattito pubblico, di ogni interpretazione della guerra russo-ucraina diversa da quella dominante. E’ probabile che fra moltissimi anni anche questa pagina di storia assai concitata che stiamo vivendo possa finire nel mirino dei revisionisti di varia estrazione, poiché sono tante le cose che non tornano, sia nella genesi del conflitto sia nella gestione dello stesso, con particolare riferimento alla condotta delle grandi potenze e dei singoli Stati confinanti.

Nel frattempo, però, sarebbe quanto meno opportuno non demonizzare chi, nella ferma condanna di ogni tipo di violenza, provi ad approfondire dal punto di vista culturale, militare, geopolitico il quadro attuale, esprimendo opinioni che non sempre collimano con quelle del blocco occidentale. Il che non significa assolutamente mettere in discussione l’appartenenza italiana a tale blocco, nonché all’Unione Europea. La ciclica attitudine della grande stampa italiana a bollare come eretici i portatori di tali visioni alternative non è indice di rispetto della libertà d’espressione e finisce per alimentare, come già accaduto per la pandemia, un clima da caccia alle streghe che avvelena la convivenza tra le persone e radicalizza in maniera immotivata il democratico confronto dialettico.

Ieri, ad esempio, su alcune importanti testate è stato pubblicato un elenco di decine di giornalisti, influencer, lobbisti ed opinionisti finiti nel mirino dell’intelligence italiana poiché considerati “al soldo di Putin”, quindi ingranaggi della macchina della propaganda di Mosca, che punterebbe a influenzare in maniera sbagliata gli italiani. Una sorta di campagna di disinformazione combattuta a suon di rubli, che finirebbero in qualche modo nelle tasche di questi presunti putiniani, chiamati a “inquinare i pozzi” e a mistificare la realtà, sminuendo l’aggressione russa ai danni dell’Ucraina.

Sono questi a grandi linee i primi approdi di una indagine conoscitiva del Copasir «sulle forme di disinformazione e di ingerenza straniere, anche con riferimento alle minacce ibride e di natura cibernetica». Il ragionamento alla base di queste valutazioni è più o meno il seguente: non si può essere pacifisti senza un movente, non ci si può dichiarare contrari all’invio di materiale bellico all’esercito ucraino senza essere stati corrotti da qualche potere deviato filo-russo. E’ qualificato, cioè, come attentato alla democrazia qualunque discorso relativo allo svuotamento dei poteri del Parlamento, che in Italia, fin dallo scoppio del Covid, e ora anche in occasione delle scelte di politica estera, non ha praticamente “toccato palla”, per usare un linguaggio calcistico, e ha ceduto quasi per intero al governo la sovranità legislativa. Tutto ciò è considerato pressochè blasfemo, tanto quanto la valutazione della dubbia convenienza, per il nostro Paese, di continuare a pagare un prezzo salatissimo in termini di sicurezza energetica (e non solo) alla decisione di porsi in prima fila nella fornitura di armi all’esercito ucraino e nell’applicazione di sanzioni al governo russo, che in realtà finiscono per pesare soprattutto su chi le ha introdotte. Chi obietta tali cose finisce automaticamente nelle liste di proscrizione.

Ma questo meccanismo perverso ha ben poco di democratico e scade anch’esso nella propaganda. Quei pochi giornalisti che provano a invitare in studio, attraverso collegamenti da remoto, ospiti russi o portatori di altri punti di vista, vengono subito crocifissi e sospettati di essere scorretti sul piano professionale.

E’ stato più volte dimostrato, durante alcune di quelle trasmissioni, soprattutto sulle tv private, che le armi della propaganda, in particolare di quella social, vengono parimenti utilizzate sia dai russi che dagli ucraini, perché da sempre ogni potenza impegnata in un conflitto prova a orientare in una certa direzione l’opinione pubblica, utilizzando tutti i mezzi informativi a disposizione. E oggi a risultare più incisive e influenti sono proprio le piattaforme di condivisione on-line e social.

Un conto è censurare l’atteggiamento convenientistico e strumentale di alcune forze politiche. Ad esempio, sia la Lega di Matteo Salvini che il Movimento Cinque Stelle di Giuseppe Conte, pur guardandosene bene dal far mancare il loro sostegno al governo Draghi, stanno in qualche modo cavalcando il pacifismo per un loro tornaconto elettorale, e ciò fa parte del gioco e della competizione tra partiti. Altra cosa è bollare come traditori, spie russe, complici di Putin tutti coloro i quali provano a esprimere un pensiero diverso, sollevando dubbi su tesi precostituite, sospendendo il giudizio su presunte verità e arricchendo il dibattito pubblico, che è il sale di una democrazia matura.

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