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Arresti Expo, un clima di conservazione

È ancora troppo presto per esprimere giudizi definitivi sull'ondata di arresti politici di questi giorni. Il clima è simile a quello di Tangentopoli. Ma lo scopo apparente è opposto. Allora si mirava a rinnovare la classe dirigente. Oggi...

Primo Greganti

È ancora presto per addentrarsi in valutazioni sull'operato della magistratura nelle inchieste sugli appalti di Expo 2015 e sulla fuga del latitante Matacena.

Parlare di giustizia a orologeria potrebbe rivelarsi azzardato, ma anche dare fiato alle trombe del giustizialismo più becero e populista. C'è chi evoca lo spettro di una nuova Tangentopoli e profetizza che gli arresti eccellenti delle ultime ore siano solo l'antipasto di una nuova recrudescenza giudiziaria destinata a spazzare via, come vent'anni fa, un'intera classe politica. Ci sono indubbiamente delle similitudini con le inchieste del pool di Mani Pulite; soprattutto, si è registrato un clamore mediatico che tanto ricorda lo spettacolarismo del 1992. Nel caso di Expo 2015 appaiono evidenti e difficilmente riparabili i danni d'immagine procurati all'organizzazione dell'evento e all'Italia nel complesso. Una manifestazione così lungamente inseguita da chi ci governa da anni e che dovrebbe procurare al nostro Paese opportunità di business e prestigio nel mondo rischia di diventare il crocevia di nuove pratiche spartitorie e lo specchio del diffuso malcostume italiota.

Annunciare alla comunità internazionale che attorno ad Expo 2015 si è costituita una "cupola affaristico-mafiosa" con addentellati profondi nella sfera politica non rappresenta propriamente un biglietto da visita ideale. L'esistenza di un solido asse sinistra-destra che da almeno due anni è dedito alla corruzione di funzionari e vertici Expo nel tentativo di pilotare appalti e incarichi è qualcosa che stride palesemente con gli inviti alla trasparenza rivolti in più occasioni dal Presidente Maroni, dal sindaco Pisapia e dall'amministratore delegato di Expo, Sala. Ma tant'è. Ciò che si profila, purtroppo, da un primo esame di quanto emerge in queste ore, è esattamente uno scenario del genere. Diverso il caso Matacena. Un ex parlamentare Pdl, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa e tuttora latitante, avrebbe cercato da Dubai, e tramite sua moglie, di sfuggire alla cattura e avrebbe chiesto protezioni ad amici di partito come Scajola e a sodali del suo clan.

Bisogna anzitutto verificare, al di là della fondatezza o meno delle accuse, se fosse davvero il caso di arrestare in quel modo così traumatico l'ex ministro. Delle due l'una: se è vero che mesi fa Scajola ha tentato di aiutare Matacena a fuggire, la procura di Reggio Calabria sarebbe dovuta intervenire per arrestarlo all'istante, senza aspettare la vigilia elettorale; altrimenti, se il quadro indiziario su Scajola non era così grave da giustificare una drastica misura cautelare, non si capisce perché arrestarlo ora. Ricordiamo che per arrestare un indiziato di reato occorre la sussistenza di almeno uno dei tre seguenti requisiti: pericolo di fuga, rischio di reiterazione del reato, pericolo di occultamento delle prove. Essendo le accuse a Scajola basate su intercettazioni di telefonate acquisite già settimane fa dall'autorità giudiziaria, non pare sussista alcuna di quelle tre condizioni. L'esponente di Forza Italia non sarebbe mai fuggito e al massimo gli si sarebbe potuta infliggere una misura cautelare più tenue (ritiro del passaporto o arresti domiciliari). Invece, l'impressione è che si sia voluto puntare sull'effetto scenico, per guadagnare le prime pagine dei giornali, proprio come all'epoca di Tangentopoli.

Ma rispetto a vent'anni fa si notano anche delle palpabili differenze di "clima". All'epoca il movente più o meno palese dei magistrati milanesi era quello di rinnovare la classe dirigente, radendo al suolo tutto quello che c'era, in particolare le forze dell'allora pentapartito. Oggi appare l'opposto. Se dietro le inchieste Matacena ed Expo 2015 ci fosse una regia, sarebbe senz'altro una regia conservatrice, tesa a mantenere lo status quo, cioè una condizione di subalternità degli altri poteri a quello giudiziario. Il Presidente del Consiglio ha annunciato nei mesi scorsi la riduzione degli stipendi dei magistrati e una riforma complessiva della giustizia, che potrebbe in qualche modo intaccare alcuni privilegi della magistratura. Non vorremmo mai che gli arresti di ieri fossero una sorta di avvertimento a Palazzo Chigi e al mondo berlusconiano, sia rispetto alla  volontà dell'esecutivo di riformare la giustizia sia rispetto alla volontà di Pd e Forza Italia di riformare insieme le istituzioni.

Non è un mistero che una parte del potere giudiziario non veda affatto di buon occhio la collaborazione Renzi-Berlusconi e cerchi di scardinare in tutti i modi l'asse per le riforme. Le inchieste di queste ore portano inevitabilmente acqua al mulino del populismo, dell'antipolitica e quindi di Grillo. Quest'ultimo ha buon gioco nel fare di tutta l'erba un fascio e nel denunciare "le larghe intese" anche sul terreno della corruzione. Il collettore delle tangenti rosse, Greganti e l'ex faccendiere democristiano, ora forzista, Frigerio, insieme appassionatamente per pilotare gli appalti di Expo; l'ex ministro Scajola dedito alla protezione di parlamentari latitanti. Su questi sospetti il Movimento Cinque Stelle, che non ha mai attaccato in alcun modo la giustizia, può fare bottino pieno nelle urne. E il risultato sarebbe quello di tranciare i fili del dialogo Pd-Forza Italia, di interrompere il processo riformatore e, probabilmente, di far cadere l'unico governo che ha fin qui avuto il coraggio di mettere in discussione il trattamento retributivo dei magistrati.