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"Arieccolo": D'Alema guida la lobby filo-cinese contro Draghi

La partita per l'elezione del presidente della Repubblica entra nel vivo e l'ex segretario del Pd cerca di compattare il fronte filo-cinese che vorrebbe sbarrare la strada verso il Quirinale all'attuale presidente del Consiglio, simbolo dell'alleanza euro-atlantica.

Massimo D'Alema

A tenere banco in questo inizio d’anno, oltre all’ossessione del tampone, sono le trame per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica. Oggi il Presidente della Camera, Roberto Fico, comunicherà la data di convocazione del Parlamento in seduta comune. Il mandato di Sergio Mattarella scade il 3 febbraio e quindi questo mese sarà decisivo per eleggere il suo sostituto.

Al di là delle dichiarazioni ufficiali, i giochi di potere per individuare il tredicesimo Capo dello Stato sono già iniziati da tempo e alcuni segnali lasciano intendere che la partita non è solo politica. Ci sono tanti poteri cosiddetti forti che stanno cercando di condizionarla e di incidere sulla scelta finale. Il “rieccolo” Massimo D’Alema, ad esempio, è ricomparso nei giorni scorsi con una dichiarazione sul Pd ma il suo vero intento è un altro: far sentire la sua voce anche nel toto-Quirinale. Il cittadino comune potrebbe chiedersi ingenuamente: ma quanto può contare oggi la parola di un ex segretario di partito, ex parlamentare del quale si sono perse da tempo le tracce sul palcoscenico della politica italiana? Apparentemente poco, in realtà tanto.

I bene informati e, soprattutto, gli osservatori attenti delle dinamiche politiche non possono ignorare le ripetute dichiarazioni filo-cinesi di D’Alema, che certamente stridono rispetto all’inossidabile filo-atlantismo di Mario Draghi, che ambisce al Colle. Probabilmente lo scontro tra i seguaci della “via della seta” e i folgorati sulla via della Cornovaglia (luogo dell’ultimo G7) vivrà un tempo supplementare proprio in queste settimane, perché dall’identità e dal profilo del nuovo inquilino del Quirinale dipenderà anche l’orientamento della politica estera del nostro Paese nei prossimi sette anni, con relative ricadute sulle nostre scelte industriali, commerciali e finanziarie.

Ecco perché uno come D’Alema, che non parla mai a caso, ha annunciato che intende rientrare nel Pd. La finalità neppure troppo recondita è quella di orientarne l’atteggiamento in vista della scelta del successore di Mattarella, e di attaccare il suo rivale di sempre, Matteo Renzi, il più filo-americano di tutti, proprio nel tentativo di ricompattare sotto le insegne dem tutte le anime antirenziane della sinistra, anche quelle dell’ormai dissolto Articolo 1.

Ma D’Alema è espressione di una sinistra ormai largamente minoritaria, quasi nostalgica della Guerra fredda e della logica dei blocchi contrapposti e dunque difficilmente riuscirà a fare breccia sul Pd lettiano, che invece appare molto più sensibile alle sirene francesi di Macron e, quindi, dell’asse europeista e filo-atlantista che collega Draghi, Biden, Giorgetti, Letta, Macron e che sta attraendo nel suo raggio d’influenza altri personaggi della politica nazionale come Luigi Di Maio e ampi settori della Lega e di Forza Italia. Il governo Draghi è l’emblema del nuovo fronte euro-atlantico, che non potrà essere scalfito né dai ruggiti di un rancoroso post-comunista come D’Alema né dagli atteggiamenti filocinesi di Beppe Grillo e altri esponenti del mondo pentastellato. Lo stesso Giuseppe Conte, che pure della via della seta è stato un entusiasta sostenitore, non sembra decisivo nella partita per il Quirinale e dunque la sua vicinanza a Pechino non sposta più di tanto i rapporti di forza.

Il crescente fastidio dalemiano per il fortissimo gradimento di Draghi presso l’opinione pubblica italiana, fattore che potrebbe indurre i partiti ad eleggere al Quirinale l’attuale premier, è motivato anche da interessi personali, consulenze e affari che da tempo legano Baffino al mondo cinese. Non è un caso che, nei mesi scorsi, l’ex segretario del Pds-Ds, in un’intervista alla tv cinese, abbia tessuto gli elogi della Cina «che è riuscita a far uscire almeno 800 milioni di persone dalla povertà». Celebrando i 100 anni dalla fondazione del Partito comunista cinese, D’Alema ha ricordato che il modello cinese è differente da quello occidentale, ma ha auspicato una collaborazione internazionale che coinvolga la Cina, di fatto sconfessando le conclusioni del G7 della Cornovaglia, che invece ha segnatamente riaffermato la centralità degli Usa e dell’asse con l’Ue, sia in ambito commerciale che di realizzazione di opere infrastrutturali e quindi di costruzione del nuovo mondo post-pandemia.

L’elezione di Draghi al Quirinale segnerebbe il definitivo trionfo di questa visione e il certo ridimensionamento dell’asse italo-cinese, la qual cosa dispiacerebbe non poco a D’Alema e a tutti i seguaci, come lui, della collaborazione con Pechino. Sono in tanti, anche in Italia, e dimenticano colpevolmente i milioni di esseri umani uccisi, deportati e torturati dal feroce regime comunista di Mao. Per loro l’importante è che Draghi non vada al Quirinale. Ma se si affidano solo a D’Alema probabilmente andranno incontro a una cocente delusione.

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