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Appello al centralismo sanitario, la rinuncia cattolica

Il ritorno al centralismo statale nel campo della sanità sembra poco fondato e piuttosto pericoloso. L’Appello degli intellettuali cattolici a ricentrare tutto nello Stato nasconde la rinuncia a voler far qualcosa in proprio e accetta definitivamente la tesi secondo cui i cattolici entrano alla chetichella nelle strutture statali, ma non possono crearne di alternative. Bisogna invece creare spazi di libertà dal basso in cui anche i cattolici possano inserirsi con proprie iniziative.

Un gruppo di intellettuali per lo più cattolici ha lanciato un Appello, pubblicato da Avvenire mercoledì 13 maggio per un pieno ritorno della sanità nelle mani dello Stato centrale. L’Appello – “Ora un’altra sanità per il bene del Paese” - è molto chiaro nella stringatezza delle sue asserzioni: serve la “riscoperta del ruolo dello Stato nella gestione della sanità”; i servizi sanitari “necessitano di restare affidati alla mano pubblica”, “serve una sanità pubblica sempre più forte”. Alla base dell’Appello la convinzione che nell’emergenza coronavirus è toccato soprattutto alla sanità pubblica intervenire e lo ha fatto anche eroicamente, che il rapporto tra Stato e regioni in questo campo è di confusone, che ad alcune regioni è stato concesso di esternare al privato servizi sanitari di qualità (“liberismo istituzionale”).

Il ritorno al centralismo statale sembra poco fondato e piuttosto pericoloso. È vero che medici e infermieri degli ospedali pubblici hanno dato il meglio in questa emergenza, ma il merito è loro, delle persone, non della sanità pubblica che li ha spesso abbandonati a se stessi in prima linea. Gli operatori sono stati eroici, ma non grazie bensì nonostante l’assetto della sanità pubblica.  Si possono attribuire anche alle regioni delle incertezze durante la fase acuta della pandemia, ma cosa si dovrebbe dire del governo centrale? Esso ha dimostrato una allarmante incompetenza, arrivando sempre in ritardo, dotandosi di pletorici gruppi di esperti, nominando commissari dalle prestazioni scadenti, scrivendo e riscrivendo disposizioni cervellotiche, facendo promesse mai mantenute, aumentando a dismisura divieti spesso inutili, affidandosi ad esperti dalla dubbia attendibilità, istituendo una specie di Stato di polizia e alla fine partorendo, nei litigi da retrobottega, un decreto dalla improbabile rinascita. Tutti gli osservatori evidenziano come sulla strada dell’emergenza sanitaria si sia in procinto di costruire forme di controllo autoritario che riguardano la libertà di espressione, di religione, di movimento, di vaccinazione e tuttavia si vuole riaccentrare la sanità nello Stato.

Quanto ai cosiddetti “privati” è perfettamente logico che l’urto non potesse essere portato sulle loro spalle, però gli ospedali fatti costruire in fretta a Milano e nelle Marche sono stati completamente finanziati dai privati e costruiti aggirando le procedure previste dallo Stato centrale, altrimenti sarebbero ancora di là da venire. Senza contare che ospedali pubblici in prima linea hanno ricevuto notevoli donazioni da parte di grandi società private e l’aiuto di molti cittadini volontari (volontari veri, non le ONG). Non risulta quindi comprensibile, alla luce di queste realistiche constatazioni, l’appello a rimettere tutto nelle mani della burocrazia romana. Politicamente parlando, tra l’altro, ciò vorrebbe dire metterlo nelle mani di governi o tecnici o di serie B, comunque non eletti e quindi non rappresentativi del Paese vero e reale, come purtroppo è ormai da molti anni.

L’appello si scontra poi con un altro grande pericolo presente nella sanità oggi, che non è tutta e solo Covid-19. Durante l’emergenza il sistema sanitario ha continuato a procurare gli aborti in base alle leggi vigenti. Nella sanità rientra anche tutto il settore della negazione della vita: eutanasia, suicidio assistito e distruzione di embrioni umani. Vogliamo lasciare tutto ciò nelle mani del ministro Speranza? Vogliamo impedire sacche di libertà, sempre più ridotte del resto, per il servizio vero alla vita? Stiamo tutti temendo il momento in cui lo Stato vieterà l’obiezione di coscienza in questi campi decisivi e l’Appello in questione vuole rimettere tutto proprio nelle mani di questo Stato: si potrebbe chiamarlo autolesionismo in generale e autolesionismo cattolico in particolare. Si potrebbe anche chiamare collaborazionismo.

Sarebbe meglio puntare su almeno un minimo di sussidiarietà, che desse la possibilità non solo ai territori ma soprattutto alle iniziative degli stessi cattolici in campo sanitario. C’era un tempo, non molto lontano, in cui anche i cattolici costruivano propri ospedali. Il centralismo sanitario nello Stato lo impedirebbe o imporrebbe l’adozione di linee operative moralmente inaccettabili, come ha dimostrato di recente il caso del Campus Biomedico di Roma.

L’Appello a ricentrare tutto nello Stato nasconde la rinuncia a voler far qualcosa in proprio e accetta definitivamente la tesi secondo cui i cattolici entrano alla chetichella nelle strutture statali ma non possono crearne di alternative. Possiamo lubrificare la macchina ma non farla andare da un’altra parte. Bisogna invece creare spazi di libertà dal basso in cui anche i cattolici possano inserirsi con proprie iniziative, quelle iniziative che solo loro possono fare.