• IL CASO

Andreotti male assoluto: l'ultimo dogma anti-cattolico

A due giorni dalla morte di Giulio Andreotti l'ondata di calunnie e malignità che si è riversata sullo statista cattolico lascia sgomenti.
- L'uomo che interpretò la Guerra Fredda.
- Simbolo di una rincorsa alla modernità.

Andreotti

Su “Avvenire”, Andrea Riccardi, fondatore della comunità di Sant'Egidio, dice di Giulio Andreotti: “Era un vero uomo di pace. Era sta­to ministro della Difesa, ma era convinto che gli eserciti non do­vessero mai combattersi. La sua arma era il negoziato. Mi sono però sempre chiesto una cosa... Come mai Andreotti, sempre co­sì pronto a negoziare, non lo fe­ce nei giorni del sequestro Moro".

Una battuta al veleno, come se solo ad Andreotti, all’epoca Presidente del Consiglio, si potesse addossare la responsabilità della mancata salvezza di Moro. Come se tutti gli “amici” del Presidente della DC, da Cossiga a Fanfani, da Zaccagnini a Donat Cattin, insieme all’intero gruppo dirigente, in quei 55 giorni di sequestro, seguito all’eccidio di 5 agenti di scorta, avessero ripudiato la “fermezza”, che aveva persino impedito che del “caso Moro” se ne discutesse nella sede naturale, in Parlamento.

Il giudizio di Riccardi è la prova di quanto Andreotti fosse poco simpatico ai più. E questo ci sta. Quel che non si comprende è come si possa considerare questa figura della politica e della storia italiana, la personificazione del male. Assoluto, naturalmente.
Una deputata del Movimento 5 Stelle, Giulia Sarti – quand’è nata, nel 1986, Andreotti era Ministro degli Affari Esteri – scrive sulla sua pagina di Facebook: “E’ morto Andreotti. Il condannato prescritto per mafia”. Contemporaneamente, si legge il giudizio dell’ex “rivoluzionario civile”, il giudice Antonio Ingroia: “Si chiude così in questi giorni una pagina della storia italiana contrassegnata da due simboli opposti: Agnese Borsellino con la sua richiesta allo Stato di verità e di giustizia, rimasta inappagata e Andreotti con il suo pragmatismo cinico che, in nome delle ragioni della Politica e della Ragion di Stato, giunse a stringere accordi con la mafia”.

Eugenio Scalfari, su Repubblica, definisce Andreotti un “enigma vivente, lambito da una quantità di scandali senza che mai si venisse a capo di alcuno” e poi aggiunge: “Se indossasse un kimono di seta e babbucce ai piedi e aggiungesse ai radi capelli un posticcio codino, Andreotti sarebbe l'immagine d'un alto consigliere della Città Proibita dell'impero celeste. Ma con una sottana violetta e la berretta cardinalizia in capo potrebbe essere un personaggio ritratto di scorcio dal Tiziano, tra un cardinal dè Medici e un cardinal Barberini. Oppure, in talare nera e fascia di seta alla vita, un potente generale dei gesuiti del diciottesimo secolo”.

Insomma, un personaggio misterioso e indecifrabile, per giunta “prescritto per mafia”, come ha confermato Antonio Padellaro, direttore del Fatto Quotidiano, il giornale di Marco Travaglio, che spiega, con dovizie di argomenti, l’itinerario giudiziario che subì Andreotti, accusato dalla Procura di Palermo di associazione a delinquere di stampo mafioso, assolto in primo grado, assolto in secondo grado per i fatti successivi al 1980 e assolto definitivamente in Cassazione.

Travaglio scrive: «E allora, fino al 1980, niente assoluzione, ma prescrizione del reato ‘commesso’, e solo grazie alla concessione delle attenuanti generiche prevalenti, che la accorciano: ‘Alla stregua dell'esposto convincimento, si deve concludere che ricorrono le condizioni per ribaltare, sia pure nei limiti del periodo in considerazione, il giudizio negativo espresso dal Tribunale in ordine alla sussistenza del reato e che, conseguentemente , siano nel merito fondate le censure dei pm appellanti. Non resta allora che confermare, anche sotto il profilo considerato, il già precisato orientamento ed emettere, pertanto, la statuizione di non luogo a procedere per essere il reato concretamente ravvisabile a carico del sen. Andreotti estinto per prescrizione’. Parole talmente pesanti da indurre gran parte della classe politica (centrodestra, ma anche Margherita, Udeur, Sdi) e l'informazione al seguito a orchestrare la campagna di disinformazione, anzi di sterminio della verità, per ribaltare il verdetto che suona come campagna a morto per tutta la Casta. E spacciare Andreotti come ‘assolto’, cioè perseguitato ingiustamente dalle toghe rosse palermitane».

Perché, non è stato così? Per cinquant’anni, e anche oggi, dopo la sua morte, Giulio Andreotti non è stato dipinto e considerato dall’establishment di sinistra di questo paese come il “grande vecchio” che stava dietro tutti gli scandali della Repubblica, come dice Scalfari? Andreotti non fu accusato di essere addirittura il mandante dell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, avvenuto a Roma il 20 marzo 1979, per poi essere assolto in primo grado, condannato a 24 anni nel giudizio di appello, annullato senza rinvio dalla Cassazione? Quando, in Parlamento, sono giunte le autorizzazioni a procedere per queste accuse (nel totale ha subito 27 autorizzazioni a procedere), Andreotti ha chiesto egli stesso di concedere alla magistratura d’indagare e quando si sono svolti processi, si è difeso “nel” processo, com’è costretto ad ammettere lo stesso Procuratore di Torino, Giancarlo Caselli, che nel 1993, Procuratore Capo a Palermo, lo iscrisse nel registro degli indagati per associazione mafiosa.

Caselli, dopo la morte di Andreotti – ma non è la sola sua esternazione di questi anni – dice: «L’inchiesta durò un anno, fu brevissima e l’accusa per Andreotti era di associazione con Cosa Nostra. Il processo di primo grado, il 23 ottobre 1999, si concluse con l’assoluzione. Poi in Corte di appello, il 2 maggio 2003, ci fu una parziale riforma della sentenza: fino al 1980 fu provata la responsabilità di Andreotti per aver commesso il delitto, per gli anni successivi fu confermata la sentenza di primo grado. Il reato commesso fino al 1980 fu dichiarato prescritto, per cui la Corte d’appello non potè far seguire formale condanna. Ma è evidente che non si può parlare di assoluzione.
In particolare, come scrivono i giudici, furono provati due incontri con mafiosi del calibro di Stefano Bontate per discutere di Piersanti Mattarella, il Presidente Dc della regione siciliana, ucciso dalla mafia mentre si recava a messa con la propria famiglia. Di questi incontri ha parlato, per avervi assistito, Francesco Marino Mannoia, uno dei principali collaboratori di giustizia che si pentì con Giovanni Falcone. Inoltre, dopo la sentenza d’appello ci fu ricorso in Cassazione non solo del pubblico ministero perché fosse riconosciuta la responsabilità anche dopo il 1980. Ma anche di Andreotti per cancellare la sentenza fino al 1980. E io non ho mai visto in cinquanta anni di carriera che un imputato ricorre contro la propria assoluzione. Ad ogni modo la sentenza di corte d’Appello fu confermata dalla Cassazione il 15 ottobre. La sentenza della Cassazione vuol dire che abbiamo una verità definitiva. Eppure molte volte occultata e stravolta da politici e media».

Caselli si stupisce che Andreotti abbia proposto ricorso contro la sentenza d’appello, dimenticandosi, probabilmente, che era più che legittimo per l’imputato Andreotti - 7 volte Presidente del Consiglio, 22 volte Ministro, in Parlamento dal 1946 e senatore a vita - difendersi dall’accusa di essere uno dei capi di Cosa Nostra. E’ strano questo comportamento o quello di chi da giudice – d’accordo con Travaglio, che è però solo un giornalista – dice che non si può parlare di assoluzione e che c’è una verità definitiva (di colpevolezza), occultata e stravolta da politici e media?
Caselli sa che per la giustizia, Andreotti non ha subito condanne per i fatti gravissimi che gli sono stati contestati, sa che ha difeso il suo onore – anche l’uomo di potere ha un onore - e sa anche che i giudici devono istruire processi e dire sentenze. Quello che non devono fare, è esprimere opinioni. Questo, solo questo, la decenza vorrebbe. Specie se si è stati parte in causa.