a cura di Anna Bono
  • Kenya

Anche le malattie mentali contribuiscono all’emergenza sanitaria nei campi profughi

Nei campi profughi, come è noto, le epidemie sono una minaccia sempre incombente. Tuttavia anche le malattie mentali rappresentano un serio problema soprattutto in situazioni di esilio a lungo termine senza prospettive di ritorno a casa. È il caso di gran parte dei rifugiati residenti nei campi del nord del Kenya, Kakuma e Dadaab. Nel 2017 a Kakuma, che ospita 185.000 persone per lo più provenienti dalla Somalia e dal Sudan del Sud, i suicidi sono stati nove mentre nel 2016 ne erano stati registrati tre. In sensibile aumento risultano inoltre i casi di depressione all’attenzione del personale sanitario che, per questo motivo, ha disposto all’inizio di aprile il sequestro nel campo di coltelli, cavi, acido per batterie, veleno per topi e corde, nel timore che possano essere usati dai rifugiati per togliersi la vita. Anche tra i 235.000 ospiti del campo di Dadaab, quasi tutti somali, i disturbi mentali sono aumentati. Secondo l’International Rescue Committee, che gestisce l’ospedale più grande del campo, i casi di depressione nel 2017 sono quasi raddoppiati, rispetto al 2016. Medici senza frontiere ha riscontrato tra i propri assistiti un analogo incremento, sebbene meno accentuato: 5.500 i pazienti visitati nel 2017 per problemi psicologici, l’11,4% in più che nel 2016, molti dei quali diagnosticati come forme di depressione. I rifugiati sono confusi – spiega il coordinatore di Medici senza frontiere Alfred Davies – l’incertezza del futuro mina il loro morale, li fa piombare in una sorta di limbo dal quale è difficile riemergere.