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PERSECUZIONI DEI CRISTIANI

"Allah" vuol dire "Dio", ma non per i cristiani malesi

Vessazioni e intolleranze sono all'ordine del giorno pure in Pakistan, India, Cina ed Etiopia. E sempre più spesso con pretesti assurdi.

Attualità 15_03_2011
i cristiani del silenzio

È sempre più difficile la vita in Pakistan per le comunità cristiane. Quella di Kot Addu, una città del Punjab meridionale, nelle scorse settimane si è vista confiscare beni e terreni da alcuni piccoli latifondisti senza che le autorità intervenissero a impedirlo. Accusando i cristiani di occupazione abusiva, e forti della complicità di parlamentari e amministratori locali, i latifondisti si sono impadroniti di negozi e campi coltivati da cui la comunità ricavava di che vivere. Inoltre essi rivendicano il terreno su cui sorgono una chiesa, di cui hanno profanato Bibbie e croci, e un cimitero, in cui hanno già demolito 150 tombe. Evidentemente la legge sulla blasfemia vale solo per l’Islam e non si applica quando a essere dissacrati sono i simboli cristiani o di altre religioni. Dopo l’omicidio del governatore del Punjab, Salman Taseer, ucciso a gennaio per aver criticato la legge sulla blasfemia, e quello del ministro per le minoranze, Shahbaz Bhatti, cattolico, assassinato il 2 marzo scorso, la tensione continua a salire in tutto il Paese.

Anche in India l’intolleranza infierisce sui simboli cristiani. A Mumbai l’amministrazione comunale ha avviato la demolizione di 729 croci situate lungo le strade e le piazze cittadine. Il 3 marzo sono state abbattute tre croci e un’edicola in tre diversi distretti nonostante le rassicurazioni del governo statale che due giorni prima aveva dichiarato che nessun simbolo cristiano sarebbe stato toccato. L’aggravante a quanto sta accadendo è data dal fatto che la legge consente solo la rimozione delle strutture sacre costruite su suolo pubblico dopo il 1964, mentre quasi tutte le croci, incluse quelle già demolite, risalgono ad anni antecedenti, come dimostra la documentazione da tempo presentata alle autorità comunali dalla comunità cristiana. Per di più molte delle croci non costituiscono intralcio alla viabilità e all’edificazione di nuove strutture, il che fa decadere le motivazioni addotte dagli amministratori comunali per l’abbattimento.

In Malaysia, Paese a maggioranza islamica, la Federazione dei cristiani sta invece protestando per il rifiuto del governo di consentire la distribuzione di 30mila Bibbie scritte in lingua malay, bloccate in un porto del Borneo, perché in esse ci si riferisce a Dio usando il termine ‘Allah’. Come riportato dall’agenzia di stampa Asia News, il problema nasce dalla posizione del governo secondo cui l’uso del termine ‘Allah’ in testi non islamici “potrebbe confondere i musulmani e addirittura condurli alla conversione al cristianesimo”. Nel 2009 un tribunale aveva invece stabilito che i cristiani malesi possono usare il termine ‘Allah’, come hanno fatto nel corso di almeno quattro secoli, ma il governo è ricorso in appello contro il verdetto e una nuova udienza non è stata ancora fissata. Nel frattempo la sentenza ha scatenato la collera degli estremisti islamici che nel gennaio 2010 hanno attaccato 11 chiese.

In Cina a creare problemi ai cristiani sono i funerali del vescovo sotterraneo di Xiwanzi, Monsignor Andrea Hao Jinli, deceduto il 9 marzo. Il villaggio di Gonghui dove si svolgeranno le esequie è stato isolato dalla polizia che blocca tutte le strade d’accesso per impedire l’afflusso di fedeli desiderosi di porgere un estremo omaggio alla salma. Allo stesso modo, un anno fa le autorità avevano tentato di frenare la partecipazione popolare ai funerali del vescovo coadiutore Monsignor Leo Tao Liang, ai quali tuttavia presenziarono oltre 5.000 persone. Negli anni la diocesi di Xiwanzi ha subito sequestri di chiese e l’arresto di numerosi sacerdoti e fedeli. Lo stesso Monsignor Andrea Hao Jinli, ordinato sacerdote nel 1943, è stato condannato nel 1958 a dieci anni di carcere seguiti da dieci anni in un lager per essere “rieducato tramite il lavoro”.

Per finire, gravi episodi di intolleranza si sono verificati in Etiopia. A partire dal 2 marzo, su istigazione dal gruppo islamico radicale Kwarej, sono stati sferrati ripetuti attacchi ai cristiani evangelici di Asendabo, nel centro del paese, accusati di aver dissacrato il Corano. Dapprima sono state bruciate tre chiese al grido di “Allah akbar” (Dio è grande). Poi, nonostante l’intervento della polizia federale, sono state distrutte altre nove chiese, le abitazioni di due predicatori e molte altre proprietà di fedeli evangelici. Infine la stessa sorte è toccata a un orfanotrofio, a una scuola e agli uffici di un’altra chiesa. Nei disordini decine di cristiani sono stati feriti e uno ha perso la vita. Inoltre le violenze hanno indotto molte famiglie a cercare temporaneo scampo lontano da casa: gli sfollati sarebbero circa 3mila.