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Alcune regole per un'informazione scientifica corretta

I giornalisti scientifici sono sempre stati una rarità nelle redazioni e in periodo di epidemia di Covid purtroppo abbiamo visto i risultati: confusione, contraddizione, allarmismo, spettacolarizzazione. Alla scuola di alta formazione giornalistica di Cortina si sono date alcune regole per evitare di ripetere l'errore, dando un'informazione scientifica corretta. Ed evitando di diffondere il panico. 

Informazione e Covid

Nelle redazioni giornalistiche più importanti ci sono sempre stati esperti di politica, di sport, di cronaca giudiziaria, ma raramente esperti di scienza. Quest’ultima è vista tuttora come un ambito secondario, di scarsa importanza, da relegare nelle riviste scientifiche, per pochi addetti ai lavori.

Fermo restando che scienza vuol dire tante cose, dai fenomeni climatici alla tutela dell’ambiente, fino ad arrivare alla medicina, va osservato che il Covid-19 ha rivelato ancora più nitidamente la carenza di informazione scientifica attendibile e affidabile. La gran parte dei giornalisti che si sono occupati e si occupano tuttora del Coronavirus sono professionisti prestati all’emergenza, ma che mai o quasi mai si sono occupati di divulgare dati scientifici. Ecco perché quasi sempre in questi mesi sono andati a rimorchio di qualsivoglia dichiarazione di virologi, epidemiologi, immunologi, senza esercitare lo spirito critico che è l’essenza dell’elaborazione creativa insita nel lavoro giornalistico.

A Cortina in questi giorni si è tenuta una settimana di alta formazione per giornalisti (con crediti formativi per i partecipanti iscritti all’Ordine), tesa proprio a rilanciare questa esigenza: affermare con forza il ruolo insostituibile dei giornalisti scientifici, chiamati a decriptare i messaggi della scienza e a divulgarli al grande pubblico con semplicità di linguaggio e dopo un accurato vaglio critico delle fonti. L’Ugis (Unione dei giornalisti scientifici), nel corso dei lavori di “Cortina tra le righe”, ha rilanciato i contenuti del Manifesto di Piacenza, una sorta di decalogo del giornalista scientifico contenente i principi deontologici più importanti per la divulgazione di notizie riguardanti la scienza in senso lato: «1) Scienza e tecnologia nella loro divulgazione necessitano di un aggiornamento professionale dedicato nell’ambito della formazione permanente; 2) riferirsi a fonti scientifiche molteplici e qualificate, anche internazionali, per valutazioni precise in una visione critica; 3) i risultati della ricerca scientifica diventano talvolta materia economica da considerare; 4) dovere etico nella verifica della correttezza e veridicità delle notizie, nel rispetto delle normative sulla privacy vigenti e successive; 5) non creare aspettative infondate o ingiustificati allarmi (soprattutto trattando temi legati alla salute) e segnalare i necessari tempi di ricerche e sperimentazioni prima che una scoperta possa essere applicata; 6) dare conto di differenti posizioni; 7) Cautela, prudenza ed equilibrio: parole chiave nella gestione di una notizia scientifica; 8) sostenere nei media il ruolo del giornalista scientifico come mediatore preparato nel garantire l’informazione».

Questi punti dovranno andare a integrare il Testo unico dei doveri del giornalista, entrato in vigore nel 2016, che già all’art.6 contiene alcuni di questi richiami deontologici, riferiti però in modo specifico ai soggetti deboli e ai malati, sulla base di quanto statuito nel gennaio 1995 dalla Carta deontologica di Perugia.

Ora l’Ugis vuole allargare gli orizzonti della riflessione deontologica in ambito scientifico, sottolineando la necessità di una professionalità dedicata, senza improvvisazioni e con percorsi formativi istituzionalizzati. L’esecutivo dell’Ordine nazionale dei giornalisti ha approvato mercoledì il testo del Manifesto di Perugia; ora l’ultima parola spetta al Consiglio nazionale dell’Ordine, che tuttavia è in scadenza (le elezioni, a meno di rinvii, si terranno ai primi di ottobre). In ogni caso non va neppure escluso che, a partire da questa consolidata consapevolezza del valore della figura del giornalista scientifico, si possano varare anche iniziative organiche in ambito formativo, ad esempio un Master specifico per la divulgazione della scienza che possa essere equiparato ai Master già attivi in varie università italiane e sostitutivi del praticantato nelle redazioni, grazie a convenzioni stipulate con l’Ordine nazionale dei giornalisti.

La pandemia ha certamente messo a nudo le lacune dell’informazione scientifica, anche perché i giornalisti, pur con tutto l’impegno profuso nel raccontare l’andamento del virus dai luoghi a rischio come gli ospedali, non avevano in molti casi le competenze per approfondire l’argomento e per consultare correttamente le fonti. Ne è derivata una Babele di messaggi spesso contraddittori, che hanno finito per disorientare ulteriormente un’opinione pubblica già spiazzata dall’immane tragedia del Covid-19.

La riprova dell’inaffidabilità di certa informazione ufficiale la si ha quotidianamente leggendo i dati sui contagi. Nessun giornalista puntualizza che il numero di contagi è solo uno degli indicatori, il meno rilevante, della pandemia. Essenziale e doveroso sarebbe spiegare all’opinione pubblica che la situazione è radicalmente diversa da quella dei mesi di lockdown. In marzo e aprile gli ospedali erano al collasso e almeno il 40% dei contagiati presentava sintomi gravi e tali da richiedere il ricovero o da determinare il decesso. Oggi quella percentuale è attorno all’1%, con ricoverati in terapia intensiva che non superano le 150 unità in tutt’Italia, a fronte di una disponibilità di 8000 posti letto. Il numero di tamponi che vengono fatti ormai da tre settimane è salito vertiginosamente e quindi è cresciuta la probabilità di trovare soggetti asintomatici, che potrebbero forse trasmettere il virus (non è dimostrato), ma potrebbero anche non trasmetterlo, perché magari hanno una bassissima carica virale. In Francia, dove pure si registrano circa 10.000 nuovi positivi al Covid ogni giorno, le terapie intensive non superano i 500 ricoverati e la situazione è assolutamente sotto controllo, al punto che i governanti francesi stanno valutando la possibile riduzione da 14 a 7 giorni della durata della quarantena, perché è assai probabile che dopo 5 giorni gli infetti non siano più in grado di contagiare nessuno. In Italia se ne discute e il viceministro alla salute, Pierpaolo Sileri non ha escluso che anche il nostro Paese possa fare altrettanto, magari prevedendo come obbligatorio il tampone dopo 7 giorni di isolamento (anziché i 15 attuali).

Il graduale ma costante ritorno alla normalità dovrebbe quindi essere accompagnato da un’informazione equilibrata, responsabile, non isterica, non spettacolarizzata, in grado di trasmettere la giusta dimensione del rischio e di stimolare prudenza e attenzione, cautela e precauzioni, ma non isterismi e allarmismi ingiustificati. I giornalisti dimostrino di essere più affidabili dei non giornalisti nel raccontare con correttezza l’andamento del virus, applicando una memorabile sentenza della Corte Costituzionale del 1993, che chiariva un concetto forse un po’ elementare ma troppo spesso disatteso: l’informazione può definirsi corretta solo se è completa e contiene tutti gli elementi di realtà necessari al cittadino per formarsi un’opinione consapevole dei fatti, altrimenti è manipolazione e disinformazione.