• RAPPORTO UNDRR

Al catastrofismo verde si somma il terzomondismo

Il rapporto dell'Ufficio per la riduzione del rischio di disastri delle Nazioni Unite (Undrr) prevede un incremento notevole delle catastrofi naturali. Imputa la colpa di questo fenomeno al riscaldamento globale antropico, causato dai Paesi ricchi. E la vittima delle catastrofi è l'Africa. Secondo l'ambientalista Lomborg il rapporto è profondamente errato.

Fulmini su Johannesburg (Sud Africa)

L’Ufficio per la riduzione del rischio di disastri delle Nazioni Unite (Undrr) ha da poco pubblicato un rapporto sulla situazione del pianeta in cui si dice che dal 1970 a oggi il numero dei disastri naturali è quintuplicato e si prevede che nell’immediato futuro aumenterà ancora del 40%. Negli ultimi 20 anni, secondo il rapporto, l’umanità ha subito da 350 a 500 disastri di media e vasta grandezza all’anno. Entro il 2030 i disastri saliranno a 560, vale a dire in media 1,5 al giorno. Gli esperti Onu sostengono che gli eventi meteorologici estremi si moltiplicano a causa del global warming di origine antropica, l’aumento della temperatura causato dalle eccessive emissioni di CO2 di cui sono responsabili lo stile di vita e il modo di produzione dei paesi industrializzati Nord del mondo.

Quegli stessi paesi si dice siano anche responsabili di un eccessivo consumo di risorse naturali, rispetto alla capacità della Terra di rigenerarle, che starebbe portando a un punto di non ritorno il pianeta. Dei ricercatori hanno elaborato degli strumenti per misurare l’“impronta ecologica” che l’uomo imprime sul pianeta: così è stato chiamato il consumo individuale, nazionale e globale delle risorse naturali. Il think tank Global Footprint Network (GFN) misura ogni anno questa “impronta” individuando per ogni nazione il Country Overshoot Day, il giorno esatto in cui esaurisce le proprie risorse rinnovabili. Un rapporto appena pubblicato rivela che nel 2022 l’Italia ha raggiunto quel giorno il 15 maggio e da quel momento fino alla fine dell’anno userà risorse che la Terra non è in grado di rigenerare, a scapito quindi delle future generazioni. Se tutta l’umanità consumasse risorse come l’Italia, dice il think tank, occorrerebbero 2,7 pianeti e ci sono paesi – tra cui Francia, Germania, Stati Uniti, Canada, Lussemburgo… – che  imprimono una impronta ancora più profonda.

Oltre a lanciare appelli sempre più pressanti a scongiurare il rischio di superare la soglia oltre la quale i danni alla Terra saranno irreversibili, i rapporti dell’Undrr e del GFN concordano nel denunciare il fatto che l’Africa è di gran lunga il continente che più risente dei guasti già inflitti all’ecosistema; del tutto ingiustamente dal momento che è anche il continente meno responsabile: perché produce poco gas serra e perché imprime sul pianeta le impronte più lievi, del tutto sostenibili.

Organizzazioni non governative e mass media recepiscono e amplificano il messaggio. “L’Africa è una vittima. Soffre le conseguenze di un dramma che non ha causato. L’Africa quasi non produce emissioni a differenza dei Paesi industrializzati. Il loro impatto sull’Africa, però, è tanto forte che spesso la pioggia scompare per mesi e mesi”. A scriverlo è Lucia Capuzzi sul quotidiano Avvenire senza rendersi conto di descrivere la normalità dei climi africani da secoli, non da qualche anno: alcune buone annate, con brevi stagioni delle piogge e periodi senza precipitazioni; se no, siccità prolungate e poi piogge violente che distruggono i raccolti e uccidono il bestiame, uragani che si abbattono sulle coste lasciando solo macerie, sciami di miliardi di locuste che si abbattono su interi stati e riducono alla fame uomini e animali. Le conseguenze, per decine di milioni di persone abbandonate a se stesse da governi irresponsabili, sebbene dotati adesso delle tecnologie e dei mezzi finanziari necessari a contrastare, come si fa in altri continenti, i danni di fenomeni climatici avversi, sono le stesse patite nel corso dei millenni: carestie, epidemie, tensioni sociali che degenerano in conflitti e approfondiscono il solco tra lignaggi ed etnie.  

I rapporti che evocano scenari apocalittici e un futuro senza speranza distolgono l’attenzione dai veri problemi. Quello dell’Undrr, oltre tutto, lo fa partendo da calcoli e dati sbagliati. La denuncia è dell’ambientalista Bjorn Lomborg sulla rivista Tempi. L’errore più grave è sostenere che i disastri naturali sono aumentati basandosi solo sui fenomeni avversi registrati che in effetti nel tempo sono sempre di più grazie ai progressi tecnologici che consentono di ricevere e trasmettere tante più informazioni da ogni parte del mondo.

“Come si può misurare efficacemente se i disastri meteorologici siano davvero diventati più dannosi? – domanda Lomborg – L’approccio migliore non è contare gli eventi catastrofici, ma piuttosto prendere in considerazione i morti. Le perdite di vite umane più gravi sono state registrate in modo abbastanza affidabile durante il secolo scorso. E questi dati mostrano che gli eventi legati al clima (alluvioni, siccità, tempeste, incendi e picchi di temperatura) in realtà non stanno uccidendo numeri crescenti di persone. Le vittime sono crollate enormemente: negli anni Venti, quasi mezzo milione di persone hanno perso la vita per disastri legati al clima. Nel 2021 le vittime sono state meno di 7mila. I disastri legati al clima, cioè, uccidono il 99% di persone in meno rispetto a 100 anni fa”.

Per meglio dire: uccidono meno dove si cerca e si trova il modo di trarre il meglio da stagioni e clima favorevoli e di contenere i danni dei fenomeni naturali avversi. Ha ragione Lomborg quando conclude: “l’ufficio Onu per la Riduzione dei rischi derivanti dai disastri non compie il suo dovere facendo dichiarazioni infondate. Invece di andare a caccia di titoloni con calcoli bislacchi e un linguaggio terrorizzante, l’Onu dovrebbe fare meglio, dovrebbe concentrarsi sul sostenere l’importanza dell’innovazione e dell’adattamento, per salvare più vite”.

La raccomandazione di Lomborg vale anche per i think tank, soprattutto quelli internazionali come il GFN gli appelli dei quali hanno notevole risonanza. Questo è tanto più vero perché l’impronta ecologica vuole essere un indicatore da utilizzare per attuare politiche ambientali sostenibili, ma i parametri adottati sono oggetto di critiche fondate, gli stessi tecnici che li impiegano ne hanno riconosciuto i limiti e le distorsioni e tuttavia continuano a essere utilizzati. Inoltre c’è molto da controbattere alle organizzazioni non governative e ai movimenti ambientalisti che rimproverano i paesi industrializzati e portano a esempio di comportamento responsabile l’Africa. Un argomento fondamentale è che la maggioranza dei paesi africani imprimono in effetti una impronta sostenibile al pianeta, però non producono abbastanza per far fronte ai bisogni primari di tutta la popolazione ai quali, almeno in parte, sopperisce la cooperazione internazionale, grazie ai contributi dei paesi industrializzati.

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