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Africa: lockdown e tribalismo uccidono più del Covid

L'eredità del tribalismo in Africa fa sì che donne e bambini siano considerati come oggetti più che come persone. L'epidemia e le misure di lockdown per la sua prevenzione hanno spezzato la catena dei controlli di famiglie e scuole. E ha permesso lo scatenarsi di un'ondata di violenze contro donne e bambini in molti Paesi africani

Coronavirus in Sud Africa

Gli antropologi spiegano che nelle società tribali africane contano i clan, i lignaggi, non le singole persone, che è lo status sociale a determinare i diritti, quindi non esistono diritti umani universali e inalienabili, e che lo status di ognuno a sua volta è in gran parte ascritto, assegnato in base a sesso, età e comunità di nascita. Che questo limiti le libertà personali e generi discriminazioni lo capiscono tutti. Altra cosa è immaginarne le conseguenze, giorno dopo giorno, sulla vita delle persone: soprattutto sulla vita di quelle che per sesso, le donne, e per età, i bambini, contano meno, valgono meno e dipendono da chi, superiore per status e diritti, può decidere di loro.

L’eredità tribale espone donne e bambini alla violenza di istituzioni che prescrivono di disporne nell’interesse della comunità famigliare, a discrezione dei capifamiglia che ne sono responsabili. La poca considerazione di cui godono, il loro valore sociale inferiore rendono inoltre frequenti, perché sostanzialmente tollerabili almeno a certe condizioni, comportamenti di per sé non ammessi come la violenza sessuale. Sempre diffusi, gli abusi sessuali aumentano esponenzialmente se per qualche motivo viene meno il controllo della famiglia e di altre istituzioni, in particolare della scuola. 

Ne è drammatica prova quanto sta accadendo in gran parte del continente africano dall’inizio dell’emergenza Covid-19, in seguito alla quale in molti Stati sono state chiuse le scuole e le associazioni che difendono i diritti di donne e bambini hanno sospeso le attività.

Notizie sconvolgenti arrivano da diversi Paesi. In Nigeria i governatori dei 36 Stati che compongono la federazione hanno dichiarato lo stato di emergenza non a causa della pandemia, ma del numero di stupri, che ha registrato un netto aumento dall’inizio del confinamento. “I crescenti casi dell’odioso crimine di stupro sono spaventosi – ha dichiarato il 21 giugno l’arcivescovo della capitale Abuja, monsignor Ignatius Ayau Kaigama – la cultura dello stupro è tanto ripugnante e riprovevole quanto disumanizzante”. I casi denunciati sono 717, uno ogni cinque ore. Tanti, sicuramente molti di più, sono quelli non denunciati sia perché la gente ha poca fiducia nel sistema giudiziario sia perché vittime e famiglie vogliono evitare lo stigma sociale. Un sondaggio nazionale sulla violenza contro i bambini condotto nel 2014 aveva rivelato che una donna su quattro ha subito violenza sessuale durante l'infanzia, nel 70% dei casi più di una volta. Solo il 5% ha chiesto aiuto e solo il 3,5% lo ha ottenuto. Le donne che potrebbero sporgere denuncia e che sono in grado per mezzi e cultura di farsi ascoltare rischiano di essere uccise. Tra il 28 maggio e il 1° giugno è la sorte toccata a due studentesse universitarie.

In Sudafrica violenza sessuale e omicidi, da sempre a livelli elevatissimi, sono ulteriormente cresciuti durante il confinamento tanto che la Conferenza episcopale dell’Africa australe ha invitato tutte le parrocchie e gli istituti religiosi a scendere in campo con un messaggio chiaro e perentorio: “Dio dice ‘no’ alla violenza inflitta dagli uomini a donne e bambini. Dio ha creato tutto il nostro essere: cuore, mente e corpo”. Il presidente della repubblica Cyril Ramaphosa ha definito il fenomeno “una seconda pandemia che imperversa nel paese”. “Ci troviamo in mezzo non a una, ma a due, devastanti pandemie” ha detto lo scorso 17 giugno pronunciando dure parole di condanna contro stupratori e assassini. Nella prima settimana di confinamento la polizia ha ricevuto più di 87.000 denunce di violenze contro donne e bambini.

“Piaga” è il termine usato in Sierra Leone per descrivere la gravità della situazione, aggravata dal confinamento: migliaia donne violentate e uccise ogni anno, con l’aggravante che la maggior parte dei crimini restano impuniti. L’ultimo episodio risale al 17 giugno. Una bambina di cinque anni, Kadijah Saccoh, è stata più volte violentata e poi strangolata. La first lady, Fatima Jabbe Bio, ha lanciato una campagna contro la violenza sessuale e – altra forma di violenza – contro i matrimoni precoci: “Giù le mani dalle nostre ragazze”. Migliaia di persone hanno protestato nella capitale Freetown contro l’omicidio della piccola Kadijah.

Anche in Etiopia e in Kenya la chiusura delle scuole e il confinamento hanno coinciso con un enorme aumento degli stupri di minori, un fenomeno che era già molto diffuso prima. In tre ospedali della capitale etiope Addis Abeba  nei mesi di aprile e maggio sono state ricoverate 101 bambine e ragazzine violentate, alcune dai famigliari. “Il problema è che, a differenza di quando le scuole sono aperte, gli stupri non vengono scoperti finché le ragazze non restano incinte – spiegano le autorità sanitarie – e inoltre molti uomini costretti a restare a casa adesso rivolgono le loro attenzioni ai loro bambini”.

In Kenya, da quando a metà marzo sono state chiuse le scuole nell’ambito delle misure adottate per contenere il Covid-19, si è avuto un aumento considerevole delle gravidanze di ragazze minorenni. Secondo i dati pubblicati dal ministero della sanità, in una sola delle 47 province del paese dall’inizio dell’anno ne sono state registrate più di 4.000. I leader politici di molte province hanno sollecitato un intervento governativo. A preoccupare ulteriormente le autorità è il fatto che in molti casi i responsabili sono parenti delle ragazzine. Inoltre anche in Kenya è certo che il fenomeno è molto più diffuso di quanto emerga perché spesso le gravidanze delle minorenni non vengono riportate. La situazione è tanto più critica in quanto prima della pandemia, con 82 gravidanze su mille, il Paese aveva un tasso di gravidanze di minori tra i più alti del mondo.  

Se non altro che autorità e cittadini protestino e si attivino è un segnale positivo, dimostra che l’eredità tribale sebbene ancora forte può essere respinta. L’abuso sessuale di una bambina o di una donna da parte di un estraneo, secondo la tradizione, è un oltraggio agli uomini di famiglia, se scoperto; ne mette in dubbio la capacità di proteggere e disciplinare le donne di loro proprietà, reca danno economico e sociale rendendo difficile un buon matrimonio, peggio che mai se ne consegue una gravidanza. Ma quel che prova e subisce la vittima ha poca rilevanza e di fatto si ritengono vittime i famigliari, per le ragioni elencate, non lei, ormai divenuta anzi presenza inutile e imbarazzante.