• FARHAD BITANI

Addio Kabul, il libro doloroso che svela l'inganno afgano

In Addio Kabul, libro che Farhad Bitani ha scritto insieme al giornalista Domenico Quirico, l'autore già noto per L’ultimo lenzuolo bianco svela i motivi di una sconfitta improvvisa. Non c'è mai stato alcun tentativo di esportare la democrazia: si son solo comprati i capi (criminali) e, salvo le città, si è abbandonato il Paese all'incuria.

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Addio Kabul è il titolo del libro che Farhad Bitani ha scritto insieme al giornalista Domenico Quirico dopo la vittoria dei Talebani in Afghanistan nell’agosto del 2021. Afgano, figlio di un mujaheddin, ex capitano dell’esercito, di lui molti già conoscono L’ultimo lenzuolo bianco (Edizioni Neri Pozza), un libro autobiografico scritto nel 2014, dopo aver lasciato il suo Paese ed essersi stabilito in Italia, per svelare la verità sull’Afghanistan, al di là dei racconti e dei resoconti ufficiali. Chi lo ha letto non si deve essere meravigliato della rapidità con cui i Talebani hanno marciato su Kabul e hanno ripreso il potere, senza che quasi opponesse resistenza l’esercito del governo sostenuto, finanziato e assistito dall’Occidente che per 20 anni, a partire dal 2001, ha guidato il paese. Farhad Bitani infatti vi ha descritto “senza addolcirli, senza velarli”, come lui stesso dice, gli anni da lui trascorsi facendo parte della classe dirigente e godendone i privilegi, testimone della sua corruzione senza limiti, ostentata come prova di potere, della sua arroganza e prepotenza, della sua condotta immorale sia nella vita pubblica che in quella privata, della sua indifferenza per i bisogni e i diritti della gente comune.    

In Addio Kabul, rispondendo alle domande rivoltegli da Quirico, Bitani parla del grande inganno – lui lo chiama tradimento – di chi ha voluto far credere che democrazia e sviluppo stessero trasformando l’Afghanistan; che il governo del Paese fosse in buone mani, affidato a una leadership responsabile e bene intenzionata; che si stesse lottando con successo contro tribalismo e fondamentalismo islamico, restituendo agli abitanti, le donne per prime, libertà, dignità, sicurezza e protezione dalle terribili violazioni dei diritti umani imposte loro per legge e tradizione; e che, infine, il delirio talebano fosse espressione di una minoranza di fanatici con scarsa presa sulla popolazione. 

L’errore capitale e il primo fondamentale inganno è stato trasformare in “leoni”, in “eroi della guerra civile” dei criminali, degli assassini responsabili di massacri e dare il potere a loro, metterli a capo dell’economia, dell’esercito, dell’amministrazione. Il secondo è stato riempirli di denaro, “investire” nel Paese, per il suo sviluppo, una enorme quantità di denaro pur sapendo quanto la corruzione fosse diffusa. “Mi ricordo – dice Bitani – che arrivavano sacchi neri pieni di dollari che gli americani distribuivano ai generali”. Chi si trovava ai vertici delle istituzioni, quelle militari incluse, ha “arraffato tutto”, alleandosi per rubare, per arricchirsi, perchè la lotta politica mirava solo a mettere le mani su quanto più denaro possibile e “si litigava ferocemente solo per i soldi”. Adesso, fuggiti prima della conquista di Kabul, i leader in esilio hanno proprietà milionarie in giro per il mondo. Abdul Rashid Dostum, ad esempio, l’ex vice presidente, ha una villa in Turchia all’interno di una tenuta tanto grande che occorre muoversi in macchina e possiede miliardi.

 “La prima potenza mondiale – dice ancora Bitani – era al corrente di questo caos totale di miliardi di dollari rubati e dirottati per scopi diversi da quelli a cui erano destinati, ma non poteva denunciarlo, perché tutto il mondo avrebbe scoperto che la democrazia in Afghanistan consisteva in questo: arricchire i criminali e sottomettere la gente comune”. Perciò si può dire che gli Stati Uniti hanno corrotto e consentito una corruzione diffusa. Perciò, fin dall’inizio, “democrazia” è stata solo una espressione utile a creare consenso a livello internazionale.

Altro errore capitale è l’abbandono in cui il Paese in realtà è stato lasciato. Si mostravano i cambiamenti in atto nelle grandi città – la capitale Kabul, Herat, Mazar-i-Sharif… – peraltro realizzati con le briciole dei fondi a disposizione, ma “appena venti-trenta chilometri fuori Kabul non è stata portata neanche la luce elettrica”. I Talebani hanno approfittato di quel vuoto lavorando per anni sui giovani, creando una fitta rete e una solida organizzazione territoriale. Solo una percentuale estremamente esigua di afgani, concentrati nei grandi centri urbani, ha creduto e si è impegnata per la democrazia, la modernità, la tolleranza, il superamento degli antagonismi tribali. Un ulteriore inganno è aver invece rappresentato gli afgani come un popolo moderato, filo occidentale, desideroso di liberarsi del passato, vittima di un pugno di esaltati estranei al Paese e alle sue tradizioni. 

Corruzione e incuria. Così si spiega come mai i talebani lo scorso agosto abbiano preso il potere in pochi giorni, come mai un esercito nel quale erano stati investiti miliardi di dollari si sia arreso ed eclissato, come mai i vertici militari siano scappati all’estero, lasciando le truppe senza guida.  

Ma la guerra era persa comunque. “Non c’è mai stato un Afghanistan post-talebano, in realtà noi occidentali – commenta Quirico – siamo stati una semplice parentesi, una smagliatura facile da ritessere. E di quale democrazia parliamo se un generale andava in giro con quattro macchine blindate da 160mila euro ciascuna e quaranta uomini di scorta o un capo della polizia ha una villa che costa un milione di dollari?” 

Domenico Quirico commenta ancora che potrebbe raccontare di situazioni identiche per altre decine di luoghi al mondo, “dalla Somalia al Mali, alla Nigeria, all’Egitto, alla Libia”. Addio Kabul merita di essere letto per quel che rivela dell’Afghanistan e degli errori commessi, ma anche perché sono gli stessi errori che consapevolmente si compiono da decenni in altri Paesi: ovunque si continuino a finanziare programmi di cooperazione allo sviluppo pur sapendo di rivolgersi a governi corrotti, di consegnare capitali e progetti a politici che amministrano le risorse e le ricchezze nazionali come fossero loro di loro proprietà e che, come ha scritto tanti anni fa la sociologa camerunese Axelle Kabou parlando dell’Africa, di democrazia e sviluppo non sanno che farsene.

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