A Grottaferrata arriva l'abate giusto per chiudere l'abbazia
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La "cura Semeraro" non sembra aver giovato ai monaci basiliani, ridotti di numero e da oltre dieci anni non in grado di eleggere un superiore. Candidato a guidarli è il vescovo Manuel Nin, con tutte le premesse per condurre la comunità al capolinea.
Il monastero basiliano di Grottaferrata continua a languire e all’orizzonte sta per comparire la cura perfetta per togliere il male alla radice: intervento riuscito, paziente deceduto.
Dopo le dimissioni presentate (e non ancora formalmente accolte) dall’attuale egumeno, dom Francesco De Feo (vedi qui), la Santa Sede, tramite la Nunziatura e dopo consultazione della Conferenza Episcopale Italiana, ha individuato la figura che succederà a dom De Feo, alla guida del monastero: si tratta di dom Manuel Nin i Güell, monaco catalano del monastero di Monserrat, che compirà 70 anni il prossimo agosto, ed è attualmente vescovo della minuscola comunità greco-cattolica in Grecia, che conta appena un migliaio di fedeli, ma stranamente gode della guida di un vescovo.
Quasi certamente a dom Manuel Nin verranno attribuite anche le funzioni di Ordinario, con la conseguente uscita di scena del cardinale Marcello Semeraro, già vescovo di Albano Laziale, particolarmente vezzeggiato da papa Francesco, che fino ad ora è stato Amministratore Apostolico ad nutum Sanctæ Sedis di Grottaferrata.
Come un benedettino catalano sia diventato vescovo orientale è una storia che va raccontata. A Monserrat, dove è entrato nel 1975, Manuel Nin è stato esponente di spicco della corrente riformista che sosteneva la laicità del monachesimo delle origini e si rifiutava di accedere agli ordini sacri. Il suo attaccamento all’ideale laicale del monachesimo venne però sacrificato sull’altare di una possibile carriera romana: non appena egli intravvide la possibilità di diventare rettore del Pontificio Collegio Greco di Sant’Atanasio, a Roma, ossia il seminario maggiore per seminaristi delle Chiese Orientali affidato alla Confederazione Benedettina, dom Nin cambiò idea. Si fece infatti ordinare dapprima diacono e poi sacerdote, non senza provocare un certo disappunto nei confratelli traditi di Monserrat. Dottorato in Patristica all’Augustinianum, egli divenne abilitato per insegnare liturgie orientali all’Anselmianum, l’Ateneo dei Benedettini. Negli anni romani, all’incarico di rettore del Collegio Greco, Nin ha affiancato un’intensa attività giornalistica, scrivendo anche per L'Osservatore Romano quando ne era direttore il suo vecchio amico Giovanni Maria Vian.
Nel 2016 Manuel Nin accettò la proposta di diventare esarca apostolico della comunità greco-cattolica in Grecia, compromettendo però seriamente il lavoro ecumenico con il mondo ortodosso portato avanti dai Benedettini. La tutt’altro che opportuna istituzione della sede episcopale di Atene è stata raccontata dieci anni fa da Sandro Magister. La sede di Atene ha origine nel XIX secolo con l’attività missionaria di un sacerdote greco di rito latino, Giovanni Marangò che, assunte un po’ troppo rapidamente le vesti orientali, tentò di convertire i suoi connazionali al cattolicesimo bizantino. Ma il pulpito da cui veniva la predica poteva provocare ingenti danni. Nel 1877 Marangò venne infatti processato e destituito dal Sant’Uffizio per debiti e traffici sessuali con le suore di una congregazione che egli stesso aveva fondato.
Ma l’eredità di Marangò permane ed è oggi una giurisdizione su tutta la Grecia che conta in realtà solamente una cattedrale-parrocchia e una sola ulteriore parrocchia, otto sacerdoti, di cui uno solo greco (e anziano) per uno sparuto gruppo di fedeli greci, ai quali solo di recente si sono aggiunti immigrati ucraini e iracheni. La Chiesa ortodossa di Grecia ha ripetutamente chiesto alla Santa Sede di rinunciare a mantenere una gerarchia episcopale per un numero così esiguo di fedeli, con vescovi, tra l’altro, quasi sempre assunti dal clero di rito latino. Finora la risposta vaticana è sempre stata negativa.
Torniamo a Manuel Nin. Uno dei primi atti del nuovo vescovo catalano in Atene è stato di accogliere nel suo clero un giovane monaco esclaustrato di Grottaferrata. padre Bessarione Cuocci, a lui caldamente raccomandato dall’Amministratore Apostolico, il cardinale Semeraro. Appena trentenne, il giovane è stato poi elevato al grado onorifico di archimandrita e nominato Vicario generale. Notizie raccolte sul posto affermano che in seguito i rapporti tra i due si sono deteriorati e da allora sul tavolo del Dicastero per le Chiese Orientali sono arrivate informative risultato di un clima di forte tensione interna.
Vista la situazione tutt’altro che distesa e data la situazione economica non proprio florida, mons. Nin ha chiesto e ottenuto la cittadinanza italiana – non quella greca! – con la speranza di candidarsi alla sede vacante di Piana degli Albanesi, in provincia di Palermo, sebbene mons. Nin non conoscesse una parola di albanese... Il suo desiderio è stato così dirottato: si poteva accontentare di Grottaferrata dove permane l’oggettiva difficoltà di trovare un candidato in grado di assumere il doppio ruolo di superiore della comunità e abate ordinario, fino ad ora ricoperti rispettivamente da dom De Feo e dal cardinale Semeraro, carica per la quale la cittadinanza italiana è d’obbligo in base al Concordato.
Se l’operazione, come sembra, andrà in porto, sarà la terza volta ormai che l’abate di Grottaferrata, monastero di monaci basiliani, sarà un benedettino. La comunità, ormai ridotta a pochissimi membri, da più di dieci anni non appare in grado di eleggere un superiore; “la cura Semeraro” è risultata inefficace al fine di selezionare un superiore adeguato e riqualificare il monastero, scopi che la Santa Sede si era prefissata con la sua nomina. Segno piuttosto eloquente della stima venuta meno nei confronti del porporato salentino è il silenzio imbarazzante della Santa Sede in occasione del millenario della consacrazione della chiesa abbaziale: nessuna Lettera gratulatoria è stata inviata dal Santo Padre né all’inizio (17 dicembre 2024) né alla fine delle celebrazioni (17 dicembre 2025).
Che senso ha ora la nomina di un vescovo che non è basiliano, né proviene da alcuna Chiesa orientale cattolica, ed avrà, data l’età, più o meno solo cinque anni di tempo per risollevare una comunità così compromessa? Il rischio che Grottaferrata diventi la meta desiderata per trascorrere nei Castelli Romani gli anni del proprio pensionamento è piuttosto evidente, sia in Semeraro che in Nin. Magari dopo che la comunità dei monaci si sarà completamente estinta.
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