• L'ANTIDOTO

A DIO NON SI SFUGGE

 «L'ho imparato sulla mia pelle. È il Grande Boh, come quello che scombussolò l’esistenza di Giona. Perché Dio aveva bisogno proprio di lui per predicare ai niniviti la penitenza?». Qualche pagina di lettura dall'autobiografia.

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Esce nelle librerie una nuova sfida di Rino Cammilleri, amico e collaboratore de La Bussola Quotidiana. Ma è, questa sua, una sfida diversa dalle altre a cui ci ha abituati. Se pur è infatti vero che qualsiasi cosa si scriva, lunga o breve, romanzo o saggio, contiene sempre un (bel) po’ del suo autore, il nuovo libro di Cammilleri lo contiene invece tutto il suo autore. Si tratta infatti di un’autobiografia, intitolata Come fu che divenni C.C.P. (cattolico credente e praticante), edita a  Torino da Lindau. Anzi, è l’autobiografia della sua conversione al cattolicesimo. Finisce infatti dove tutto inizia davvero, la vita nuova, la vita vera, lasciando il “dopo” appunto alla vita vissuta. Proprio come già sublimemente fatto da grandi maestri quali C.S. Lewis e Gilbert K. Chesterton. Qui ne proponiamo un assaggio.

Pisa, casa Cammilleri, dunque. Ancora una volta ero finito nel luogo da cui cercavo di scappare. Qualunque cosa facessi, comunque mi sbattessi, eccomi di nuovo là. Con i miei. E i libri. La paghetta insufficiente anche per fumare. I pomeriggi al cinema. Come una gallina che la padrona insegue per farla rientrare nella stia all’imbrunire, la Sorte mi braccava bloccandomi ogni via di fuga. La stia ha l’unica porta aperta e, marcata stretta, la gallina è costretta a imboccarla. Una volta dentro, la porta le viene chiusa sul becco e lei guarda fuori con nostalgia. Gira qua e là la testa, strabuzza gli occhi, osserva la stia e pare voglia dire «ma che ci faccio qui?». La padrona sa bene che nella stia la gallina sarà al sicuro dal nibbio e dai pericoli della notte. Nella stia si sta al calduccio e c’è da mangiare. Ma la gallina non capisce. Non per niente è una gallina. Fine della similitudine.

Uno che, invece, aveva perfettamente capito era Giona. Sì, il profeta biblico. Si stava facendo i fatti suoi (arava i campi) quando Dio andò a scocciarlo: «Giona, vai a Ninive e di’ agli abitanti di convertirsi». Giona pensò: a Ninive? quella babilonia di pagani? quella sodoma e gomorra di gaudenti? chest’è ‘sciuto pazzo! Ma Giona, furbo, non palesò il suo pensiero. Disse sì e scappò nella direzione opposta. Già, ma come si può sfuggire a Dio? Ecco, dunque, che Dio lo insegue e provoca una tempesta attorno alla nave sui cui si è imbarcato. Giona si rassegna, si fa buttare in mare, finisce ingoiato da una balena e viene vomitato, guarda un po’, davanti a Ninive. Okay, devo predicare? E predichiamo, visto che insisti. Giona esegue e poi si piazza su un monte per vedere lo spettacolo. Ma aveva ragione Dio: i niniviti si convertono. Giona, stufo di aspettare gli effetti speciali sulla città, si addormenta all’ombra. Però Dio fa seccare la pianta e Giona si sveglia perché il sole gli picchia in testa. Insomma, non mi lasci in pace neanche qui? Allora Dio spiega tutto a Giona, il quale, ascoltata la ramanzina, se ne va e nulla più sappiamo di lui.

Non si può sfuggire a Dio. Ti fa un pressing asfissiante, di solito doloroso, fino a quando non cedi. Ed è una benedizione, dicono, perché è segno di predilezione (se così posso esprimermi). Se però, dài e dài (cosa che può durare anche a lungo), ti dimostri ostinato nel seguire la tua, di volontà, e non la Sua, ci sta che Dio rinunci all’assedio e ti lasci ai tuoi desideri. È per questo, pare, che a certuni sembra arridere la fortuna mentre ad altri, pur pii, no. Vi dico come l’ho capita io, questa faccenda: quelli con i quali, secondo una prospettiva di fede, non c’è niente da fare, quelli, insomma, che scelgono pervicacemente la via della perdizione, costoro - per giustizia, visto che si dirigono a tutta birra verso l’aldilà sbagliato - hanno qui la loro parte di «consolazione» (come dice il Vangelo - Lc 16,20 - nella parabola del povero Lazzaro e del ricco Epulone). Gli altri, quelli che si convertono e si sforzano di vivere da cristiani, hanno qui la croce perché, avendo scelto bene, avranno la «consolazione» (eterna) Lassù. Certo, è difficile capire tutto questo. Anzi, diciamola tutta, è un mistero. Ma sì, Dio crea la gente senza il suo consenso (è Lui che infonde l’anima in ogni nuovo corpo che viene al mondo, così dice la teologia) e però sostiene di creare esseri liberi. I quali, tuttavia, sono così liberi da finire in discarica (la Geenna evangelica) se non seguono le Istruzioni del Fabbricante. Messa così, e detto fra me e voi, tutta questa libertà non la vedo mica. Infatti, è un mistero. È il Grande Boh, come quello che scombussolò l’esistenza di Giona. Perché Dio aveva bisogno proprio di lui per predicare ai niniviti la penitenza? Di più: perché Dio aveva bisogno di qualcuno per farlo? Boh. Appunto.

La croce, «dovunque tu corra non puoi sfuggirla, poiché in qualsiasi luogo tu giunga, porti e trovi sempre te stesso» (Imitazione di Cristo, II. 12,2), «perché in ogni cosa ci sarà qualche difetto e dappertutto ci sarà uno che ti contrasta» (III. 27,1). «Se, affacciandosi un’occasione, la coglierai, troverai ancora, e ancora di più, quello che avevi fuggito» (III. 27,2).

Insomma, non si scappa. Bisogna imitare Cristo. Il quale, dopo millenni di sofferenze e speranze nel popolo ebraico, finalmente arriva, entra nella sinagoga di Nazaret e dice: eccomi qua, sono il Messia che stavate aspettando (Lc 4,16). E lo cacciano a pedate. E questo è solo l’inizio della vita pubblica di Cristo. Quella privata era cominciata con la fuga in Egitto per non fare la fine degli Innocenti. Ma perché - direte - bisogna per forza imitare Cristo? E che ne so, io? Forse perché è il Prototipo, «per mezzo del Quale tutte le cose sono state fatte» (Gv 1,3). Ma è una spiegazione che non spiega niente, convengo. Non so se ve ne siete accorti, ma sto anch’io sulla stessa vostra barca. Navigo a vista sotto lo sguardo di un Dio che ha comandato anche a me di amarLo, anche se non di rado sembra far di tutto per farsi odiare. Era più facile rassegnarsi (virtù cristiana) al Fato, il quale non si sapeva neanche che cosa fosse. Sì, perché Dio lo conosciamo, è Cristo, sappiamo di Lui quanto basta per imitarLo; ci ha detto che è «buono» e che è «padre», dunque non ci può accusare di prenderci troppa confidenza. Epperò è anche l’Altissimo, con tutto quel che segue. Ve l’ho detto: boh.

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