• FESTA NAZIONALE

25 aprile, una festa che continua a dividere

Il 25 aprile è una festa divisiva, piaccia o no. Non celebra una vittoria corale della nazione, ma quella di una parte di italiani contro l'altra. E' la celebrazione di una guerra civile che ha lacerato il popolo italiano. E non ci sono segnali di riappacificazione nazionale.

Partigiani a Milano

Immaginiamo un paese in cui, nella data del compimento della sua Unità nazionale e della Vittoria in una guerra mondiale, i cittadini lavorano regolarmente. Nel giorno in cui la stessa nazione ricorda la sconfitta, la resa senza condizioni e un’orrenda guerra civile, invece, vacanze, ponti e picnic all’aperto. Sono le cose un po’ così di questo paese un po’ così.

Oggi si celebra in grande spolvero il 25 aprile con un mega-ponte vacanziero che per molti si protrarrà fino al 1° maggio. C’è qualcuno però che comincia a puntare i piedi, qualche comune del nord si rifiuta di finanziare manifestazioni e soprattutto il ministro Salvini, sempre in pole position nell’aprire le polemiche, passerà la giornata a Corleone, insieme alla Polizia, per ringraziare le Forze dell’Ordine del loro impegno per “l’unica vera liberazione, quella dell’Italia dalla mafia”. Ovviamente, Luigi Di Maio non ha perso occasione per punzecchiare il collega di governo e per mettere in pratica una di quelle episodiche “Operazioni zerbino” che vedono il M5S prostrato al politicamente corretto nel disperato tentativo di recuperare quell’elettorato di sinistra che si sta liquefacendo nelle sue mani.

Il punto è che il 25 aprile rimane, senza ombra di dubbio, una festa divisiva. Potrà piacere o meno, ma è un fatto, tant’è vero che persino nello schieramento antifascista, l’Anpi e la Brigata ebraica sfileranno divisi, separati da vecchi rancori.

Si tratta oggettivamente di una festa divisiva per motivi storici, in quanto segna la vittoria di una fazione sull’altra all’interno di una guerra fratricida che vide schierati i 558mila uomini della Repubblica Sociale (secondo l'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, anche se alcune stime arrivano fino a 800mila), contro circa 250.000 partigiani (secondo le stime più ottimistiche, dei quali il 75% comunisti) e poche decine di migliaia di soldati dell’Esercito del Sud. Il tutto mentre la stragrande maggioranza della popolazione italiana stava a guardare dietro le persiane. Il fatto che, alla fine, abbiano vinto “i buoni” non modifica il dato per cui degli italiani si presero a fucilate tra loro e ricordarlo, oggettivamente, non può essere una cosa positiva e aggregante.

Sul fatto poi che le forze antifasciste fossero mere portatrici di luce, amore e libertà c’è anche qualcosa da dire, considerando che la gran parte dei partigiani – comunisti -  ci avrebbe volentieri assoggettato a un’altra dittatura, quella sovietica. Per non parlare delle vendette e degli ammazzamenti del Triangolo rosso che si protrassero fino agli anni ’50 e di altre pagine oscure e oscurate che stanno emergendo solo in tempi recenti.

Il 25 aprile è, e continua ad essere una festa divisiva per il fatto che nessun tentativo di pacificazione è stato fatto sino ad oggi. Basti pensare che, paradossalmente, la festa nazionale del 20 settembre, giorno della Presa di Roma fu abolita dalla dittatura fascista nel 1930: erano stati appena firmati i Patti Lateranensi e tale data continuava ad essere, appunto, una festa divisiva in quanto ricordava la vittoria di una parte dei savoiardi, sui papalini, tutti futuri italiani.  

Basti anche dare un’occhiata alle feste nazionali degli altri paesi: gli americani, dopo la loro Guerra civile si pacificarono compattandosi in un nuovo sentimento di unità nazionale. Il 4 luglio festeggiano l’indipendenza dalla Gran Bretagna, non la vittoria dei Nordisti sui Confederati. La Russia, poi, ha abolito nel 2005 la festa della Rivoluzione d’ottobre che scatenò un’altra guerra civile conclusasi con la vittoria della fazione comunista sui monarchici bianchi. La Germania stessa festeggia, il 3 ottobre, la riunificazione del 1990 e, anzi, lo stesso paese fu molto più avanti dell’Italia nell’avviare un percorso di pacificazione interna. Il presidente Konrad Adenauer, il primo cancelliere dopo Hitler e padre dell’Unione europea, perequò subito i diritti degli ex combattenti delle Waffen SS a quelli degli altri reduci dell’esercito regolare, con pensioni, utilizzo delle decorazioni e altri riconoscimenti. Cosa che da noi non è stata fatta, in quanto, per volontà politica, gli ex militari RSI non ricevettero alcuna pensione di guerra e, nel caso in cui furono riassorbiti nelle Forze Armate, questo avvenne previa una umiliante degradazione, con colonnelli portati al grado di sergente maggiore e così via.

Quindi, “evviva il 25 aprile come Festa dell’Antifascismo”, come commemorazione del successo di una fazione, ma non si tenti ancora di ammannirla come un momento di coesione nazionale, di pace e di unità. Al massimo si potrebbe celebrarla come “Festa della fine della Seconda Guerra Mondiale”, (visto che il tema della fine della guerra mette tutti d’accordo), ma in quel caso, l’Anpi dovrebbe scendere in piazza a braccetto con Forza Nuova e CasaPound, al grido di “scordammoce  o’ passato”. (Auspicabile, ma difficile). Altrimenti sarebbe come festeggiare il 4 novembre inveendo per le strade contro gli austriaci e i tedeschi.

Se si vogliono celebrare tout court gli ideali di unità, libertà e democrazia bisogna individuare un’altra data, non il 25 aprile.