• EDITORIALE

21 dicembre 2012

Tra due giorni finisce il mondo, così almeno qualcuno crede o ama credere. Ma se quella della profezia Maya è una balla, purtroppo il clima da fine del mondo continuerà a farci compagnia perché troppe persone sono interessate a incutere terrore per ricavarne vantaggi. Ma noi lasciamo stare il 21 dicembre e attendiamo il 25.

Fine del mondo

Ci siamo. Tra due giorni finisce il mondo. Così almeno qualcuno crede, e molti altri amano crederlo. In realtà sotto sotto tutti (o quasi) sanno che la storia del 21 dicembre e del calendario Maya è una grande balla. Tanto è vero che tutti si preparano per le vacanze di Natale come ogni anno, i politici stanno preparando le elezioni del prossimo febbraio, gli insegnanti continuano a ripetere ai ragazzi che se continuano così saranno bocciati a giugno, e tutti (o quasi) hanno pagato l'Imu. Insomma, a parte qualche fanatico o qualche animo troppo fragile nessuno veramente crede che tra due giorni tutto finisca.

Purtroppo però non finiranno neanche i profeti di sventura, i professionisti del catastrofismo, quelli che dalla bomba demografica alle pandemie che decimano la popolazione mondiale, dalle collisioni con gli asteroidi ai cambiamenti climatici hanno creato negli ultimi anni un’ansia collettiva che ha reso credibile anche la presunta profezia dei Maya. Perché comunque nel clima da fine del mondo continueremo a vivere e continueranno i soliti allarmi: ghiacciai che si sciolgono, l’acqua degli oceani che sale, città dove non si respira più per l’inquinamento, uragani e cicloni sempre più violenti e frequenti, risorse che si esauriscono, temperature che crescono senza controllo. E chissà cos’altro si inventeranno prossimamente. E pazienza se i ghiacciai si riducono all’Artico mentre invece in Antartide tendono a crescere; se in realtà il livello degli oceani non mostra variazioni preoccupanti, se l’inquinamento urbano cala come sta facendo da 40 anni a questa parte, se non c’è alcuna evidenza nell’aumento dei fenomeni estremi, se la disponibilità di risorse è ancora migliore che nel passato, se la temperatura globale da almeno 14 anni non aumenta. Il fatto è che ci sono molte persone e gruppi interessati a instillare la paura e a sfruttarla per venderci ogni genere di cose, dai libri fino alla rinuncia della libertà.

Ciò ovviamente non vuol dire che tutto andrà bene e che non ci saranno catastrofi e problemi, ambientali ad esempio, da affrontare. Ma il pessimismo e il catastrofismo generano soltanto paura e paralisi, ci impediscono di agire o ci fanno prendere decisioni emotive e irrazionali. O darvi l’assenso: pensate che ormai ogni anno il mondo spende oltre 250 miliardi di dollari per diminuire le emissioni di anidride carbonica, una follia pura.

Non si tratta di essere degli ottimisti, se questo è inteso nel senso di credere che tutto vada bene, o di pensare positivo, che è un puro atto della volontà. Si può essere invece ottimisti e positivi nel senso che sappiamo che siamo stati creati per il bene e che c’è un destino buono che ci accompagna pur tra le difficoltà e le sofferenze della vita.

Ma soprattutto siamo chiamati a essere realisti, a guardare in faccia la realtà per quel che essa è, in tutti i suoi fattori. Terremoti, eruzioni di vulcani, uragani e alluvioni continueranno ad accadere come sempre sono accaduti perché questa è la natura; a noi sta la responsabilità di lavorare perché tutti gli uomini possano difendersi da questi disastri naturali così come in buona parte si è riusciti a fare nella nostra civiltà occidentale. Negligenza, avidità, corsa al profitto, purtroppo fanno parte dell’esperienza umana e continueranno a provocare danni all’ambiente e alla vita. Non possiamo escludere che l’uomo possa mettere in moto meccanismi che portino alla distruzione della vita e del mondo: basta pensare che gli armamenti nucleari oggi presenti in vari paesi sono più che abbastanza per distruggere il mondo non una ma più volte.
E non possiamo neanche escludere che il ritorno di Cristo nella gloria possa avvenire anche oggi o domani: se non sappiamo né il giorno né l’ora non vuol dire che l’appuntamento è rinviato a data da destinarsi, ma che potrebbe accadere tra mille anni come tra un minuto.

Ma la consapevolezza del male, della possibilità dell’inferno, di un giudizio universale che potrebbe arrivare in ogni momento non ci terrorizza, al contrario ci spinge a vivere ogni istante nel miglior modo possibile, ci stimola la responsabilità a scegliere e costruire una società più degna dell’uomo.

Ciò che dobbiamo temere maggiormente è invece questa ideologia oggi dominante in Occidente che, avendo cancellato Dio dal suo orizzonte, disprezza l’uomo, ne nega la possibilità di bene e ne sopprime la libertà, usando la paura. E’ questo il pericolo più grave che corriamo oggi, la vera minaccia che ci sta di fronte, perché se si nega l’uomo tutto il male diventa allora possibile.
Questa data simbolo del 21 dicembre sia allora un’occasione per ridestare la consapevolezza di ciò che siamo;  per mandare al diavolo maghi, indovini e profeti di sventura interessati a incuterci terrore, per riprendere in mano la nostra vita e spalancare gli occhi sulla realtà.

Non è il 21 dicembre che dobbiamo attendere, ma il 25. E’ quello il giorno in cui riaccade l’evento che ha cambiato la storia, Dio che si fa uomo, e per cui vale la pena vivere lieti ogni istante e ogni circostanza. Fosse anche la fine del mondo.