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Una fiction Rai

Zvanì, il film su Pascoli con alcune dimenticanze

Dal risalto al passato anarchico del poeta alla sequela del socialista Andrea Costa, ecco lo sceneggiato della Rai su Giovanni Pascoli. Che però tace su alcuni aspetti importanti, dall’appartenenza alla massoneria al sostegno alla guerra di Libia.

Cinema e tv 21_01_2026

La fiction Rai su Giovanni Pascoli mi ha confermato sul carattere soporifero endemico del cinema italiano, con tanto di attori che farfugliano e borbottano costringendo mia moglie (per insistenza della quale ho dovuto vedere lo sceneggiato) a chiedermi continuamente “che cosa ha detto?”.

Più interessato per mestiere alla storia che alla poesia (della quale mi dichiaro del tutto incompetente), sono stato più attento ai seguenti particolari della trama: risalto al passato anarchico del poeta, alla sua sequela del socialista Andrea Costa, ai suoi tre mesi di galera per avere plaudito all'attentato di Giovanni Passanante al re Umberto I. Nessun accenno alla sua iscrizione massonica, cui rimase fedele tutta la vita. Come il suo maestro Giosuè Carducci. Come quest'ultimo cambiò idea in corso d'opera: lui lamentando in versi la morte di Umberto I nell'attentato, questo riuscito, di Gaetano Bresci; il “Leone di Romagna” dell’Inno a Satana (ciuf-ciuf, sì, l'ansimante “vaporiera”) convertito alla monarchia dalla frequentazione con la regina d'Italia. Altra giravolta, taciuta dal film: l'imperialismo italico, sostenuto da Pascoli, nella guerra di Libia (La grande proletaria si è mossa!). Non fece in tempo a plaudire al fascismo come il collega Gabriele D'Annunzio (e pure Luigi Pirandello) per il semplice fatto di essere morto prima, nel 1912, di cirrosi epatica dovuta a probabile alcolismo, anche se la biografia vergata dalla sorella Mariù sorvola pudicamente sul fatto. Già, la sorella, colei che in pratica lo ricattava moralmente fino al punto di impedirgli di sposarsi perché restasse appiccicato a lei vita natural durante.

Nel film si fa giustamente riferimento anche all'altra sorella, Ida, che si maritò con un cacciatore di dote contro il parere di Zvanì, il quale aveva capito con chi aveva a che fare. Il film, suppongo per motivi di spazio, trascura il fatto che codesto cognato, dopo avere ottenuto l'ennesimo prestito dal poeta, piantò moglie e figlioletto per andarsene in America. Solo nel 2002 è tornato alla luce il testamento massonico firmato “Giovanni Pascoli” di pugno del Nostro e, significativamente, redatto in forma di triangolo. Va detto che la frequentazione di Loggia era pressoché normale per gli intellettuali di quel tempo, e il Pascoli fu particolarmente vicino al barone Luigi d'Isengard (nulla a che vedere con la rocca di Saruman il Bianco, il mago malvagio di Tolkien), affiliato alla loggia “San Napoleon” (sic! il Corso aveva costretto il Papa a cavare dagli archivi un inesistente san Napoleone per il 15 agosto, genetliaco dell'Empereur) e fondatore di quella spezzina “Des Apennines”. Ex bersagliere attivo nella repressione del “brigantaggio” abruzzese, nel 1877, su input del fratello prete Giuseppe, si fece sacerdote. Morì nel 1915 e non so dirvi se rimase massone anche dopo la tonsura.

Torniamo al Pascoli e al suo decadentismo letterario (ma il Vate in questo lo surclassava). Fin dalle elementari fui costretto a mandare a mente la sua X agosto e – giuro – solo al liceo mi resi conto che quella “X” stava per “10”. E che il modo di numerare sui libri di scuola era ancora quello “romano” dei tempi del Duce. Per quanto riguarda, infine, la famosa “poetica del fanciullino”, confesso che mai ci capii niente. Tornò, nella mia vita, quando, commissario di maturità, mi ritrovai a litigare con la collega di lettere che intendeva penalizzare un aspirante ragioniere il quale, come me, non aveva capito una mazza del messaggio pascoliano. Ero convinto che uno potesse essere un buon contabile senza nulla sapere del “fanciullino”. Oggi i poeti sono spariti, soppiantati dai cantautori e poi dai rapper. I quali fanno uso, sì, anche loro di rimari, ma almeno ci mettono la musica. Credo.