• LETTERA A ROMA

Una Messa e le ragioni d'amore: supplica degli abati

Superiori e Abati degli Istituti ormai ex-Ecclesia Dei si sono ritrovati nel quartier generale dell’Institut du Bon Pasteur a margine dei rumors su un documento applicativo ancora più restrittivo. In una lettera inviata a Roma si esprime preoccupazione per le misure draconiane del motu proprio Traditionis Custodes  e rammarico, perché ci si rende conto che il motu proprio che limita la Messa in rito antico significa la distruzione di quanto pazientemente tessuto negli ultimi cinquant’anni. 

Il 31 agosto scorso, Superiori e Abati degli Istituti ormai ex- Ecclesia Dei si sono ritrovati a Courtalain, quartier generale dell’Institut du Bon Pasteur, vicino a Chartres. Le misure draconiane del Motu Proprio Traditionis Custodes e i recenti rumors di un documento applicativo ancora più restrittivo, che avrebbe colpito in particolare gli istituti “tradizionali”, hanno comprensibilmente messo in allerta queste vivacissime realtà della Chiesa, presenti non solo in Francia, ma un po’ in tutto il mondo.

Nel comunicato congiunto (qui l’originale francese, e qui una traduzione) trapelano preoccupazione e rammarico, perché ci si rende conto che Traditionis Custodes significa la distruzione di quanto pazientemente tessuto negli ultimi cinquant’anni. Infatti, durante di pontificati di San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, a tutti quei sacerdoti, monaci, religiosi e laici che si sentivano profondamente legati al Rito antico, senza alcuna pregiudiziale verso il Magistero della Chiesa dal Vaticano II in poi, era stato promesso che «“si sarebbero prese tutte le misure per garantire l'identità dei loro Istituti nella piena comunione della Chiesa cattolica” (Nota informativa del 16 giugno 1988, in Documentation Catholique, n° 1966, p. 739). I primi Istituti accettarono con gratitudine il riconoscimento canonico offerto dalla Santa Sede nel pieno attaccamento alle pedagogie tradizionali della fede, specialmente nel campo liturgico (sulla base del protocollo di accordo del 5 maggio 1988 tra il cardinale Ratzinger e l'arcivescovo Lefebvre). Questo impegno solenne è stato espresso nel Motu Proprio Ecclesia Dei del 2 luglio 1988, e poi in vari modi per ogni Istituto, nei loro decreti di erezione e nelle loro costituzioni definitivamente approvate. I religiosi, le religiose e i sacerdoti coinvolti nei nostri Istituti hanno preso i voti o si sono impegnati secondo questa specifica indicazione».

La Santa Sede ha riconosciuto in un lungo e attento cammino che non si trattava di un attaccamento ideologico ad un Rito, né di scelte aprioristicamente contro qualcuno o qualcosa. C’è un aneddoto nella vita di Dom Gérard Calvet, il fondatore del monastero benedettino di Le Barroux, che permette di intuire quanto un rito, vissuto quotidianamente, possa entrare nelle profondità dell’anima. Un giorno, uno degli artefici della riforma liturgica gli aveva chiesto le ragioni di un tale attaccamento alla liturgia antica, al punto da averlo portato, almeno per un periodo, ad una rottura con la Confederazione benedettina. Dom Gérard aveva risposto semplicemente: “per delle ragioni d’amore”. “A questo, non ho nulla da ribattere”, fu la risposta dell’interlocutore.

Nel comunicato si fanno presenti queste “raisons d’amour, tanto lontane dall’ideologia quanto non riducibili ad una mera sensibilità estetica, sottolineando anche che tutte le persone che hanno abbracciato la vita sacerdotale o consacrata in questi Istituti lo hanno fatto «confidando nella parola del Sommo Pontefice», che li aveva confermati in questa strada, riconoscendoli come membri della Chiesa a tutti gli effetti. «Questi sacerdoti e religiosi hanno servito la Chiesa con dedizione e abnegazione. Possiamo privarli oggi di ciò per cui si sono impegnati? Possiamo privarli di ciò che la Chiesa ha promesso loro per bocca dei Papi?».

Il 28 settembre 1990, Giovanni Paolo II aveva ricevuto in udienza una delegazione di monaci dell’Abbazia di Le Barroux. Per l’occasione, il Pontefice aveva rivolto loro un breve discorso, richiamando proprio il Concilio Vaticano II come fondamento della legittimità e del valore dell’esistenza di comunità legate esclusivamente al Rito antico: «La Santa Sede ha concesso al vostro monastero la facoltà di utilizzare i libri liturgici in uso nel 1962, per rispondere alle aspirazioni di quanti “si sentono legati a certe forme liturgiche e disciplinari anteriori della tradizione latina” (cf. Ecclesia Dei, 2 luglio 1988, n. 5, c.), confermando in questo modo le disposizioni della Costituzione conciliare sulla Santa Liturgia, la quale ricorda che “la Chiesa, quando non è in questione la fede o il bene comune generale, non intende imporre, neppure nella liturgia, una rigida uniformità; rispetta anzi e favorisce le qualità e le doti di animo delle varie razze e dei vari popoli” (Sacrosanctum Concilium, n. 37)». Il Papa sottolineava ancora che la concessione era volta a «facilitare la comunione ecclesiale delle persone che si sentono legate a queste forme liturgiche».

Oltre al rispetto delle proprie realtà e degli impegni presi, con espressa e ripetuta approvazione della Chiesa, i firmatari del comunicato cercano un contatto reale con la Santa Sede, «un dialogo umano, personale, pieno di fiducia, lontano dalle ideologie o dalla freddezza dei decreti amministrativi. Vorremmo poter incontrare una persona che sia per noi il volto della maternità della Chiesa. Vorremmo poterle raccontare le sofferenze, i drammi, la tristezza di tanti fedeli laici di tutto il mondo, ma anche di sacerdoti, religiosi e religiose che hanno dato la loro vita sulla parola dei Papi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI». Incontri fraterni nei quali poter «spiegare chi siamo e le ragioni del nostro attaccamento a certe forme liturgiche». Richiesta indirizzata anche i vescovi della Francia, «perché si apra un vero dialogo e si nomini un mediatore che sia per noi il volto umano di questo dialogo».

Se dalla Francia si chiede apertura e dialogo, una netta chiusura arriva dall’America. O meglio, da Roma. Il Rettore del Pontificio Collegio Nordamericano, con un freddo Memorandum del 31 agosto scorso (vedi qui), mette fine alle Messe nella forma straordinaria, che dopo il Motu Proprio del 2007, erano state inserite tra le “Messe speciali” a rotazione del sabato. Si trattava in sostanza dell’alternanza tra la forma straordinaria e le Messe in spagnolo. La proibizione è stata motivata dal fatto che «il permesso di un vescovo diocesano di celebrare secondo il Missale Romanum del 1962 non è sufficiente per i sacerdoti che ne hanno facoltà o per i sacerdoti studenti a celebrare secondo il Missale Romanum del 1962 al di fuori delle loro rispettive diocesi».

E’ chiaro dunque che il Rettore ha dovuto recepire le indicazioni contrarie della Santa Sede, come traspare dal fatto che la decisione è stata presa «dopo aver ricevuto consigli canonici», per attenersi «a ciò che il Santo Padre ci ha chiesto».

Quest’ultima decisione, così come il fatto che gli istituti tradizionali lamentano di non aver potuto in alcun modo, fino ad ora, interloquire con Roma, rendono sempre più palese che Traditionis Custodes è a tutti gli effetti di una scelta “romana”, esito di quel centralismo tante volte denunciato. Evidentemente, da certe parti, non tutto il centralismo vien per nuocere.

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