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esequie

Una Chiesa di popolo e non di élite per l'addio a Ruini

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Nell'omelia funebre Leone XIV ha sottolineato lo storico rapporto con Giovanni Paolo II e il ruolo della preghiera nella vita del porporato di Sassuolo. Grande partecipazione in contrasto con i commenti livorosi della sinistra ecclesiale.

Ecclesia 19_06_2026

Basilica San Pietro piena per l'addio al cardinale Camillo Ruini. Grande è stata la partecipazione per l'ultimo saluto, ieri, 18 giugno, a colui che è stato non solo capo della Cei ma anche a lungo Vicario di Roma. Dopo la chiusura della camera ardente nella cappella della Madonna della Perseveranza del Pontificio Seminario Romano Minore dove il porporato ha vissuto per decenni, la salma è stata trasportata a San Pietro per le esequie. La cerimonia è stata celebrata da Leone XIV in persona all'Altare della Cattedra. Presenti ben 34 cardinali. Nell'omelia il Papa ha ricordato che «moltissimo gli deve la Chiesa in Italia (...) e la diocesi di Roma». Ruini, ha detto Prevost, ha «saputo guidare il popolo di Dio e i fratelli nell’episcopato in momenti importanti e delicati, affrontando con entusiasmo, discernimento e coraggio molteplici sfide».

Tra le iniziative e le intuizioni del cardinale di Sassuolo che hanno lasciato il segno, il Pontefice ha menzionato l'«impegno profuso nel promuovere l’apporto del mondo cattolico nei più diversi ambiti della vita religiosa, civile e politica italiana». L'omelia ha sottolineato il ruolo della preghiera nel suo lungo pellegrinaggio sulla terra e lo storico rapporto con Giovanni Paolo II. «Dall’esempio di unità di vita del grande Pontefice - ha osservato Leone -  il cardinale (ha) saputo trarre tanto, perché possiamo ritrovare anche in lui molti dei tratti con cui descrive il santo Papa; e penso che tale consonanza di sentimenti possa animare anche noi nel nostro cammino».

Riflettendo sul suo motto episcopale «Veritas liberabit nos» (La verità ci renderà liberi), Prevost le ha definite parole che «ci ricordano con chiarezza un messaggio particolarmente significativo per il nostro tempo, in cui si può essere disorientati da derive relativistiche e da visioni totalmente fluide della realtà e dell’uomo». Mentre nella vita e nella morte di Ruini «possiamo cogliere un segno della forza e della solidità con cui l’uomo cresce e matura quando trova nella Verità che viene da Dio il centro e il perno della propria esistenza». Leone ha riservato il suo pensiero finale a chi ha accompagnato il cardinale nella vecchiaia e nell'infermità rivolgendo loro un ringraziamento. Un riferimento alla sua storica collaboratrice Pierina e alla segretaria Mara. 

La folla alle esequie conferma la riuscita del tentativo del cardinale di lavorare ad una Chiesa di popolo e non di èlite. Un'immagine che contrasta con i commenti al vetriolo riservati a Ruini in queste ore da esponenti della sinistra cattolica ed ecclesiale. Enzo Bianchi, ad esempio, ha scritto che Ruini è stato «un ecclesiastico che ha fatto soffrire molti nella chiesa. Alla chiesa ha dato il volto della matrigna, il volto della chiesa che cerca autorità, influenza e il seggio tra i potenti. Ma non ebbe l’approvazione né dal card.Martini né da Papa Francesco» ("chiesa" minuscolo nel post di Bianchi, ndr). Peccato che il cardinale defunto abbia svolto i suoi ruoli di maggiore responsabilità ai tempi di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI di cui, invece, ha sempre avuto l'approvazione. Mentre quella del cardinale Carlo Maria Martini, grande sconfitto del convegno ecclesiale di Loreto del 1985 che lanciò proprio la carriera ecclesiastica di Ruini, non era certamente necessaria.

Anche un giornalista molto stimato dall'ex capo della Cei come Aldo Cazzullo è "scivolato" nel suo ricordo personale pubblicato sul Corriere. L'autore piemontese, per sostenere la tesi del Ruini conservatore ma non reazionario, ha infatti scritto che era «contrario alla Messa in latino». In realtà, lo scorso febbraio l'ex presidente Cei aveva replicato con un «certamente no» alla domanda di Cazzullo che gli chiedeva «Lei ritornerebbe alla Messa in latino?». Dunque la sua non era una manifestazione di contrarietà generale alle celebrazioni in Vetus Ordo, ma una risposta piuttosto prevedibile ad una domanda posta in quel modo. Ma Ruini non era affatto favorevole alle restrizioni per i fedeli legati alla Messa tridentina tant'è che affrontando l'argomento con chi scrive, pochi mesi fa, aveva osservato col suo consueto buon senso: «se riconoscono il Concilio, che male fanno?». Non bisogna dimenticare, inoltre, che fu proprio lui da vicario di Roma il 23 marzo 2008 ad erigere la parrocchia personale di Trinità dei Pellegrini per la cura pastorale dei fedeli affezionati alla liturgia antica.