• DA UNA STORIA VERA

Una canzone per mio padre, il film che affronta la vita

La pellicola è tratta dalla vicenda del cantautore Bart Millard, che trova rifugio in una musica che dà speranza, riconciliandosi con un padre prima violento e poi trasformato da Dio. «Una canzone per mio padre» parla di dolore e perdono, in un modo oggi controcorrente. Negli Usa è stato un successo di pubblico. La Nuova BQ ha visto il film alla prima milanese di giovedì. 

«È una canzone bellissima».

«Diciamo che è capitata, ci ho messo 10 minuti a scriverla».

«Bart, non hai scritto questa canzone in 10 minuti: ti ci è voluta una vita. Da dove viene tutto questo?».

Giovedì sera, a Milano, è stata proiettata la prima nazionale di Una canzone per mio padre, film statunitense del 2018, distribuito in Italia dalla Dominus Production e ispirato alla storia vera di Bart Millard (1972), e in particolare al suo rapporto travagliato con un padre a lungo violento e poi guarito dalla grazia, fino alla toccante riconciliazione tra i due. Che condurrà Bart, cantautore della band MercyMe, a scrivere e dedicare al genitore I can only imagine, divenuta la canzone più suonata nella storia della radio cristiana, riprodotta - all’inizio quasi per gioco e poi per le crescenti richieste degli ascoltatori - anche nelle radio mainstream, e capace di vendere oltre 2.5 milioni di copie.

Simile successo di pubblico ha avuto il film (il cui titolo originale, I can only imagine, è lo stesso della canzone) fin dalle prime uscite nelle sale, dove - tra Usa e Canada - ha incassato al botteghino circa 85 milioni di dollari, con ricavi più di 12 volte superiori ai 7 milioni di budget per la produzione. In America ha ottenuto dalla maggioranza degli spettatori la valutazione di A+, la più alta possibile, secondo le rilevazioni fatte all’uscita dalle sale da CinemaScore. Nel cast spicca la presenza di Dennis Quaid (doppiato in italiano da Luca Ward), che interpreta il padre di Bart. I registi sono i fratelli Andrew e John Erwin, gli stessi di October Baby, il film liberamente ispirato alla storia di Gianna Jessen, l’americana, oggi quarantaduenne, sopravvissuta a un tentativo di aborto salino.

Una canzone per mio padre, appunto un biopic, con qualche libero adattamento cinematografico, ci offre all’inizio uno squarcio sull’infanzia di Bart, alle prese con un padre iracondo che maltratta e percuote sia il figlio che la moglie, fino a quando lei abbandonerà improvvisamente la famiglia (nella realtà i coniugi Millard, genitori di due figli maschi, divorziarono quando Bart, il secondogenito, aveva appena tre anni, poi alternandosi, al variare delle circostanze, nella custodia della prole). Nel dolore di quei primi anni di vita, acutizzato da una madre che se n’è andata via e da un padre che a volte lo terrorizza, Bart cerca rifugio nella musica. «Ho trovato delle canzoni che sono state come un’àncora per me, mi hanno dato speranza», canzoni che «mi hanno parlato di un Padre in cielo» e del Suo amore per lui.

Nell’adolescenza, con al fianco la bella figura di Shannon, la fidanzata (interpretata da Madeline Carroll), come lui di fede cristiana battista, Bart insegue il sogno, già di suo padre, di fare carriera nel football americano, ma un infortunio lo costringe a mollare tutto. Arriva poi una prima svolta. L’ingresso nel coro della scuola, un’insegnante che scopre per caso il grande talento del ragazzo, il padre che ne frustra le aspirazioni canore e, infine, dopo l’addio a un’affranta Shannon, la fuga da casa, che porta Bart in giro per gli States, sul camper della band di cui è intanto diventato la voce, con piccoli concerti, e piccoli guadagni, nei locali.

Per ricomporre i cocci della sua vita si riveleranno fondamentali i buoni consigli del produttore Scott Brickell, che intuendo il dramma personale del ragazzo lo esorta a non scappare dalle sue sofferenze, bensì ad affrontarle e poi cantarle («lascia che il dolore diventi la tua ispirazione»). È così che Bart torna dal padre e lo trova trasformato, scoprendo che il genitore va in chiesa, prega, legge la Bibbia e si interroga sul perdono. Le grandi resistenze del figlio saranno poi vinte quando scoprirà il cancro del genitore e, proprio nel tempo della malattia che condurrà Millard senior alla morte, i due passeranno insieme i momenti più fecondi e belli.

E sarà pensando a quel padre ritrovato, perdonato e redento che nascerà, scritta di getto, I can only imagine, in un crescendo di sorprese.

Oltre all’ottima colonna sonora e al ritmo narrativo, il film ha quindi il merito di far riflettere su diversi temi divenuti controcorrente nella cultura di oggi, dai danni di una famiglia che si disgrega alla potenza della preghiera. E in particolare la pellicola, come ha osservato alla prima nazionale la fondatrice della Dominus Production, Federica Picchi (che alla fine ha chiamato a parlare i membri di The Sun, sulla cui storia di redenzione la Nuova BQ ha già scritto), c’è il fatto che aiuta a riscoprire il senso del dolore, che «noi stiamo cercando di togliere dalla nostra vita. Penso che l’insegnamento più importante che trasmette ai giovani è che il dolore è parte integrante della nostra vita», ha aggiunto la Picchi, che prima dell’inizio della proiezione aveva anche rivolto il primo ringraziamento a Dio Padre.

La storia dei Millard sta lì a confermarlo. È nel dolore, prima spirituale e poi corporale, che il padre, anziché essere vinto dalla disperazione, scopre il ristoro della fede, ritrova la sua paternità, chiede e ottiene perdono, riconciliandosi con il figlio e prima ancora con Dio e con sé stesso. Ed è sempre da lì che Bart riesce a trovare pace, con entrambi - il padre e il figlio - a vedere sgorgare l’amore dalla sofferenza, perché riposta nelle mani di Dio. È Lui che fa la differenza.

Un film, dunque, che stimola e, attraversando ogni fase della vita quaggiù, è buono per tutte le età.