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Ucraina, i primi fuochi di una guerra civile

La regione di Donetsk è diventata un campo di battaglia fra russi e ucraini, per il controllo di una regione strategica ai confini orientali. La prima controffensiva di Kiev, potrebbe far scoppiare la guerra vera, fra Russia e Ucraina.

Reparti ucraini nel Donetsk

Quel che sta avvenendo ora nella regione di Donetsk, ricorda drammaticamente gli eventi del 7 agosto 2008 in Georgia. Anche qui una regione russofona (allora era l’Ossezia del Sud, oggi è il Donetsk) si dichiara indipendente ed esprime la sua intenzione di riunificarsi alla Federazione Russa e conduce azioni di guerriglia contro le forze di sicurezza governative. Anche qui l’esercito della repubblica ex sovietica, di cui questa regione fa parte, muove il suo esercito per preservare la propria integrità territoriale. Anche qui l’esercito russo è ammassato alle frontiere, pronto a muovere alla prima scintilla di guerra. Nel 2008 il seguito lo sappiamo tutti: i russi intervennero e arrivarono fino a Gori, nel cuore della Georgia. Accadrà lo stesso?

Lo stato dell’arte in Ucraina è abbastanza confuso. Durante la settimana scorsa, milizie separatiste e truppe speciali russe infiltrate in Ucraina, hanno occupato e conquistato il controllo di una decina di città della regione del Donetsk. Sloviansk è diventata l’epicentro dell’azione. Attorno ad essa i russi hanno costituito una serie di posti di blocco ben armati. Proprio tentando di passare uno di questi, è rimasto ferito anche il capo dell’antiterrorismo ucraino, assieme ad altri tre suoi colleghi, di cui uno è morto. La stessa città di Donetsk, capitale regionale, è stata occupata militarmente da russi e loro sostenitori locali. Qui, la settimana scorsa, nella sede del governo locale, è stata proclamata una Repubblica Popolare, indipendente dall’Ucraina e pronta a votare un referendum per l’annessione alla Federazione Russa il prossimo 11 maggio.

Appare ormai chiaro che i nuclei armati che hanno occupato basi, sedi istituzionali e vie strategiche del Donetsk, sia costituito da truppe speciali russe, in divisa ed equipaggiamento militare professionale, ma privi di mostrine e distintivi. Dopo lo scontro a fuoco di Sloviansk, domenica, i servizi segreti ucraini hanno intercettato conversazioni in chiaro fra gli uomini dispiegati sul terreno e i loro comandanti a Mosca. L’occupazione del Donetsk, dunque, lungi dall’essere un movimento indipendentista nato dal basso, è un’occupazione militare non dichiarata, esattamente come quella avvenuta un mese fa in Crimea. Sia nel Donetsk che in Crimea, i russi possono comunque contare sulla collaborazione attiva (o quantomeno su una benevola neutralità) di una popolazione a maggioranza russofona o direttamente di origine russa. Il Donetsk è letteralmente controllato dal magnate Rinat Akhmetov (il 39° uomo più ricco del mondo) che dà impiego a circa un terzo della popolazione locale. Politicamente parlando, ha sostenuto Viktor Yanukovic e in futuro potrebbe sostenere ancora la causa russa, anche se per ora invita tutti alla calma e prega i pro-russi di continuare le trattative con Kiev. In tutta la regione è cessata la trasmissione di programmi ucraini e si sono sintonizzate sui canali della Federazione Russa. La “russificazione”, insomma, è già iniziata a tutto campo. E i russi giocano in casa.

Gli ucraini, al contrario, hanno già perso una regione strategicamente importante, quale la Crimea, senza sparare un colpo. In caso di reazione militare avrebbero potuto provocare una contro-reazione russa. Memori dell’esempio georgiano, Kiev ha ordinato all’esercito regolare di non opporre resistenza e ritirarsi. Fin qui pareva raggiunto un tacito accordo sul campo: i russi si prendano la Crimea, il resto dell’Ucraina entri nella sfera di influenza dell’Ue. Pur accettando una mutilazione territoriale non da poco, il governo di Kiev stava accettando il fatto compiuto. L’occupazione silenziosa e graduale del Donetsk ha però cambiato le carte in tavola. Per il governo provvisorio guidato da Arseny Yatsenyuk, a questo punto, si trattava di scegliere fra il perdere il controllo del territorio, o l’accettare il rischio di una guerra. Per questo la reazione si è fatta attendere molto. Per dieci giorni, i russi e le milizie locali hanno agito impunite, senza alcuna reazione da parte delle forze di sicurezza ucraine. Negli ultimi giorni Yatsenyuk ha tentato una mediazione in extremis, giurando di rispettare un’ampia autonomia (soprattutto linguistica) al Donetsk e alle altre regioni orientali e poi promettendo di promuovere una nuova legge che consenta un referendum, per decidere sul futuro status di quelle regioni. Entrambe le proposte sono cadute nel vuoto. A livello militare, il governo provvisorio di Kiev ha fissato un ultimatum il lunedì mattina, promettendo un’amnistia generale al posto di una resa delle armi. Anche questa proposta è caduta nel vuoto. Forti dell’appoggio di Mosca e della presenza di sue forze regolari russe alle porte (stimate dalla Nato in circa 40.000 uomini, sufficienti a occupare il Donetsk e le regioni circostanti), i russi non hanno neppure preso in considerazione la proposta di resa.

Le truppe di Kiev si sono mosse 24 ore dopo la scadenza dell’ultimatum, iniziando ad attaccare i russi a Kramatorsk, sede di una base aerea ucraina. L’aeroporto è stato rioccupato dai regolari ucraini in serata, stando alla dichiarazione del presidente ad interim Olexander Turchynov. Le forze regolari russe, a questo punto, faranno come in Georgia e interverranno? La battaglia che si sta combattendo nel Donetsk è di fondamentale importanza per entrambe le parti. Il governo ucraino si è deciso a muovere il suo braccio armato per paura di arrivare a giovedì, giorno in cui dovrebbero iniziare i previsti negoziati internazionali (Usa-Ue-Russia) di Ginevra, con un altro pezzo di territorio mutilato. Infatti, se a Ginevra i russi presentassero il dato di fatto di due regioni ucraine fuori dal controllo di Kiev, dimostrerebbero la loro piena capacità di destabilizzare e controllare l’Ucraina come e quando vogliono. A questo punto, per Usa e Ue, gli aiuti promessi al nuovo governo di Kiev (15 miliardi di dollari solo dall’Ue) sarebbero soldi persi. Così come non avrebbe speranza il piano di riforme proposto da Bruxelles e dal Fondo Monetario Internazionale, un piano che prevede razionalizzazione dei costi, abbattimento delle tariffe doganali, cancellazione dei costosi sussidi sul carburante, pareggio di bilancio e lotta alla corruzione, proprio per poter meglio integrare la repubblica ex sovietica nel mercato europeo. Sarebbe tutto fiato sprecato se i russi dimostrassero di fare il bello e il cattivo tempo in Ucraina.

Dall’altra parte, la Russia mira ancora a conservare l’Ucraina nella propria Unione Euroasiatica, il mercato comune dell’ex Urss controllato dal Cremlino. Quel che Mosca mira ad ottenere è la federalizzazione (una divisione, di fatto, in un Est e un Ovest quasi del tutto indipendenti) dell’Ucraina, la sua neutralizzazione militare e il suo assorbimento nel mercato comune euroasiatico. I 15 miliardi promessi dall’Ue lo scorso marzo, corrispondo ai 15 miliardi di dollari che Mosca aveva promesso a Kiev, quando al potere c’era ancora il filo-russo Viktor Yanukovic. Un’Ucraina neutrale e federale non riceverebbe alcun aiuto dall’Ue, né dall’Fmi: come chiede Mosca e i suoi alleati locali nel Donetsk, le regioni avrebbero diritto di voto e di veto su ogni proposta di accettazione di fondi dall’estero. Se le forze russe riuscissero a mantenere il controllo della parte orientale dell’Ucraina, almeno fino a giovedì, Mosca avrà gioco facile a dettare le sue condizioni.